L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Roberto Bolle e Svetlana Zakharova

L’estasi di Giselle

 di Pietro Gandetto

Ritorna al Teatro alla Scala il sodalizio artistico di Roberto Bolle e Svetlana Zakharova, in una Giselle esemplare per sinergia, padronanza tecnica e incisività espressiva. Il corpo di ballo è ottimo comprimario. La direzione di Patrick Fournillier non convince fino in fondo.

MILANO, 14 ottobre 2016 - Amore e morte, una giovane contadina che s’innamora di un principe, muore di crepacuore, e da morta lo salva dalle vendicative Villi, fanciulle tradite in vita e trasformate in spiriti, che attirano gli uomini con la loro bellezza, costringendoli a danzare fino alla morte. In sintesi, una storia d’amore tormentata. Gli ingredienti per il successo ci sono tutti, ma sono tanto semplici, quanto semplice è il rischio di cadere nel banale e nel deja vu.  Allora cosa rende Giselle uno dei balletti romantici più celebri al mondo? Anzitutto la coreografia. E poi, ovviamente gli interpreti.

Come disse la stessa Yvette Chauviré - la più celebre étoile francese, oggi novantanovenne,  la cui versione, messa in scena alla Scala nel 1950, è qui riproposta - “il virtuosismo di Giselle consiste nel rendere invisibile la tecnica. Ho studiato ogni possibile evoluzione coreografica, le entrate e le uscite di scena e i “tempi morti” - se cosi posso dire - tra i diversi enchaînement, il fluttuare degli arabesque e la posa respirata delle braccia. Quando danzavo, la mia ossessione era quella di far dimenticare la carnalità dei piedi, sempre troppo umani, ai quali bisognava dare 'l’apparenza di un respiro'.”

Se questo è il nucleo concettuale della Giselle di Chauviré, Svetlana Zakharova ha portato a casa un altro trionfo. La danzatrice ucraina, icona di stile ed eleganza esecutiva, autografa una perfomance di alto livello. Alla frivolezza e leziosità terrena del primo atto, si alterna un’elevata forza drammatica nella scena della pazzia, per poi esprimere, con ineffabile delicatezza, l’amore spirituale nel magico mondo delle Villi.

Zakharova volteggia sul palco come un petalo che cade sull’acqua. Interprete matura, ora ingenua ragazzina, ora donna consapevole, ora amante tradita, ora spirito ineffabile. Come una Violetta della danza, la sua Giselle sperimenta la luce della vita terrena per poi destreggiarsi il buio onirico del regno degli spiriti.  Radiosa di femminilità, l’étoile del Bolshoj è sempre sottile ed eterea.  Un’espressività innata che prescinde dalla tecnica: la posa delle braccia, il movimento delle dita, l’espressione del volto e quel modo così sofisticato, ma umano, di muoversi, che trionfa sulla forza di gravità, privilegio dei ballerini di alto rango.

La coppia Bolle-Zakharova stupisce ancora per la perfetta e consolidata sinergia.  Roberto Bolle, sul quale ogni commento si ridurrebbe a un ridondante elogio, è un Albrecht di eccellente musicalità, totale padronanza del corpo e del movimento; regala un’esecuzione bilanciata negli aspetti tecnici, stilistici ed espressivi. La fierezza interpretativa e la pulizia dei movimenti sono intatti.

I trentaquattro entrechat dell’Atto Bianco strappano un incontenibile applauso a scena aperta. Ma ciò che stupisce non è tanto l’elevato numero di acrobazie (superiore a quello di molti celebri danzatori, che ne eseguono circa 10), quanto la modalità esecutiva delle stesse, eseguite grazie alla sola forza delle gambe e con le braccia perfettamente aderenti al corpo.

Venendo al resto del cast, la coppia di contadini, rappresentata da Vittoria Valerio e Antonino Sutera, non convince fino in fondo. Eccessivamente leziosa lei e poco espressivo lui. Marco Agostino è visivamente appagante nel ruolo del cattivo guardacaccia Hilarion. Autorevole la Myrtha di Virna Toppi.

Il Corpo di Ballo del Teatro alla Scala, orfano del dimissionario direttore Mauro Bigonzetti, incanta il pubblico con sincronie, geometrie e omogeneità di intenti interpretativi, soprattutto nell’ensemble delle Villi del secondo atto.

La conduzione del Maestro Patrick Fournillier, assiduo frequentatore della musica francese di fine Ottocento, è fluida, attenta alle esigenze della danza, e aderente agli slanci romantici della partitura. Quel che però è mancata è stata la dovuta modulazione delle dinamiche, sempre tendenti al forte e al mezzoforte, e la ricerca di toni meditativi e soffusi, soprattutto nei finali più elegiaci delle scene del secondo atto.

Il teatro è pieno e il pubblico non si risparmia, con circa venti minuti di applausi con picchi di euforia per le due étoiles.

In scena fino al 28 ottobre, con altri cast. Un appuntamento da non perdere, che speriamo di ritrovare la prossima stagione. Perché le cose davvero belle non stancano mai.

foto Brescia Amisano


 

 

 
 
 

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