L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

 

 

 

 

 

 

il viaggio a reims

Il primo Viaggio romano

 di Stefano Ceccarelli

Il Teatro dell’Opera di Roma porta in scena, per la prima volta nella sua storia, Il viaggio a Reims di Rossini. La regia è quella dell’estroso Damiano Michieletto, già applaudita ad Amsterdam [leggi la recensione]: una fantasmagoria fra passato e presente. La raffinata direzione di Stefano Montanari ingentilisce la brillante partitura d’occasione. Il cast è disomogeneo ma taluni cantanti brillano: la Sicilia, Sâmpetrean, la Schiavo e la Goryachova. La serata è dedicata alla memoria del troppo presto scomparso Philip Gossett, senza di cui non avremmo potuto avere un Viaggio.

ROMA, 20 giugno 2017 – Per la prima volta al Costanzi approda Il viaggio a Reims di Rossini. La produzione è, quindi, destinata a entrare nella storia del teatro, attestando la buona pianificazione di una stagione finora ricchissima e ben studiata.

La mise en scène di un’opera come Il viaggio è destinata a essere assai ardua per chi vi si cimenti: il suo carattere di pièce eminentemente d’occasione (l’incoronazione di Carlo X di Francia nel 1825), che avrebbe potuto far scadere la composizione in un lavoro pomposo e effimero, con l’estrosa musica di Rossini diviene spunto per «una cantata monumentale, ultimo grande capolavoro italiano del compositore, destinata ad un cast di stelle che comprendeva il meglio che potesse offrire Parigi all’epoca» (B. Cagli, dal programma di sala): Damiano Michieletto, che sta assurgendo a sempre crescente fama, non ha certo il compito facile. A Roma ha ben fatto nel Trittico pucciniano, nella scorsa stagione. Michieletto, che si caratterizza per regie certamente istrioniche, non delude anche nel Viaggio: anzi, lo spettacolo romano ha nell’allestimento registico e scenografico probabilmente la sua punta di diamante. Michieletto trasforma la locanda del “Giglio d’oro” in una gallery d’arte: “Golden Lilium”. Madama Cortese è una manager in carriera (con tanto di I-Pad), così come Don Profondo: Melibea, Folleville, Belfiore, Libenskof, Sidney, Trombonok, Alvaro, Delia e Prudenzio sono tutti personaggi di quadri, sono opere d’arte viventi, letteralmente viventi. L’inventiva di Michieletto prevede anche tutta una serie di comparse ‘artistiche’, doppioni dei quadri che via via vengono portati nella galleria: al celebre autoritratto della Kahlo con le scimmie, corrisponde un’attrice così abbigliata; al ritratto goyano della duchessa d’Alba, v’è un attrice con un cagnolino finto, assai comico; grasse risate, poi, provengono dal pubblico all’apparire dell’appariscente travestito di Melancolía di Botero; così come all’attrice abbigliata da dama picassiana. Insomma, il tripudio dell’immaginazione, con slittamenti frequenti fra la realtà dell’immaginaria galleria e un mondo dell’assurdo in cui opera d’arte e realtà coincidono. A svelarci il senso della regia è il magnifico finale: tutti i partecipanti al viaggio divengono, pian pianino, durante il lungo elogio di Carlo caldamente cantato da Corinna, parte di un quadro che si deve anch’esso immaginare nella galleria “Golden Lilium”: si tratta di un quadro, celebrativo, di François Gérard, che descrive proprio il momento dell’incoronazione di Carlo X. In una moviola a effetto, i personaggi si dispongono come nel quadro del francese, d’impronta davidiana, e vengono lentamente sovrapposti dalla foto dell’originale proiettata: il coup de théâtre è incredibile, uno dei migliori momenti di teatro cui mi sia stato dato di assistere, mercé soprattutto l’abile uso delle luci. La regia di Michieletto, dunque, pur non essendo esente da qualche forzatura, scorre bene e regala momenti comicissimi, come il latrocinio dei vestiti di un ignaro visitatore da parte di Belfiore, l’animarsi a effetto del quadro cui sta lavorando Lord Sidney (qui un restauratore che, novello Pigmalione, s’innamora della sua ‘opera’) e il tentato bacio omosessuale fra Alvaro e Libenskof. Ma ci regala anche un momento di una delicatezza rara: sulle dolci note dell’entrée retroscenica di Corinna, vengono portate in scena tre ballerine abbigliate come le tre grazie, col corpo completamente dipinto di bianco, che si animano all’improvviso, danzano (in un’atmosfera fatata) e ritornano, dopo aver leggiadramente danzato, nella posa canoviana.

