L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Anja Harteros e Jonas Kauffman

"L'ha rovinato il leggere"

 di Andrea R. G. Pedrotti

Andrea Chénier appare per la prima volta nel massimo teatro Bavarese in una produzione tanto avvincente quanto profonda nell'analisi e nei contenuti. Strepitosi sulla scena Jonas Kaufmann, Anja Harteros, Luca Salsi e tutti gli interpreti, sostenuti dalla concertazione smagliante di Omer Meir Wellber e dall'intelligente regia di Philipp Stölzl.

MONACO di BAVIERA, 18 marzo 2017 - “L'ha rovinato il leggere”: con queste parole la Contessa di Coigny commenta il comportamento di Gérard, lagnadosi stizzita. “L'ha rovinato il leggere” si direbbe essere l'unica critica che si possa muovere nei confronti della Bayerische Staatsoper, specialmente in una serata come quella del 18 marzo 2017, durante la quale, fra le mura di uno dei simboli della terra di Ludwig I, prendeva vita un memorabile momento di teatro musicale. Tutto ha funzionato alla perfezione, nulla che non valicasse l'assoluta eccellenza mondiale, nulla che non potesse donare al pubblico, trepidazione emozione ed entusiasmo.

“L'ha rovinato il leggere” è una frase simbolica di ciò che guidava l'animo sia del poeta Andrea Chénier, sia di Carlo Gérard: un'utopia che veniva dal grande pensiero illuminista, fuoco scatenante della rivalsa della borghesia sull'aristocrazia. Un fuoco positivo, utopico, nelle parole dei filosofi e un fuoco di rabbia popolare degli oppressi, sfruttati da pochi, scatenando i fiumi di sangue del terrore giacobino. “Tout est bien sortant des mains de l'Auteur des choses, tout dégénère entre les mains de l'homme.” ["Ogni cosa è buona quando esce dalle mani del Creatore, tutto degenera nelle mani dell'Uomo"] diceva Jean-Jacques Rousseau. L'uomo non può godere di una morale collettiva, poiché essa è individuale e non, appunto, collettiva, concetto che un altro grande pensatore dell'âge des lumières, Immanuel Kant, seppe riassumere con la sua frase più celebre: “Der bestirnte Himmel über mir und das moralische Gesetz in mir” ["Il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me"]. In Andrea Chénier l'unico personaggio veramente morale è proprio il protagonista maschile, un poeta. Siamo nell'epoca in cui cominciava a essere diffuso il sapere, se ne sentiva il bisogno, Diderot e D'Alembert avevano da poco pubblicato la loro Encyclopédie: un poeta come André Chénier vive di un ideale etereo e mantiene il suo animo puro fino al martirio, mentre un uomo come Gérard cade vittima degli eventi, autentico sconfitto dell'opera, pur senza perire come Chénier e Maddalena.

Tutto il contenuto ideologico, ideale e storico delle vicende rivoluzionarie francesi era presente nella produzione di Monaco di Baviera. Il regista Philipp Stölzl ha, infatti, interpretato l'opera di Umberto Giordano senza tralasciare alcun dettaglio. La scena vuole rappresentare tutti gli ambienti in cui si compiono gli intrecci di eventi che porteranno alla morte per decapitazione i due protagonisti. I palazzi vengono sezionati, a figurare un autentico spaccato non solo dell'evento fine a se stesso, e consentendo di tener ben d'occhio l'azione in tutti i suoi aspetti, ma offrendo anche una visione chiara della società francese, dallo scatenarsi della Rivoluzione fino al Terrore. 

Nel primo quadro i locali del palazzo di Coigny sono posti su due piani: sopra il fasto e l'opulenza dell'aristocrazia, nel seminterrato, al freddo e all'umidità, la servitù e quel popolo che fu il braccio dei giacobini. Al piano superiore si celia mentre viene intonato il bucolico canto “O Pastorelle, addio, addio, addio!”, la scena si scosta leggermente e, sulla destra, prende vita una piccola recita (con tanto di macchine attivate manualmente dalla servitù al piano inferiore).

L'atmosfera muta nel secondo quadro, quando si consuma la Rivoluzione: l'Abate (poco prima intento a gozzovigliare con i nobili) viene impiccato in piazza, nei piani laterali troviamo i locali dove Gérard (da domestico a uno dei capi della rivoluzione) attende che l'Incredibile gli consegni il poeta, mentre Chénier si nasconde a un piano inferiore, e lì incontra l'amico Rocher.

Fra i vari ambienti anche un postribolo, dove ritroviamo la mulatta Bersi, che aiuta effettivamente Chénier a fuggire, lo conduce nella piazza che poco prima aveva visto l'impiccagione dell'Abate, ma, celandolo nelle fogne (questo è uno dei fondamentali dettagli della regia di Philipp Stölzl), lascia intenzionalmente discosto il tombino d'accesso, quasi a far sospettare che la brutalità della Rivoluzione le abbia fatto perdere la “legge morale” in essa originaria e che in una lotta fratricida e animalesca una vita umana abbia assunto il valore di pochi denari, o, addirittura d'un pezzo di pane. L'inseguimento di Gérard (che lascerà fuggire il rivale per la sua Maddalena) ai danni di Chénier è avvincente e si anima su tutta la scena: le guardie cercano di sparare all'interno delle fognature e, nel sottosuolo, imperversa la lotta fra due rivali in amore.

