L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

 

 

 

anna netrebko

La zarina dell'opera

 di Pietro Gandetto

La superdiva Anna Netrebko ritorna alla Scala con La traviata di Liliana Cavani e Nello Santi. Un trionfo incondizionato nell'ambito di una regia e una concertazione che scontano alcuni limiti.

Milano, 11 marzo 2016 -  Di questa Traviata alla Scala ormai si è scritto e detto un po’ di tutto. C’è chi dice che la regia di Liliana Cavani sia vecchia, che Nello Santi stacchi tempi lenti, chi critica Anna Netrebko dicendo che ha i fiati corti e chi invece la divinizza come se fosse il Messia sceso in Terra. La verità è che il popolo della rete, che a dicembre era tutto pucciniano e criticava la Butterfly santambrogiana prima versione (credendo che ve ne sia una definitiva), ora è tutto verdiano ed esperto di trilogia popolare. Stranezze.

Quel che però è certo è che, dalla prima del 28 febbraio fino a queste ultime recite, non si fa che parlare di lei, la superdiva Anna Netrebko, che, dopo circa dieci anni dal debutto salisburghese nel ruolo di Violetta, lo ha ripreso qui a Milano, nelle recite del 9, l’11 e il 14 marzo 2017. Perché tutti ne parlano? “Beato quel popolo che non ha bisogno di eroi” risponderebbe Bertold Brecht. In realtà tutti i popoli ne hanno bisogno, per divinizzarli e poi distruggerli a seconda dell’epoca e delle esigenze contingenti, con o senza ragione.

Nel caso di Anna Netrebko, però, la fama è tutt’altro che immeritata e anzi guadagnata dalla prima all’ultima nota. Quarantacinque anni, origini cosacche, esordi al Teatro Mariinsky di San Pietroburgo, dove fu notata dal Maestro Valery Gergiev, Anna Netrebko è protagonista di una carriera internazionale che in breve tempo la eleva nell’Olimpo dell’opera, ottenendo un trionfo dopo l’altro in tutti i maggiori teatri del mondo. Dagli anni 2000, la stampa le riserva le attenzioni di una diva e lei ricambia, facendo di sé stessa una star dei social, oltre che, ovviamente, una grande artista. Avvenente, brava e indubbiamente simpatica. Lo si vede da come si rivolge ai fan alla fine delle recite, da come saluta il pubblico durante gli applausi e anche dal suo profilo Instagram, dove il soprano russo è molto attivo non solo per ciò che riguarda il canto, ma documentando anche i momenti più intimi della sua vita quotidiana, che la vedono spesso intenta nella sua altra grande passione, lo shopping.

Il palmares scaligero di Anna Netrebko comprende due aperture di stagione, quella del 2011 con Don Giovanni e quella del 2015 con Giovanna D’Arco ( leggi le recensioni: Giovanna d'Arco, 07/12/2015 e Giovanna d'Arco, 21/12/2015) e sta per essere arricchito con Andrea Chénier il prossimo 7 dicembre. A Sant’Ambrogio, la vedremo sul palco della Scala in coppia col marito, il tenore azero Yusif Eyvazov, suo compagno di vita e di scena.

Pensando di scoprire l’uovo di colombo, qualcuno dice che rispetto alla Traviata di Salisburgo del 2005 la voce del soprano è cambiata. E menomale, direi: a dispetto dei detrattori, è cambiata in meglio. Che canti fortissimo o pianissimo, in piedi o sdraiata, rivolta verso al pubblico o di spalle, la timbratissima e ricchissima voce di Anna raggiunge ogni pertugio del Piermarini, infondendo nella sala un suono radioso e vellutato. Il palcoscenico è tutto suo e quando apre bocca, gli altri non esistono più (prerogativa di pochi big). Capace di svettare con naturalezza nei passaggi belcantistici del primo atto ("Ah, se ciò è ver fuggitemi", per esempio, dove conserva intatta la leggerezza e l'intonazione dei suoi esordi), così come di dare spessore drammatico a ogni frase e accento (come nel confronto con Giorgio Germont o quando è umiliata da Alfredo nel secondo atto).

Scenicamente, il soprano russo forgia il ritratto più autentico di una giovane donna la cui tragedia è quella di aver avuto tutto dalla vita, tranne l'unica cosa a cui tenesse veramente: invecchiare insieme al suo amato Alfredo.  Si pensi appunto ai momenti più melanconici come il "croce e delizia al cor". O si pensi, soprattutto, al gran finale dove Violetta non è la solita tisica esanime, vittima della vita, ma una guerriera, una grande eroina che non vuole rassegnarsi alla morte. "Se una pudica vergine" è sussurrato con una innocente e commuovente dolcezza e l’acuto conclusivo "Oh gioia", prima di cadere a terra e morire, resterà impresso come momento topico del teatro musicale contemporaneo per la forza e la fierezza conferite alla scena.  Se volete capire la differenza tra chi fa la primadonna e chi è una primadonna, questa Traviata è una buona occasione.

Poiché quando si canta come si deve, il resto conta, ma meno, i limiti della regia e della concertazione, di cui si è detto (leggi la recensione della prima), passano in secondo piano.  Per il resto del cast, si fa riferimento a quanto già osservato per la prima: Francesco Meli è un grande Alfredo, pur con una progressiva minor comodità nell’acuto. Leo Nucci: chapeau, ma visto che i baritoni bravi non mancano, piacerebbe vederne anche altri alla Scala. Nel comprimariato, si confermano l’ottima Annina di Chiara Tirotta, il brillante e puntuale Marchese di Abramo Rosalen e la perita Flora Bervoix di Chiara Isotton. Scenicamente privo di carattere il Douphol di Costantino Finucci. Coro e orchestra in forma smagliante, anche se in certi momenti ognuno va un po’ per i fatti suoi, in assenza di una guida sicura.

Tutto sold out, addirittura uno strano signore in prima fila sostiene di aver acquistato anche il posto a fianco – vuoto – e inveisce contro chi tentava di sedervisi, vedendolo libero (sic!). Scala piena di francesi e di russi, corsi a sostenere la loro Anna. Una serata da ricordare.