L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

.

 

 

 

 

No, no, Turiddu, rimani ancora!

 di  Andrea R. G. Pedrotti

Chiude con successo la stagione lirica del Teatro Grande di Brescia il dittico composto da La voix humaine e Cavalleria rusticana con la direzione di Francesco Cilluffo e la regia di Emma Dante.

Leggi anche la recensione della tappa pavese della produzione: La voix humaine / Cavalleria rusticana, 17/11/2018

Leggi anche la recensione del debutto dell'allestimento di Emma Dante a Bologna: La voix humaine/ Cavalleria rusticana, 09/04/2017

BRESCIA, 15 dicembre 2018 - Un filo invisibile, intrinseco nella femminea pulsione, uniforma le tematiche che uniscono La voix humaine e Cavalleria rusticana.

La voix humaine è la tormentata storia di una donna abbandonata dall’uomo che amava, in una conversazione frammentaria, nevrotica, isterica a tratti; la storia di una donna che tenta il suicidio dopo l’abbandono e persevera nel tentativo di riconquistare l’ex amato bene, un bene ignoto che lo spettatore può conoscere solo attraverso l’emotività e le parole, colme di folle tensione, della donna.

Cavalleria rusticana è un’opera dalla centralità femminile; Mascagni ripete un tema, breve, di poche battute, ne cambia l’orchestrazione, ne muta leggermente l’agogica, ma lo fa tornare spesso, alla maniera di Wagner, ma con più sottigliezza, umanità e meno filosofia. È il tema che riascoltiamo manifestarsi in una delle frasi iconiche del libretto, quel “No, no, Turiddu, rimani ancora!”, nella settima scena dell’opera, unico autentico confronto diretto fra Santuzza e l’uomo che le tolse l’onore e, così, ne causò la scomunica. Questo tema musicale è l’emotività di una donna che, come tutte le donne, chiede doveroso rispetto anche in presenza dell’attrazione che, inesorabile e inevitabile, suscita la natura femminea. Quando questa attrazione diviene reciproca, o, peggio, unilaterale e la donna è rifiutata, la pulsione che spingeva l’istinto diviene non erotica, ma nevrotica (ammesso e non concesso che abbiano natura differente) e porta la donna a uno sfogo emotivo che le fa perdere il rispetto per se stessa (come accade a Santuzza, alla protagonista di La voix humaine, o ad Amneris in Aida), non pretendendolo più, sostituendo l’impulso dato da una sessualità desiderata (mai s’arrivi al cinismo di Schopenhauer, ma l’amor platonico è invenzione di comodo), con un disordine comportamentale che porta Santuzza e Amneris a far uccidere (senza volontà razionale) gli uomini che le avevano rifiutate, o a reprimere l’umanità di loro stesse, come accade alla protagonista di La voix humaine.

Buona parte del grande successo del dittico è da attribuirsi alla regista Emma Dante, ideatrice di entrambe le messe in scena. Nel primo dei due titoli scelti, La voix humaine, la stanza potrebbe sembrare quella di un Motel, ma le pareti imbottite già fanno intuire come la donna si trovi chiusa in un manicomio dopo, e questo lo si evince dalla conversazione, aver tentato il suicidio. La situazione è funzionale anche in altri punti del libretto, quando, per esempio, la protagonista afferma di aver assunto dei farmaci per favorire il sonno. Attorno alla donna prendono forma tridimensionale i suoi tormenti, i suoi ricordi e le sue allucinazioni. L’ambiente attorno alla protagonista si anima secondo la sua soggettività; le due infermiere (che smontano man mano le coperture dei letti, mostrando che si tratta di giacigli da clinica) rassomigliano nel viso a Wednesday Addams (la figlia di Gomez e Morticia). Altri riferimento sono il totale biancore degli arredamenti, l’assenza di finestre e il fatto che, quando la protagonista, comunica al telefono (col cavo staccato) di aver avuto la febbre a quaranta, lo fa leggendo una cartella clinica, posta ai piedi del letto.

Anche il Cavalleria rusticana prevale un concetto di simbolismo. La scena è assai scarna e tutto si concentra su un’allegoria dei rapporti relazionali, in una Sicilia che mantiene l’atmosfera tipica della Trinacria, ma che non insiste sullo stereotipo. Sicuramente è presente il carretto siciliano, tirato da alcune avvenenti comparse, agghindate da pupi equini, ma anche questo serve a far entrare nell’atmosfera di un paese dell’entroterra siculo gli spettatori. Anche il simbolismo della via crucis (d’altra parte la vicenda si ambienta durante la Pasqua cattolica) ha un doppio significato: quello del descrivere la sofferenza della peccatrice Maria Maddalena (Santuzza) e di Maria (Mamma Lucia).

Molto bella l’idea di far sventolare variopinti ventagli, sempre alle stesse avvenenti comparse, e al coro femminile, quasi tutte fossero delle potenziali emule di Lola, con la quale condividono la mimica. Di fronte a loro il coro maschile e alcuni figuranti (uomini, questa volta), cedono all’effluvio d’erotismo proveniente dalle fanciulle che li osservano ammiccanti, parimenti a Turiddu. Un’ultima scena importante da citare è l’esecuzione del Regina coeli, con la chiesa simulata da semplici nastri bianchi, sormontati da una croce e mossi dal coro con vibrazioni che riproducevano la linea orchestrale.

Anna Caterina Antonacci (interprete di La voix humaine) resta grande attrice e interprete nella mimica, mentre palesa un certo affaticamento vocale, rischiando in alcuni momenti di non passare l’orchestra e con un’eccessiva monocromia espressiva, che fa perdere drammaticità al disordine interiore della donna da lei interpretata, specialmente nella descrizione del tentato suicidio. Molto bella l’accentazione, ma, in assoluto, emoziona poco.

Migliore del cast in Cavalleria rusticana è il Turiddu di Angelo Villari, che con bello squillo e fraseggio passionale risulta pienamente convincente sia vocalmente sia scenicamente. Assai pregevoli alcune smorzature in “Mamma, quel vino è generoso”. Accanto a lui Teresa Romano è una Santuzza affidabile, buona interprete e sufficiente nella resa vocale. Mansoo Kim è un Alfio dalla voce tonante, non troppo raffinato nel fraseggio, ma ben inserito nel dramma che si andava a rappresentare. Francesca di Sauro interpreta Lola, conferendo al personaggio quella giusta carica erotico-seduttiva non volgare, necessaria a far perdere il controllo alle pulsioni di Turiddu. Completava il cast Giovanna Lanza (Mamma Lucia).

Convince la concertazione di Francesco Ciluffo: il direttore piemontese è preciso nella tecnica e offre al pubblico un’agogica assai ricercata in entrambi i titoli. Bene l’orchestra dei Pomeriggi Musicali, con qualche suono incerto solo dalle trombe.

Come accaduto sovente quest’anno, ottima è la prova del coro Operalombardia, diretto da Diego Maccagnola.

Oltre a Emma Dante, hanno lavorato alla produzione Carmine Maringola (Scene), Vanessa Sannino (Costumi), Cristian Zucaro (Luci), Manuela Lo Sicco (Coreografie) e Gianni Marras (Assistente alla regia).

L’allestimento, che chiude la stagione del circuito lirico al Teatro Grande di Brescia, è del Teatro Comunale di Bologna, in coproduzione con Operalombardia e la Fondazione Haydn di Bolzano e Trento.

foto Reporter Favretto