L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Dalle tenebre, la musica

 di Luigi Raso

Napoli celebra i duecento anni di Mosè in Egitto e i centocinquant'anni dalla morte di Rossini con uno spettacolo musicalmente encomiabile grazie alla direzione di Stefano Montanari e alle voci di Alex Esposito, Carmela Remigio, Giorgio Giuseppini, Enea Scala. Statico all'eccesso e povero di idee l'allestimento scenico.

NAPOLI, 18 marzo 2018 - Nove opere – oppure dieci, considerando La gazzetta, scritta però per il Teatro dei Fiorentini – in sette anni: tante sono quelle composte da Gioachino Rossini per il San Carlo di Napoli. Gli anni napoletani (1815-1822) del pesarese costituiscono un periodo di ardita innovazione musicale (basti pensare al prodigioso atto III di Otello, 1816, allo sperimentalismo di Ermione, alle atmosfere protoromantiche della donna del lago, entrambe del 1819) sia per la poetica rossiniana sia per la (ri)definizione degli stilemi dell’opera seria ottocentesca: dopo Otello, Rossini progressivamente abbandona la sinfonia iniziale, dà maggiore plasticità musicale ai recitativi accompagnati.

Una “rivoluzione” musicale che, però, resta delimitata all’interno dei confini della capitale borbonica. Negli stessi anni, per le altre piazze musicali italiane – fortunatamente il contratto sottoscritto con Barbaja non prevedeva alcun vincolo di esclusiva – Rossini oserà meno che a Napoli, dove poteva disporre di una compagnia di canto che radunava tra i migliori artisti dell’epoca e di un’orchestra prestigiosa; il pubblico del San Carlo, poi, era considerato il più colto, evoluto ed esigente d’Italia. Un terreno ideale, quindi, per sperimentazioni musicali.

A Rossini, a Napoli, il tempo per frequentare salotti letterari – a cominciare da quello del Marchese Francesco Berio di Salsa, autore del libretto di Otello e di Ricciardo e Zoraide – per organizzare trasferte musicali a Roma e Milano, ma soprattutto per divertirsi, di certo non manca. Isabella Colbran, soprano madrileno, è la regina indiscussa del San Carlo, nonché l’amante di Barbaja: Rossini riuscirà a soffiarla al suo impresario per poi sposarla e scrivere per lei nove capolavori rappresentati in prima assoluta al San Carlo, modellando le tessiture delle eroine femminili sulle sue corde vocali, probabilmente già sul crinale discendente di un repentino declino. Nel 1822, con Zelmira, il settennato rossiniano a Napoli si chiude; nel 1823, con la Semiramide alla Fenice di Venezia si chiuderà la carriera italiana del pesarese.

Parigi lo attende. Tuttavia gli echi degli anni napoletani si sentiranno anche nella capitale francese. Nel 1826 sarà un’opera napoletana, Maometto II, a costituire l’ossatura per Le siège de Corinthe; identica sorte toccherà, l’anno successivo, proprio al Mosè in Egitto: all’Académie Royale de Musique andrà in scena, infatti, Moïse et Pharaon, ou Le Passage de la mer Rouge.

Per le celebrazioni dei centocinquanta anni dalla morte di Rossini (13 novembre 1868) la scelta del San Carlo è dunque giustamente caduta su Mosè in Egitto, rappresentato nella Quaresima del 1818 e poi riproposto l’anno successivo, rimaneggiato, e con l’aggiunta della celebre preghiera "Dal tuo stellato soglio".

“Azione tragico-sacra” in tre atti, il Mosè in Egitto, rivela una struttura con evidenti influenze oratoriali, nella quale al coro è assegnato un ruolo preminente, anticipatore dei cori verdiani di Nabucco e dei Lombardi, rispettivamente del 1842 e del 1843. Ma Mosè in Egitto è soprattutto opera per grandi voci, data la difficoltà della virtuosistica scrittura vocale. Un’opera nata per le tavole del palcoscenico del San Carlo, sotto l’occhio (e l’orecchio) attento di Rossini ventiseienne, seduto nella barcaccia sinistra di proscenio di II fila: sembra quasi di percepirne la presenza in quel palco, durante i lunghi minuti di tenebra iniziali di questa produzione.

Questa ripresa del Mosè (mancava dalle scene sancarliane dal dicembre 1993) costituisce una prova superata a pieni voti, almeno per l’aspetto musicale: si avvale di una direzione orchestrale interessante e fantasiosa e di un cast vocale di ottimo livello, tutti specialisti del repertorio.

Stefano Montanari è perfetto e eloquente nel controllo dell’orchestra, del coro e dei cantanti; la direzione giustappone momenti estatici, contemplativi ("Non è vero che stringa il cielo", quartetto "Mi manca la voce") e quelli concitati (finali d’atto); esalta quel plastico passaggio dal buio alla luce all’inizio del primo atto. Il direttore ravennate con stile e fantasia dà risalto alla pulsione ritmica rossiniana, alla strumentazione ricercata e trasparente, alle atmosfere di diretta discendenza haydniana.

Una concertazione al servizio del belcanto, di cui si fa compendio, dal fraseggio vario e mutevole, anche nei momenti maggiormente riconducibili a schemi oratoriali; un Rossini palpitante e commuovente, estatico e concitato, dove ogni singola sezione orchestrale è parte di un tutto, sempre rifinito, scintillante e dal bel suono.

