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Il conte pastore e il teatro alla moda

 di Roberta Pedrotti

Torna a testa alta nella città del suo compositore e del suo librettista, Enrico di Borgogna, debutto teatrale ufficiale del giovane Gaetano Donizetti. Ottime la compagnia di canto (Ganassi, Bonitatibus, Tittoto, Sekgapane, Castoro nei ruoli principali) e la direzione di Alessandro De Marchi, felice l'intuizione e la realizzazione registica di Silvia Paoli.

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BERGAMO, 23 novembre 2018 - C'era una volta Aminta, legittimo erede al trono spodestato e ora pastore, innamorato di Elisa. Ma c'era una volta anche Enrico, cresciuto pure come pastore nonostante le nobili origini a causa di una congiura e pure innamorato di una fanciulla di nome Elisa. Dalla Fenicia arcadica di Metastasio alla Borgogna dell'effettivo debutto teatrale del ventunenne Donizetti (Venzia, Teatro di San luca, 14 novembre 1818) il passo sembra breve ed è difficile pensare che Bartolomeo Merelli nel riadattare a libretto il dramma di August von Kotzebue non si fosse ricordato anche del classico Re pastore. Il soggetto riaggiornato alla moda corrente, in ambiente feudale, si fa semiserio con l'inserimento di un cortigiano intrigante e venale, maschera sempre attuale. I personaggi si distribuiscono secondo ruoli consolidati nel primo Ottocento: la primadonna contesa, il giovane contralto en travesti amoroso ed eroico, il tenore antagonista, il tenore padre (putativo), il buffo, la confidente. Se non originalissimo, appare abile e anche sagace come librettista il giovane Merelli, bergamasco e protetto da Giovanni Simone Mayr al pari dell'esordiente compositore, prima d'intraprendere la fortunata carriera d'impresario che lo porterà a propiziare il debutto del Nabucco verdiano. Talora, perfino, si compiace di echeggiare il successo riscosso nella stessa Venezia dal Tancredi rossiniano coronando la cavatina dell'eroe eponimo con una serie di “Ma tornerà! La rivedrò! | M'abbraccerà! L'abbraccerò!”, o nei versi sdruccioli del coro nuziale, che fanno pensare a quelli che accompagnano l'ingresso di Amenaide. Gaetano non si fa pregare, raccoglie i suggerimenti, ma non si atteggia a rossinista alla moda; piuttosto si mantiene con mestiere già solidissimo nelle strutture tipiche del melodramma del suo tempo, nello stile condiviso dal maestro Mayr, da Generali, Pavesi e dalla schiera dei protagonisti oggi trascurati dei cartelloni d'epoca. Si muove nelle convenzioni senza strafare, con cautela, anche se qua e là uno spunto melodico, un accostamento timbrico fra legni, soprattutto l'accendersi della temperatura drammatica in un secondo atto in crescendo fanno intuire che il diligente debuttante è destinato a ben altri traguardi.

Certo, la materia drammatica è quella che è, delicata perché non può essere farsa, ma nemmeno si riesce a prendere troppo sul serio e l'ispirazione del drammaturgo musicale è ancora timida in quelli che dovrebbero essere momenti cruciali (vedi il pacatissimo terzetto in cui Enrico dovrebbe scoprire le sue vere origini e giurar vendetta per il padre tradito). Silvia Paoli, regista, decide di giocare la carta del metateatro, e potrebbe sembrare una scelta di comodo, ormai usurata e destinata a esaurirsi nell'arco di poche scene. Invece regge benissimo, perché le trame intrecciate sono gestite alla perfezione, come le citazioni colte (l'orso è ispirato direttamente al Teatro alla moda di Benedetto Marcello), senza che mai la tensione venga meno o che un registro prevarichi l'altro. Si tratta di una compagnia di divi di provincia, che sul palco si muovono con tutti i possibili cliché marionettistici e gli impacci portati dell'eccesso, come la meravigliosa confidente Gertrude di Federica Vitali, che come un'impacciata studentessa di canto sembra sentirsi in dovere di mimare ogni parola, di portar la mano al petto ogni volta che nomina il cuore, sollevare la sottana per indicare il “pie'” e così via. La prima e la seconda donna naturalmente si detestano, anche perché il tenore che interpreta l'usurpatore Guido è un impenitente Don Giovanni e fomenta gelosie e rivalità, con relative tifoserie nel resto della compagnia. Le sue imprese – sfortunate – all'inseguimento di ogni gonnella fanno da perfetta controscena per l'aria misogina di Gilberto, classico catalogo di capricci e incostanze femminili.

