L’ape musicale

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Ritorno alle origini

 di Roberta Pedrotti

Emozionante ripresa del primo allestimento firmato da un Graham Vick allora semisconosciuto per il Rossini Opera Festival. L'inganno felice curato nel 1994 (e da allora assente dalle scene pesaresi) è un piccolo grande gioiello teatrale, qui ben sostenuto da cast e direzione, con una punta di diamante nel Batone di Davide Luciano.

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PESARO 12 agosto 2015 - Ventuno anni. Tanti ne sono passati dall'ultima rappresentazione al Rossini Opera Festival dell'Inganno felice, l'opera da più lungo tempo assente fino a ieri (ma, a memoria, diremmo in assoluto) dalle scene pesaresi.

L'attesa è stata ben ripagata, soprattutto perché saggiamente la direzione del Rof non ha commissionato un nuovo allestimento, ma ha riproposto quello, bellissimo, che segnò nel 1994 il debutto di Graham Vick nel Festival per il quale firmerà, poi, spettacoli memorabili come Moïse et Pharaon, Mosé in Egitto, Guillaume Tell. Rivisto con il fresco ricordo di tre drammi grandiosi, di tre messe in scena di così ampie proporzioni, questo primo lavoro, miniatura su una farsa di un'ora e mezza, non solo non pare in nulla invecchiato, ma non sfigura, non ha l'aria del prototipo, dello studio, del fermento in prospettiva di sviluppi futuri. Come Atena dalla testa di Zeus appare perfettamente formato quale, semplicemente, un grande spettacolo di un grande regista. Il più grande oggi in attività, perché di livello eccelso sotto il profilo tecnico: si discuta finché si vuole delle idee, delle letture, ma è oggettiva e inconfutabile l'eccellenza della recitazione, la coerenza e la completezza dell'insieme, la cura del dettaglio, la padronanza assoluta dello spazio. Tutte qualità che emergono lampanti e naturali nel raccontare le felici traversie della calunniata Isabella, dell'ingannato suo consorte Duca Bertrando, del buon minatore Tarabotto, del perfido Osmondo e del suo sottoposto, e longa manus, Batone. La fedeltà coniugale riconosciuta dopo l'ingiusto vilipendio dell'innocente è topos antico, denso di archetipi fiabeschi, e l'opera semiseria – importa poco se chiamata farsa perché in atto solo – ne fece largo uso, sì che nel 1814, due anni dopo L'inganno, sempre a Venezia, Rossini ritroverà in Sigismondo un soggetto praticamente identico, solo che sviluppato in due atti. Un tema alla moda, dunque, al punto da poter sembrare scontato, eppure se si trattò del primo grande successo rossiniano non lo si deve solo a una trama particolarmente accattivante per i gusti dell'epoca, ma al trattamento che ne fece un giovane genio già sofisticato, capace di tratteggiare con delicata e arguta poesia un dramma tutto psicologico di cui desiderio, rimorso, rancore, perdono costituiscono il nerbo più di azione e agnizione.