Encomi al meraviglioso primo clarinetto di Sisto Lino D’Onofrio per l’introduzione all’aria di Amaltea ("La pace mia smarrita") e all’arpista Antonella Valenti per le introduzioni all’aereo quartetto "Mi manca la voce", e alla celeberrima preghiera "Dal tuo stellato soglio"

Il coro, benché di primaria importanza in questa opera, appare in scena (e in parte anche nella buca orchestrale durante la Preghiera) a ranghi ridotti, pur non avvertendosi una sensibile deficienza in termini di volume canoro: una prova all’insegna della generale precisione, pur con qualche sonorità poco smussata proveniente dal settore maschile.

Impossibile immaginare un’opera come Mosè senza autentici belcantisti, essendo state le parti vocali create e modellate sulle corde di artisti quali Isabella Colbran, Andrea Nozzari, Michele Benedetti, Giuseppe Ciccimarra.

Il cast che mette in scena il San Carlo in questa produzione è di prim’ordine, a cominciare da un acclamato specialista rossiniano quale Alex Esposito, che veste i panni di un torvo Faraone. Voce dal bellissimo timbro, rotonda, dalla dizione chiarissima, compatta e precisa nelle agilità, dall’emissione raffinata e cesellata, dall’imponente volume. Esposito disegna un Faraone altero, credibile anche scenicamente, riuscendo a supplire alla quasi totale assenza di un impianto registico-teatrale.

Carmela Remigio è una raffinata belcantista, probabilmente più a proprio agio nel repertorio donizettiano che in quello rossiniano, ma la sua prova è assolutamente notevole: un'Elcìa passionale, dal bel timbro, che agevolmente riesce a districarsi nelle agilità delle quali è disseminata la sua scrittura. La sua "Porgi la destra amata", così come tutto il concitato finale dell’atto II, è un compendio di legato, di proiezione e di apollinea passionalità.

Il Mosè di Giorgio Giuseppini ha voce imponente, scura, pur apparendo a tratti alquanto sfibrata nel timbro. L’interpretazione è ieratica, solenne e autorevole così come richiesto dalla parte. La Preghiera è un’intensa esortazione, ben amalgamata con il coro.

L’Amaltea di Christine Rice ha voce dal bel timbro, benché non molto ampia; si avverte qualche acuto calante nell’aria "La pace mia smarrita" che tuttavia non offusca una prestazione complessivamente soddisfacente.

L’Osiride di Enea Scala ha buona tecnica vocale che gli consente di piazzare con estrema disinvoltura, sicurezza e intonazione i tanti acuti della parte, così come di alleggerire all’occorrenza l’emissione; tuttavia il timbro appare disomogeneo nei registri: estremamente scuro in basso, molto più chiaro in alto. Al tenore ragusano non mancano volume e temperamento che gli consentono di delineare un Osiride tormentato e spigliato in scena.

Di bel timbro e sempre corretto l’Aronne di Marco Ciaponi, così come il Mambre di Alisdair Kent e l’Amenofi di Lucia Cirillo.

Purtroppo a far da contraltare a un aspetto musicale di assoluto pregio, c’è una (non)regia di David Pountney, priva di idee, scontata nei gesti – al limite del risibile, nei macchiettisti movimenti corali – e appesantita da una sostanziale staticità.

Lo spettacolo è immerso in una dimensione atemporale, dominata da due colori, il rosso/arancione per gli Egiziani e il blu per gli Ebrei; la scena di Raimund Bauerè è costituita da due blocchi mobili dei medesimi colori; anche i costumi di Marie-Jeanne Lecca si innestano nella bicromia monotona dello spettacolo. In questa povertà di idee, le luci di Fabrice Kebour riescono da sole a dare una parvenza di movimento allo spettacolo.

Il passaggio dal buio pesto – sul palcoscenico e in sala – alla luce, dopo l’invocazione di Mosè "Eterno! immenso! Incompresibil Dio!", resta il momento più toccante e memorabile dello spettacolo: l’intero teatro è immerso nell'oscurità, il direttore impugna due bacchette fosforescenti per consentire al coro e all’orchestra di “vedere” i tempi e le dinamiche musicali, Mosè invoca Dio, l’orchestra di Montanari evidenzia plasticamente il luminoso passaggio dalla tonalità minore a quella maggiore e…lux facta est!

Al termine il pubblico tributa il giusto riconoscimento a tutti gli artefici dell’aspetto musicale, con punte di ovazione per Alex Esposito, Carmela Remigio e il direttore Stefano Montanari, a lungo acclamato dal coro anche a sipario chiuso.

Per comprendere l’importanza degli anni napoletani di Rossini e per ammirare suoi ritratti, bozzetti delle opere, spartiti e lettere consiglio di visitare l’interessantissima mostra Furore napoletano, curata da Sergio Ragni, allestita nei locali del Memus - Museo Memoria e Musica del Teatro san Carlo, presso l’adiacente Palazzo Reale di Napoli e della quale si è ampiamente data notizia in questo articolo. Poco distante, alla Biblioteca Nazionale, sempre all’interno di Palazzo Reale, la mostra bibliografica e iconografica Napoli e Rossini

foto Francesco Squeglia