Il terzo quadro è forse il più coinvolgente: per accedere al tribunale rivoluzionario (anch'esso rappresentato in sezione) è necessario salire una ripida scala (uguale a quella che si utilizzava per entrare nel palazzo Coigny), dove appare la vecchia Madelon, l'Incredibile richiama Gérard e Maddalena si offre a lui per aver salva la vita di Andrea Chénier. Qui la scena più commovente: mentre Maddalena intona "La mamma morta”, la stanza si discosta leggermente e appare una stanza del castello ove la fanciulla visse la sua giovinezza, con la madre, l'anziana contessa di Coigny riversa pugnalata, esattamente nella posizione (appoggiata sulla schiena e il braccio sinistro abbandonato verso terra) del Marat di David, a riprova del profondissimo studio storico alla base di questa regia.

La tensione emotiva del terzo quadro non cessa e con impareggiabile abilità dei tecnici del teatro, tutto l'impianto scenico scompare e avanza (al tempo della solenne marcia proveniente dalla buca) la parete dal fondo e gli scranni dai lati: il popolo furioso inveisce contro Chénier, reo di aver “detto male della Rivoluzione”, mentre Maddalena è confusa fra gli esagitati che lanciano verdura all'indirizzo del poeta. Qui Chénier canta l'aria “Si, fui soldato”, brandendo una bandiera francese (fino allora stretta fra le mani del Sanculotto), stracciato e lordo di sangue.

Quarto quadro: la prigione di Chénier, prossimo alla condanna a morte al centro, in basso, sulla sinistra l'ingresso alle segrete. Al piano superiore la ghigliottina, mediante la quale verrà reciso (sul palcoscenico) il capo al poeta e alla donna amata, fra l'entusiasmo della folla parigina.

Un discorso a parte, riguardo questa regia, lo merita il personaggio di Mathieu, il sanculotto: una figura irreale a sanguinaria, quasi una maschera di morte. Egli rappresenta il terrore e la parte violenta, negativa della rivoluzione, avida di vittime e di sangue. Visivamente ricorda il protagonista di L'Homme qui rit, come il protagonista del romanzo di Hugo è un disadattato, nemico della nobiltà, lombrosianamente rivoltante, reagisce con la pure crudeltà. Il trucco del viso rammenta il Jocker di Batman (in effetti ispirato visivamente a Gwynplaine di L'Homme qui rit), ma non ha un fine di ricchezza o di potere, solo morte e terrore (siamo nel 1794  dopotutto), egli è il Terrore. Questo erano i Sanculotti, i rivoluzionari più accesi e intransigenti: nel primo quadro aleggia, nel secondo appare sempre più protagonista, nel terzo manovra attorno al tribunale e fomenta la rabbia, ne quarto tortura compiaciuto Chénier con un pugnale. Bellissima e terrificante la sua immagine sempiternamente sorridente, mentre lucida amorevole e affettuoso l'inesorabile lama della ghigliottina, proprio nel momento in cui Chénier e Maddalena intonano il duetto “Vicino a te s'acqueta”. È sempre il sanculotto ad alzare soddisfatto la testa di Chénier per mostrarla al popolo festante accorso ad assistere all'esecuzione.

Tutti perdono e nessuno vince: Gérard è sconfitto, mentre Chénier e Maddalena sono martiri della rivoluzione e la loro utopia si spegne al pesante cader dell'affilata carezza di poesia ideata dal dottor Joseph-Ignace Guillotin.

Non era possibile sperare nulla di meglio, riguardo la parte musicale. Jonas Kaufmann (Andrea Chénier) si è, ancora una volta, confermato uno dei più grandi artisti della contemporaneità (non solo limitandoci al mondo della lirica). Il carisma del tenore tedesco è dirompente, almeno quanto le sue straordinarie capacità attoriali. L'improvviso “Un dì all'azzurro spazio” strappa al pubblico uno spontaneo, quanto fragoroso applauso, ma ancor più convincente è la sua esecuzione dell'aria del terzo quadro “Si, fui soldato”, durante la quale egli palesa le migliori qualità di fraseggio: intenso, passionale e coinvolgente.

Non è da meno la strepitosa Maddalena di Anja Harteros, eccellente per tutta l'opera, ma che palesa una grandezza assoluta d'artista nell'esecuzione di una “Mamma morta” memorabile. Il soprano tedesco è eccezionale per naturalezza d'emissione, legato e fraseggio. È l'interpretazione a far la differenza, grazie alla sua struggente lettura della linea musicale, che rende impossibile non provar emozione persino all'animo più arido.