Vick mette in scena esattamente questo con il gusto e la chiarezza, l'eleganza e l'acume del grande: Richard Hudson è splendido costumista e splendido scenografo qui nella miniatura come altrove nell'affresco colossale e predispone un terreno aspro, in riva al mare, nel quale si aprono realistici gli antri minerari, mentre nel cielo astratte nubi acquarellate ci ricordano che siamo a teatro, in una dimensione altra. Matthew Richardson illumina questo ambiente con il procedere naturalissimo dal giorno alla notte fino a una nuova alba, e la luce è la pennellata di un quadro vivo, in cui la perfetta levigatezza estetica, la pulizia impeccabile della composizione non si fa mai leziosa, non subordina mai il contenuto alla forma. Anzi, tutt'altro, perché l'apparente semplicità di ciò che è apparentemente piccolo è delineata da una mano registica capace di narrare, di dare vita alla vicenda senza la minima sbavatura, senza una virgola di troppo, e in questa perfetta misura di comprendere come naturale e necessario il dettaglio di un contenuto più profondo. I minatori sono per lo più ragazzini, com'è triste realtà storica, e a uno di loro, dal berretto rosso fiammeggiante che spicca fra le tinte fredde e polverose predominanti, l'esule incognita Isabella insegna a scrivere. Un raggio di speranza, si direbbe, ma la nobildonna, pur di buon cuore, appartiene a un altro mondo e quando vi fa ritorno scorda il giovane allievo, che rimarrà solo a rinunciare alle lettere e a pelar patate al suo posto. Non è poi così diversa, anche se in buona fede, da Batone, che prima allontana il ragazzino con il dono di una moneta e poi lo fa riacciuffare da un soldato per averla indietro; dopotutto anche il Duca stava per ricompensare il buon Tarabotto, ma Isabella lo ferma, sembra non voler offendere l'affetto disinteressato dimostratole dall'uomo, ma anche dimenticare che vive in una catapecchia in assoluta povertà e che qualche soldo sarà anche poco elegante, ma utile. L'opera semiseria - Fidelio non fa eccezione - non sovverte l'ordine costituito, tutto torna al suo posto e c'è sempre un buon principe a punire il sopruso del signorotto, mai una rivoluzione. La fiaba della moglie ripudiata riconosciuta innocente e ricongiunta all'amato sposo è cosa per nobili ed edificante intrattenimento per il pubblico borghese, ma la realtà del popolo è un'altra e Vick sa come ricordarlo suscitando quel pizzico di turbamento e commozione che non appesantisce lo spettacolo, ma lo arricchisce, lo fa profondo e non didascalico. In breve, fa esattamente ciò per cui merita il titolo di regista secondo a nessuno nel mondo.

E se non bastasse, si potrebbe concentrare lo sguardo sulle metamorfosi di Isabella ispirate solo nella mimica facciale di Mariangela Sicilia, che, giovanissima, sa apparire come una bella donna sciupata e sfiorita in dieci anni di stenti, poi ricomposta nel suo ruolo e nel suo rango; che simula, soffre, dissimula, spera, gioisce. E canta anche molto bene, confermando una progressiva e notevole maturazione, che culmina nell'ispirato cantabile “Al più dolce e caro oggetto”, una piccola gemma.

Superlativa su tutti i fronti è, poi, la prova di Davide Luciano, che rende giustizia e non teme la prima parte scritta da Rossini per Filippo Galli, futuro Mustafà, Selim, Maometto II e Assur. Timbro assai bello, giovane brunito e tornito, dizione perfetta, accento intelligente, coloratura ben a fuoco, estensione dominata con disinvoltura, emissione morbida: un vero fuoriclasse cui si prospetta un luminosissimo futuro.

Una certezza ben consolidata per questo repertorio è già Carlo Lepore, un Tarabotto ideale per indole, grana timbrica, senso del testo cantato e del gesto teatrale. Inevitabilmente il duetto dei buffi “Va taluno mormorando” riesce a meraviglia con due interpreti così ben caratterizzanti, distinti per personalità ma vicini per qualità.

Una vocalità più ruvida ben si confà allo sgradevole Ormondo, cui Giulio Mastrototaro presta accenti debitamente sprezzanti e sbrigativi.

Un gradino più in basso il volenteroso Duca Bertrando di Vassilis Kavayas, cui non si può negare una convincente resa teatrale, ma dai mezzi non proprio sopraffini e per natura e per tecnica.

Nel crescendo di questo Festival sorridente, dove se si condannano a morte due primedonne – una in corso d'opera e l'altra nell'antefatto – il bene è sempre destinato a trionfare, l'ultima e più giovane bacchetta ascoltata nelle tre opere è anche la migliore. Denis Vlasenko dimostra precisione, gusto, eleganza, sensibilità e istinto teatrale, l'orchestra Sinfonica G. Rossini sotto la sua guida dà il meglio e convince assai più di quella bolognese.

Si chiude così in bellezza il trittico cardine di questo trentaseiesimo Rof, con il successo emozionante di una partitura piccola solo in apparenza, capace di suggellare in sé il mistero di passione che rende Pesaro così speciale, ricordandoci quanto era già grande quel regista inglese giovane e poco noto che si scritturò ventuno anni fa e quanta grandezza possono promettere altri giovani musicisti oggi. Ricordandoci il piacere e la responsabilità di una virtuosa continuità nel segno di Rossini.

foto Amati Bacciardi


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