L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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È sogno o realtà?

 di  Andrea R. G. Pedrotti

Grande affluenza di pubblico e meritato successo per Cenerentola, il balletto con musiche di Prokof'ev nella coreografia di Frédéric Olivieri interpretata da allievi ed ex allievi dell'Accademia di danza del Teatro alla Scala di Milano.

BRESCIA, 25 novembre 2018 - Com’è noto, e mi è capitato di ricordare in più occasioni, la danza non è un genere che si può imparare ad apprezzare; al massimo lo si può studiare, lo si può conoscere, ma esso è riservato a chi apprezzi la comunicazione non verbale (che costituisce comunque atto linguistico), una concezione sostanzialmente onirica e intangibile dell’esistenza; a chi abbia ancora un animo pervaso dalla fantasia, un animo –perché no?- un po’ borderline. Se ci si abbandona abbandona a questa forma d’arte, pervasa d’elegante femminilità, la si gode nella sua interezza, altrimenti appare difficoltoso, se non impossibile, passare il vallo che ci separa dalla realtà, al mondo fanciullesco dell’immaginazione e del naturale senso del gioco.

Logicamente una forma artistica come questa non poteva esimersi dall’attingere la stragrande maggioranza dei soggetti dal mondo delle fiabe. Cenerentola è una fra le più celebri che si conosaono, anche grazie alla visione buonista (a oggi la versione più nota) che di essa ci ha tramandato la cinematografia Disney.

Tutti noi abbiamo conosciuto questa vicenda da bambini, quando il nostro animo era, per la maggior parte dei casi, differente, ma facciamo ora un esperimento e traduciamone la trama in un linguaggio che non conosce sogno, fantasia e gioco: “giovane donna di buona famiglia segregata per anni in casa dalla seconda moglie del padre naturale morto in circostanze poco chiare. Negli ultimi quindici anni la ragazza è stata costretta dalla madre putativa e dalle sorelle acquisite a innumerevoli violenze psicologiche, segregazione coatta e umiliazioni fisiche. La suddetta giovane riesce a fuggire di casa per partecipare a un evento mondano, si invaghisce di un aristocratico feticista, il quale, secondo le testimonianze di Jacob Ludwig Grimm e Wilhelm Karl Grimm (integerrimi accademici di filologia e linguistica), avrebbe convinto, dietro la promessa di denaro e potere, numerose ragazze a mutilarsi le estremità inferiori, pur di appagare la parafilia maniacale del suddetto aristocratico. Da ultima egli riesce a ritrovare la giovane donna incontrata all’evento mondano, la quale, una volta ottenuto il denaro e il potere che l’uomo andava offrendo, questa volta secondo la testimonianza di Giambattista Basile (rispettabile letterato campano), traumatizzata dalle vessazioni subite negli anni precedenti, manifesta evidenti segni di disordine mentale. Purtroppo, in un raptus, la ragazza decide di decapitare in una cassapanca la matrigna di turno. Ancora oggi va vaneggiando di zucche giganti, fate e folletti, confermando la grave schizofrenia che caratterizza il suo stato psichico”. La cronaca di Cenerentola è questa, non altra. Fa meno tenerezza, vero? Un uomo adulto che non ama la danza e che non è supportato dal codice lessicale nel decodificare il messaggio complessivo, privo di una qualsivoglia enciclopedia pregressa su Cenerentola, la recepirebbe in questo modo.

Nella produzione, commissionata dalla Fondazione Bracco e dalla regione Lombardia, andata in scena al teatro Grande di Brescia si è giustamente pensato di puntare sui temi fiabeschi, a partire dalle deliziose scenografie di Angelo Sala, che sembravano riprodurre le stampe presenti nelle raccolte di racconti per l’infanzia pubblicate nel XVIII e XIX secolo. Nell’abitazione di Cenerentola, matrigna e sorellastre ritroviamo un calderone per il fuoco, un tavolo per i lavori di casa e una scala che fa intuire che quella fosse una taverna destinata alla servitù. Molto bella l’idea di tramutare, mediante una rotazione della circonferenza, il lampadario della residenza reale in un orologio che mostrasse al pubblico l’inesorabile scoccare della mezzanotte. Efficace, allo stesso modo, l’effetto scenico della trasformazione della zucca in carrozza, ottenuto con un gioco di luci e un semplice movimento meccanico. Belli i costumi di Maria Chiara Donato, candidi o in tenui colori pastello per i personaggi tradizionalmente positivi, sgargianti per matrigna e sorellastre.

Conforme alle esigenze di una scuola di ballo, la coreografia di Frédéric Olivieri concede adeguato spazio a tutti gli interpreti. Drammaturgicamente non mancano riferimenti alla versione non epurata della fiaba, con la matrigna che strappa violentemente il ritratto della madre naturale dalle mani della figliastra, prima di ricoprire la fanciulla di cenere. La caratterizzazione dei personaggi è precisa e attinente alla tradizione. Convincono soprattutto la fata, quasi eterea nell’espressione e dolce nelle movenze e le meravigliose sorellastre (decisamente di bell’aspetto, a dispetto della tradizione disneyana), quest'ultime capaci di non perdere mai l’eleganza tersicorea, pur simulando la goffaggine e la sciatteria che esse dovevano conferire ai personaggi: sicuramente la loro è l’interpretazione teatralmente più convincente, ma al di sotto della loro maestà ritroviamo certamente una corte degna dell’istituzione (la Scala di Milano) che ha curato, con la sua scuola di ballo, la messa in scena.

Anche il libretto era scritto in maniera adeguata a una messa in scena che consentisse un susseguirsi di figure che mostrassero i progressi di danzatori di diverse età. Dobbiamo dire che, specialmente in principio dei due atti, taluni elementi tecnici risultavano leggermente slegati e preparati, all'aumentare del coefficente di difficoltà, a causa della dimensione ridotta del palco bresciano, che, allo stesso modo, obbligava gli interpreti a una certa attenzione, a dispetto della velocità di esecuzione, quando fosse necessario occupare la scena nella sua interezza, specialmente all’inizio del secondo atto.

Assistenti alla coreografia erano Leonid Nikonov, Paola Vismara, Tatiana Nikonova, Loreta Alexandrescu, Elisa Scala e Jean-Philippe Halnaut.

Al termine tutta compagnia ottiene un franco successo di pubblico, da parte di un Teatro Grande colmo come raramente accade di vedere anche in spettacoli lirici, sicuramente più nazionalpopolari, a vanto non solo degli interpreti, ma anche della città di Brescia, che si dimostra, ancora una volta, avanti a molte altre realtà italiane nella considerazione di questa forma d’arte.

Lo spettacolo è stato realizzato con il contributo di allievi ed ex allievi dell’Accademia di danza della Scala di Milano. Truccatori, parrucchieri teatrali, parruccai e fotografi di scena erano tutti provenienti dalle maestranze del massimo teatro meneghino.

Unico neo della produzione, l’assenza dell’orchestra, sostituita da una base registrata con le musiche di Prokof'ev, e la mancata comunicazione dei nomi degli interpreti.

foto Reporter Favretto