L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

 

 

 

 

Lo specchio della Crociata

 di Roberta Pedrotti

R. Wagner

Parsifal

Vogt, Pankratova, Zeppenfeld, McKinny, Grochowski, Lehner

direttore Hartmut Haechen

regia di Uwe Eric Laufenberg

orchestra e coro del Festival di Bayreuth

Baryreuth, 2016

2 DVD Deutsche Grammophon 00440 073 5350, 2017

Non si può dire che Friedrich Nietzsche abbia preso bene il Parsifal, nel quale ravvisava una perniciosa conversione dalla vitale volontà di potenza degli eroi del mito alla pietà di un cristianesimo amico dei più deboli. Chissà cosa mai avrebbe detto di quest’ultima produzione del Festival di Bayreuth, che tocca senza mezzi termini e senza sconti il nervo scoperto dei conflitti religiosi nel mondo attuale? Montsalvat, luogo simbolico dell’anima, dalla Spagna della leggenda si fa infatti concretissimo nel Medio oriente di oggi, culla dei grandi monoteismi, terra d’eterni e insanati conflitti. Qui, in una chiesa diroccata rifugio di profughi e sfollati, l’ordine del Graal celebra i suo riti, ispirati a un cristianesimo al limite del fanatismo e dell’idolatria, in cui Amfortas veste i panni del crocifisso e offre il suo stesso sangue per il sacrificio eucaristico. Speculare è il mondo del rinnegato Klingsor: l’architettura del tempio si veste di tessere azzurre di mosaico e decori moreschi, la fonte battesimale si converte in un bagno turco, le Fanciulle-fiore in chador sveleranno le nascoste sensualità di paradisiache Uri. Parsifal, puro e ingenuo, attraversa entrambi i rigori e i fanatismi, ascesi e sensualità che portano, però, sempre alla violenza, a vestire ora una mimetica occidentale, ora il nero dei foraign fighters dell’ISIS. Infine, al suo ritorno, Montsalvat non apparirà assediata dal deserto, bensì dalla Natura, mentre il tempio si consuma dall’interno, Gurnemanz è infermo, la sua pelle e quella di Kundry paiono aggredite da una pestilenza, morto Titurel Amfortas soccombe alla pressione: tutto è polvere e gli oggetti branditi da chi gli chiede di compiere il rito (simboli di culti diversi, croci e menorah, rosari, madonnine di Lourdes, emblemi e amuleti i più disparati) gli paiono niente più che vuoti, oppressivi feticci. Il puro folle, fatto sapiente dall’esperienza, porta la libertà, il ritorno all’Eden in cui intrevediamo figure nude danzare sotto una cascata; sotto gli occhi dell’anziana Kundry, oppressa dal peccato, colpevolizzata schiavizzata ed emarginata nel regno del Graal e in quello di Klingsor, all’ombra della croce e della mezzaluna, Parsifal invita finalmente donne libere, in vesti semplici e quotidiane, a unirsi in un nuovo cammino. I simboli delle religioni giacciono nel feretro di Titurel mentre il tempio di scompone, si sfalda, viene abbandonato dal popolo che cammina verso la luce. Redento dall’oppio dei popoli e consapevole di sé stesso.

L’idea del regista Uwe Eric Laufenberg è decisa, estrema, ma né provocatoria né gratuita, elaborando, piuttosto, con occhio moderno sia la doppia natura militate e monastica dei cavalieri del Graal sia il rapporto con Klingsor (che non è un alieno, ma proviene dalla stessa radice) sia, infine, l’eterna ambiguità e subordinazione di Kundry/la Donna nei due universi. La soluzione, la redenzione spirituale giunge qui come nel mito attraverso un rinnovamento, solo che esso consiste in una purificazione radicale dalle divisioni, dai conflitti, dai fanatismi, dagli idoli. Il riferimento contemporaneo è potente, ma comunque stilizzato senza ammiccamenti o cedimenti a violenza ed erotismo sopra le righe. Anzi, il realismo sa farsi realismo magico sia nell’uso delle proiezioni e delle luci sia nel trionfo di una lussureggiante, sovradimensionata e fiabesca vegetazione nel terzo atto.

Uno spettacolo bello e intelligente, dunque, assai ben recitato e pronto a far discutere, come dimostrano anche le accoglienze controverse riservate al regista e ai suoi collaboratori e non celate nel DVD, fedele testimone di una miscela di approvazioni e dissensi finali.

Benché la produzione fosse stata accompagnata dalle polemiche legate all’abbandono del podio, a un mesetto dalla prima, del previsto Andris Nelsons, il risultato musicale non delude e Hartmut Haenchen si impone come un validissimo sostituto, capace di ammantare la partitura di una sorta di dolcezza levigata quanto intimamente dolorosa, malata. Ciò conferisce anche alla concretezza del realismo e dell’attualità una sorta di filtro che interiorizza l’intera vicenda come un percorso di formazione di Parsifal, prima di tutto un suo cammino psicologico di esperienza e consapevolezza fra due opposti così simili da venir superati insieme con un nuovo ideale di pace. Il timbro chiaro, l’intenzione adolescenziale più che eroica di Klaus Florian Vogt si confanno a meraviglia a questa visione, che culmina in un terzo atto sereno e convincente. D’altro canto la potenza di Elena Pankratova conferisce a Kundry una forza primordiale magari non particolarmente sfaccettata, ma efficace nel delineare una figura simbolica universale e non impermeabile, comunque, all’eterno, ambiguo dolore in cui è confinata. Degno di nota sicuramente l’Amfortas molto ben caratterizzato da Ryan McKinny, sfruttato come un’icona di espiazione, svuotato, disilluso. Bene anche l’autorevole Klingsor di Gerd Grochowski, il pacato Gurnemanz di Georg Zeppenfled e via via tutto il cast, dal Titurel di Karl-Heinz Lehner a tutti i cavalieri (Tansel Akzeybek, Timo Riihonen), scudieri (Alexandra Steiner, Mareike Morr, Charles Kime e Stefan Heibach), Fanciulle-fiore (Anna Siminska, Katharina Persicke, Mareike Morr, Alexandra Steiner, bele Kumberger, Ingeborg Gillebo) e la voce dall’alto di Wiebke Lehmkuhl.

L’orchestra e il coro di Bayreuth sulla carta sono una garanzia, all’ascolto non sono routine ma arte e di questo li ringraziamo, così come rensiamo merito alla Deutsche Grammophon per la cura sempre ottima sotto il profilo tecnico, grafico e dei contenuti (peccato che al solito manchino i sottotitoli in italiano, però).

Sarebbe stato sodisfatto anche Nietzsche? Del superamento deciso delle religioni forse sì, di quello dei conflitti decisamente meno, ma l'allontanamento fra Richard e Friedrich è fatale, eterno come può esserlo il messaggio di Parsifal, sottile e metamorfico fino all'attualità.