Nel frattempo l'altro tenore, Pietro (il padre putativo di Enrico), progetta azioni dinamitarde contro gli austriaci insieme con il coro, che però depone presto aneliti patriottici per minacciare vigorosamente l'impresario insolvente. Ottenuto il compenso, l'opera si conclude, ma in realtà non importa granché a nessuno: la compagnia se ne va prima ancora che Enrico abbia concluso il suo rondò finale. Buttata a forza sul palcoscenico, in un debutto obbligato per l'assenza imprevista dell'interprete designato (o designata) la sartina teatrale che veste i panni maschili del protagonista sembra l'unica, alla fine, a crederci. Resta sola sul palco, magari perde anche un po' la testa, ostinata nel portare a termine il suo compito. Anna Bonitatibus ne restituisce a meraviglia il carattere, in un crescendo di convinzione dall'esordio più timido all'epilogo pugnace, identificandosi man mano con Enrico, scopertosi erede della contea di Borgogna e deciso a ottenere la mano dell'amata Elisa. Questa è Sonia Ganassi, che a sua volta gioca a meraviglia nei panni della primadonna egocentrica e canta anche lei con la disinvoltura di chi questo repertorio ce l'ha nel sangue. Una vera sorpresa è, invece, non tanto ritrovare la splendida voce di basso e la musicalità di Luca Tittoto, ma riscoprire le sue eccellenti doti d'attore messe a profitto in un ruolo buffo. Questo Gilberto - che sulla scena è quasi una maschera della Commedia dell'Arte e “in borghese” ancora un venale opportunista, solo dall'aria più distinta ma totalmente disinteressato alle ragioni dell'arte - riesce sempre a conquistare l'attenzione e a strappare un sorriso, foss'anche amarognolo.

Ben caratterizzati anche i due tenori. Levy Sekgapane cresce nel corso della recita tratteggiando con efficacia l'isteria tirannica di Guido e l'ossessione libertina dietro le quinte. La vocalità, seppure non particolarmente penetrante, convince più che nel concerto inaugurale, mettendosi a fuoco nella doppia caratterizzazione. Nei panni del cantante attivista politico e del valoroso Pietro, già cavaliere del Conte di Borgogna fintosi pastore per salvarne il figlioletto e allevarlo come proprio, Francesco Castoro ribadisce i pregi di una bella vocalità facile schietta e luminosa, ideale per questo repertorio, cui l'esperienza potrà suggerire maggior mordente nel fraseggio.

Lorenzo Barbieri, l'onesto cortigiano Brunone, e Matteo Mezzaro, il paesano Nicola, vanno a completare una compagnia che felicemente non gioca al ribasso, ma sfodera nomi e voci di prim'ordine anche per un'opera giovanile che sarebbe troppo facile dare in pasto a un'economica locandina di debuttanti. Al contrario, si crede in Enrico di Borgogna, non si negano i limiti del debuttante, ma li si trasforma in occasioni drammaturgiche: ben fatto davvero, anche perché il libretto, nei suoi stereotipi, non manca di frecciate sempre attuali (il volgo che “a tutto presta credenza e fede”, “chi fa da medico senza dottrina”, l'informazione tagliata su misura per l'interlocutore). Non solo, però, la scena strizza l'occhio alla prima assoluta e la compagnia è assortita puntando in alto: Alessandro De Marchi come concertatore garantisce, con la sua Academia Montis Regalis, la cura dello stile, la varietà di colori pastello ma non sbiaditi, l'equilibrio delle sonorità anche con il posizionamento non troppo profondo degli strumentisti e l'assenza di un parapetto a separarli dalle poltrone di platea.

Il pubblico – veramente internazionale questa sera – segue, si diverte, applaude di gusto. Un bel riscatto per una partitura che non entrerà nell'olimpo dei capolavori indimenticati, ma torna a testa alta nella città del suo compositore e del suo librettista.

foto Gianfranco Rota


 

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