L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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anna bonitatibus

Palpiti in salotto

 di Roberta Pedrotti

Il Bologna Festival rende omaggio al centocinquantesimo dalla morte di Rossini con un raffinatissimo recital di Anna Bonitatibus, che esplora con intelligenza il repertorio ancora sommerso della musica vcoale da camera.

BOLOGNA, 17 aprile 2018 - Se il Liederabend oltralpe è un'istituzione, in Italia una serata in compagnia di un cantante, soprattutto se alle prese con un repertorio cameristico, rischia di essere un appuntamento di nicchia cui poche istituzioni hanno di dedicare lo spazio che meriterebbe. L'italiano sembra guardare con diffidenza il mondo del Lied e della mélodie, o considerare indebitamente minore la produzione vocale nostrana: un grave errore che alcuni artisti s'impegnano a dissipare, in questo caso con l'occasione perfetta delle celebrazioni rossiniane del 2018.

Il Pesarese fu prolifico e, al solito, geniale autore di musica da camera anche vocale, ma nel suo nome Anna Bonitatibus, instancabile ricercatrice e da qualche tempo editrice di gemme segrete, invita ad ascoltare anche romanze in italiano di Beethoven e Schubert, rarità di Vincenzo Gabussi (Bologna 1800-Londra 1846) e Giovanni Battista Perucchini (Bergamo 1784-Venezia 1860), oltre ad alcune pagine non fra le più eseguite di Bellini.

La prima parte del concerto affianca, infatti, alla magnifica cantata Giovanna d'Arco di Rossini, la meno nota scena drammatica belliniana “Questa è la valle... Quando incise su quel marmo”, scena di nostalgia e gelosia in cui la voce di mezzosoprano incarna un amante tradito in un clima fra melanconia arcadica e passione romantica. Non dissimile, quindi, il vocabolario retorico della pagina rossiniana, in cui il cullante addio notturno alla madre della pastorella lascia spazio a un visionario impeto guerriero. Tutti affetti che Anna Bonitatibus padroneggia e differenzia a dovere sia nei colori di un'effusione solitaria immersa nella natura, sia nel sofisticato gioco d'accenti fra maschile e femminile.

Nella seconda parte la fanno da padrone, invece, arie brevi o brevissime, come le due versioni (ad anticipare, quasi, la variegata moltitudine rossiniana di Mi lagnerò tacendo), buffa e seriosa, dell'Amante impaziente di Beethoven, il quale non si può dire che brillasse per arguzia di spirito nella musica vocale e lascia all'interprete un compito non indifferente nel tener fede alle indicazioni d'intenti. Di tutt'altro genere le suggestive Guarda che bianca luna e Mio ben ricordati di Schubert, che non potrà scavare nell'intimità della parola come quando intona la sua lingua madre, ma possiede sempre tutta la grazia sincera del canto alato e poetico che lo affratella a Bellini, di cui non ascoltiamo una delle solite – bellissime – Sei ariette, bensì O crudel che il mio pianto non vedi, A palpitar d'affanno, Le souvenir présent céleste. Non sfigura fra cotanto senno l'oscuro Gabussi con La luna e La protesta d'amore, né il non più frequentato Perucchini, altro testimone di una diffusa civiltà del canto, della poesia intonata nei salotti. Più ancora di Se i sospiri degli amanti, nell'intensità di scrittura del bergamasco colpisce l'intonazione accorata di Odi d'un uom che muore, il medesimo testo noto per un'elegia di Donizetti ma soprattutto per una struggente dedica di Rossini alla seconda moglie (l'Elvira originale vi è, infatti, convertita in Olimpia), tutta giocata su altro, soffuso e minimalista, registro espressivo. E diversi registri espressivi si dipanano anche nella sintetica quanto fine scelta rossiniana in chiusura di programma: l'ispiratissimo recitativo ritmato sul racconto di Francesca nel canto IV della Commedia dantesca, che culmina in un luminoso “Galeotto fu il libro e chi lo scrisse: | quel giorno più non vi leggemmo avante”; l'involo melodico di Beltà crudele; l'ironia di uno dei numerosi Mi lagnerò tacendo.

Fra gli applausi, Anna Bonitatibus acconsente volentieri a un florilegio di fuori programma che in realtà coronano saggiamente il programma stesso, a partire dal minimalismo di Un rien (Ave Maria). Segue un doveroso omaggio a Isabella Colbran, non solo perché Olympe Pélissier aveva già fatto capolino due volte, come dedicataria di Giovanna d'Arco e di L'ultimo ricordo omologo a Odi d'un uom che muore di Perucchini, ma anche e soprattutto perché la prima moglie di Rossini, di lui maggiore di otto anni e valentissima musicista, si era dedicata ben prima del consorte alla composizione di romanze da camera, intonando testi metastasiani fra cui quel Mi lagnerò tacendo di cui Gioachino farà certamente tesoro. L'ascolto della musica di Isabella, sicura, piena di grazia e originalità, conferma che la bella spagnola fu musa ispiratrice del genio non solo nelle vesti di protagonista delle sue opere.

Infine, una gemma inaspettata. Anna Bonitatibus, fra tante pagine nate per il salotto, ne intona una nata per un'intonazione sì domestica, ma simulata sulla scena: la tenera canzone della Cenerentola rossiniana, che improvvisamente riluce come una piccola gemma d'innocenza cameristica cui l'interprete conferisce seducenti colori straniati, quasi allucinati nell'incanto ripetitivo della fiaba che diverrà realtà.

Copiosi applausi accolgono il mezzosoprano e il pianista, prodottosi anche come solista, Paolo Raffo. Forse i tempi sono maturi perché si osi di più programmando concerti di musica vocale, e di musica vocale non solo transalpina?