L’Ape musicale  

rivista di musica, arti, cultura

 

   

Il muro, cifra stilistica

di Michele Olivieri

L’emergenza sanitaria ci ha imposto un nuovo comportamento. Il teatro vive ancora di restrizioni, ma questo non significa sospendere ogni attività e non coltivare più gli interessi, necessita solo alternare le abitudini e fruirne in maniera differente. Grazie al web importanti proposte arrivano direttamente a casa dando così una solida mano alla cultura e un senso di aiuto per ciascuno di noi. Su RaiPlay è visibile, in streaming, il balletto Giselle a firma di Akram Khan con l’English National Ballet.

LIVERPOOL - Il convincente mezzo per generare interesse e trasmettere alle nuove generazioni le storiche coreografie resta ancora la memoria, ma i mutamenti che l’arte del balletto ci hanno abituati con la naturale evoluzione del tempo, ci propongono anche glorificazioni moderne della tradizione, mutamenti che si manifestano finanche con la creazione di opere nuove. Ne è il caso la versione di Giselle creata da Akram Khan (assistente Andrej Petrovic) per l’English National Ballet che ha visto in un’ottica differente le figure tradizionali con l’aggiunta di inedite atmosfere, nuovi virtuosismi, passi, resi possibili dai progressi dell’estetica, della tecnica e degli stili di danza, che da quello puro (il quale rimane ben vivo) viene proposto con un nuovo libretto ispirato nelle intenzioni all’originale, lasciando intatto il senso drammatico tipico dei balletti dell’Ottocento. Khan si impossessa del balletto romantico per eccellenza (assieme alla Syphide) e lo trasfigura, dandogli comunque un valore, pur capovolgendo l’ordine delle cose a cui siamo abituati, lasciando intatto l’intreccio, il pathos della vicenda e naturalmente l’immortalità del titolo. Tutti i grandi balletti romantici riescono oggi a vivere se l’equilibrio nello svolgimento dei conflitti, mediante musicalità, espressività, efficacia del gesto, risultato supportati da un linguaggio poetico di un passo tra il classico e il contemporaneo. Giselle naturalmente rappresenta costantemente il simbolo del potere del male, l’esaurisi dell’anima e il superamento finale che appartiene solo alla spiritualità, incarnando in un solo essere la ripetizione all’infinito del capolavoro. La morale rimale invariata, la danza uccide, ma fa anche rinascere, come del resto capita anche nell’amore e nella forza che esso trasmette. La storia tersicorea è quella della civiltà e dei costumi, ha attraversato tutti i popoli, tutte le religioni, ma Akram Khan con la sua revisione coreografica ci fornisce i migliori elementi per giudicare l’educazione al bello, e a quella capacità teatrale di creare tenendo alto il livello, rispettando le radici, non venendo mai meno alle riflessioni e agli studi sui nostri saggi antenati. Lo spettacolo in questione ha avuto il debutto mondiale nel settembre del 2016 al Palace Théâtre di Manchester con grande successo. Akram Khan ha voluto ambientare la sua Giselle in una comunità di operai migranti obbligati a lavorare in un’industria tessile, dove viene ben rappresentato lo scenografico muro che serve a separarli dai padroni. Giselle s’innamora di Albrecht, elemento del ceto ricco che si camuffa per poterla corteggiare. All’arrivo dei padroni, Albrecht riconosce la sua fidanzata Bathilde e cerca di nascondersi ma viene smascherato da Hilarion (facente parte degli esclusi) innamorato a sua volta di Giselle. Il padre di Bathilde costringe Albrecht a scegliere tra le due ragazze, lui ritorna da Bathilde, scatenando in Giselle una tale delusione che si tramuta in pazzia, portandola alla morte. I proprietari si ritirano al di là del muro, lasciando gli emarginati allo sbando, mentre Albrecht conscio della tragedia decide di condannare i padroni della fabbrica che viene abbandonata, come fosse un sarcofago sulle ceneri di Giselle e delle sue colleghe costrette a lavorare, alcune sino alla morte. Il secondo atto vede la figura di Myrtha, regina delle Willi, che qui diventano i fantasmi della fabbrica in cerca di vendetta per i torti subiti. Myrtha accoglie Giselle nel suo regno, ma quando Hilarion entra nella fabbrica per commemorare la scomparsa della fanciulla viene circondato dalle Willi che, chiedendo vendetta per la morte di Giselle, lo uccidono brutalmente. Albrecht come nella versione originale cerca di avvicinarsi a Giselle e i due innamorati si trovano così ricongiunti in quello spazio temporale compreso tra luce ed ombra. L’eroina decide di perdonarlo, salvandolo così dalla vendetta di Myrtha. Nel finale, Giselle rimane nel regno dei morti con le Willi ed Albrecht, ormai diventato parte degli emarginati, viene costretto a vivere afflitto da un senso di colpa cronico, rimanendo inglobato totalmente in tale stato negativo, inficiando la propria vita relazionale e sociale. La coreografia a livello tecnico ed espressivo risulta dotata di notevole forza fisica, di grande vigore, particolarmente terrena nelle forme, capace di ritrovare nei ritmi la quotidianità sociale dei giorni nostri. Il filmato è stato registrato al Liverpool Empire Theatre, il 28 ottobre 2017, l’English National Ballet, i cui ruoli principali sono stati affidati per l’occasione, con considerevole trasporto ai danzatori Tamara Rojo, James Streeter, Jeffrey Cirio, Stina Quagebeur, Begona Cao, Fabian Reimair, si avvale della generosa rivisitazione della partitura originale di Adolphe-Charles Adam da parte di Vincenzo Lamagna (l’orchestrazione è di Gavin Sutherland), eseguita dalla English National Ballet Philharmonic. La drammaturgia è firmata da Ruth Little e le luci da Mark Henderson, con la regia filmica di Ross MacGibbon. Una squadra d’eccellenza perché la revisione di Khan non riguarda solamente la musica e la coreografia ma è proprio l’ambientazione con i sentori dell’immigrazione, dello sfruttamento e della violazione dei diritti umani a portare lo spettatore ad una visione giselliana rivoluzionaria, in misura acclamata. Il muro è l’autentica cifra stilistica dell’allestimento, con i suoi rimandi, sinonimi, parallelismi e significati, non solo storici ed etici, ma anche artistici: Jorge Luis Borges scriveva che “Nulla è costruito sulla pietra; tutto è costruito sulla sabbia, ma dobbiamo costruire come se la sabbia fosse pietra”.

 


 

 

 
 
 

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