Anche la facies musicale è assai ben servita: Stefano Montanari ha mostrato al pubblico romano la sua tattile sensibilità rossiniana già in un Barbiere caracalliano di qualche anno fa. Nel Viaggio profonde tutto il suo raffinato senso del ritmo e del timbro autenticamente rossiniano dell’orchestra: i complessi romani lo seguono con talento. I tagli ci sono, ma intelligenti. Il cast dei cantanti, per necessarie ragioni (ricordo che originariamente era previsto un dispiego di talenti assolutamente e comprensibilmente inusuale in una normale produzione), è diseguale: fra i comprimari non v’è chi brilli realmente, molti venendo addirittura coperti dall’orchestra. Fra le prime parti, la Corinna di Mariangela Sicilia è forse la più applaudita, e per meriti: una voce abbastanza salda, fluida, chiara nel timbro, le permette di cantare suadentemente sia la cavatina retroscenica («Arpa gentil, che fida») sia l’elogio finale del novello incoronato («All’ombra amena»). Felice anche la Marchesa Melibea di Anna Goryachova, che ben mette al servizio di un personaggio infuocato la sua voce rotonda, squillante, omogenea: in tal senso, la polacca d’occasione («Ai prodi guerrieri») e il grande duetto paratragico con Libenskof ne sono ottimi esempi. Anche la Contessa di Folleville di Maria Grazia Schiavo canta deliziosamente, con colore, controllo delle fioriture e proiezioni acute, la sua aria di sortita, l’altrettanto paratragica «Partir, oh ciel! Desio». Francesca Dotto è una Madama Cortese dalla straordinaria recitazione e dall’acuto svettante, penetrante: peccato che, fin dalla cavatina, «Di vaghi raggi adorno», alle volte sia poco percettibile nella zona medio/bassa. Juan Francisco Gatell canta uno spigliato Belfiore, distinguendosi – al solito – per le eccellenti doti attoriali. Merto Sungu è lontano dal brillare nel ruolo del Conte di Libenskof: un’emissione nasale, sovente indietreggiata, tendente a ‘ingolarsi’, non aiutano i pretesi svettamenti eroici di cui il russo dovrebbe essere campione. Straordinario il Lord Sidney di Adrian Sâmpetrean: una voce rotonda, piena, squillante, brunita, svettante, gli consente di cantare ottimamente la parte e di strappare un sincero applauso alla fine della coreografica sua cavatina, «Ah! Perché la conobbi?». Del pari profonda è la voce di Don Profondo, Nicola Ulivieri: la tipica, comicissima, aria dell’elenco (con immancabile parodia delle diverse pronunce europee), gli riesce abbastanza bene – certo il russo di Ruggero Raimondi non si batte. Ragguardevole, soprattutto sul piano recitativo, il Barone di Trombonok di Bruno de Simone.

Il Teatro dell’Opera, in apertura di serata, non può non dedicare questa produzione al recentemente scomparso Philip Gossett, che concorse grandemente al recupero e restauro della partitura, com’è brillantemente narrato in quella che è una sorta di autobiografia (ora, purtroppo, anche ‘testamentaria’) della sua attività di musicologo: Dive e maestri. L’opera italiana messa in scena, com’è stato tradotto in italiano. Sarebbe stato, penso, fiero di vedere per la prima volta rappresentato a Roma Il Viaggio a Reims: chissà, forse gli sarebbe anche piaciuto tanto.

foto Yasuko Kageyama