Accanto ad Andrea Chénier e Maddalena di Coigny, troviamo, come Gérard, un eccellente Luca Salsi, ottimo attore, interprete partecipe e vocalmente all'altezza dei più grandi interpreti storici del ruolo. Il baritono è bravissimo nel domare l'intero monologo del terzo quadro “Nemico della patria?!” in tutta la tessitura, fino all'estremo acuto, conferendo al fraseggio un'intensità tale da strappare anch'egli un convinto ed entusiasta applauso del pubblico.

Un menzione speciale va alla Madelon di Elena Zilio (festeggiata quanto i protagonisti al termine dell'opera), che porta sulla scena, un personaggio inteso partecipe, passionale e vocalmente ineccepibile.

Di altissimo livello tutti i comprimari a partire dalla mulatta (al pari della cantante) Bersi (J'Nai Bridges), la contessa d' Coigny (Doris Soffel), Rocher (Andrea Borghini), Pierre Fléville (Krešimir Stražanac), Fouqier-Tinville (Christian Rieger), il Sanculotto Mathieu (Tim Kuypers), l'Abate (Ulrich Reβ), Kevin Conners (Incredibile), Maestro di casa/Schmidt (Anatoli Sivko) e Dumas (Kristof Klorek).

Forma smagliante per la Bayerisches Staatsorchester, guidata dalla sapiente bacchetta di Omer Meir Wellber, che, con questa produzione, si conferma concertatore almeno parigrado dell'Olimpo dell'eccellenza internazionale. La sua lettura di Andrea Chénier è tecnicamente ineccepibile e intellettualmente profonda, a riprova dell'assoluta necessità di un ampio retroterra culturale per ricoprire al meglio il ruolo di Musikalische Leitung. La partitura di Giordano è di difficile interpretazione e può apparire slegata in più punti, ma questo non accade grazie alla linea musicale di Omer Meir Wellber, che conferisce fluidità, pathos e intensità a ogni nota, mai indipendente l'una dall'altra, esattamente come le vicende storiche raccontate. Splendido, al termine del primo quadro, l'attacco della gavotta, dopo la scenata di Gérard alla festa della contessa di Coigny. Non è un attacco flebile e salottiero, ma intenso e vibrate, presagio della rivoluzione e seguito della tensione precedente. Tutto è eseguito a un livello interpretativo che non ricordavamo prima d'ora. Il finale del secondo quadro lascia aperti i dubbi sul seguito, grazie a una chiusa che sottintende quanto il dramma abbia ancora da compiersi. Il dramma della “Mamma morta” è affrontato trasformando in velluto gli archi, con un uso magistrale delle pause. Il processo a Chénier è intenso e la marcia che lo precede è solenne e inesorabile. Sono eccezionali le ultime battute: dopo il duetto “Vicino a te s'acqueta” fra Maddalena e Andrea Chénier il suono diviene più soffuso, senza mai perdere d'intensità, prima che la grandiosità degli accordi conclusivi prenda il sopravvento quasi a indicare un sublime martirio del poeta della donna amata. Strepitosi gli ottoni e gli archi che seguono alla perfezione le indicazioni del concertatore. 

Pare scontato, ma è sempre bene ricordare un'altra eccellenza del teatro monacense, ossia il Chor der Bayerischen Staatsoper, compagine stupefacente per capacità vocali e attoriali, diretto al meglio dal m° Stellario Fagone.

Oltre al regista Philipp Stölzl, rammentiamo il suo aiuto, Philipp M. Krenn, Heike Vollmer, che ha coadiuvato Stölzl per la realizzazione delle scenografie, i costumi, splendidi e storicamente filologici, di Anke Winkler, le meravigliose luci di Michael Bauer. Drammaturgo di questa produzione era Benedikt Stanpfli.

Un testo da tener sempre presente, per la perizia e la precisione con cui è stato scritto, è il programma di sala della serata, ricco di riferimenti all'ambiente storico, filosofico e letterario della seconda metà del XVIII secolo. Tutti i saggi contenuti vanno letti con l'attenzione dovuta a tali qualità e profondità. All'interno della copertina sono riportate piccole biografie dei maggiori pensatori del '700 e le poesie di André Chénier, quello storico questa volta. Un'altra nota di merito sono le illustrazioni e la distribuzione gratuita nell'intervallo da parte di uno strillone in costume di un bollettino con le immagini delle stampe storiche dei protagonisti della Rivoluzione francese, oltre quelle degli Stati Generali del 5 maggio 1789, il giuramento della Pallacorda del 20 giugno 1789, la presa della Bastiglia del 14 luglio 1789, il ritorno dalla figa di Varennes dei Borbone regnanti e il massacro che avvenne fra il 2 e il 6 settembre 1792. Dalla Rivoluzione utopica, al Terrore reale.

Sull'altro lato del foglio cenni storici e il testo (in tedesco) della Déclaration des Droits de l'Homme et du Citoyen del 26 agosto 1789.

Quale chiosa conclusiva è bene ricordare che questa era la prima volta che Andrea Chénier andava in scena sul palco della Bayerische Staatsoper.

Se non si apprezza il teatro nazionale di Monaco di Baviera, tanto vale ricordarsi sempre una frase: “l'ha rovinato il leggere”.

 

foto © Wilfried Hösl