L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Post fata resurgo

 di Alberto Ponti

Die Seejungfrau di Zemlinsky appare, in una lettura magistrale per intensità e attenzione al dettaglio, un autentico caposaldo del tardo romanticismo

TORINO, 2 novembre 2018 - La fortuna di Alexander von Zemlisky (1871-1942) fu delle più strane. Assai celebrato nella duplice veste di compositore e direttore d'orchestra per gran parte della sua carriera, vissuta tra la natale Vienna, Praga e Berlino, vide a partire dagli anni '30 la sua stella offuscarsi, in concomitanza con l'ascesa al potere del Nazismo, seguita dall'emigrazione negli Stati Uniti dove però non seppe suscitare un'attenzione pari a quella del cognato Arnold Schönberg, per morire quasi dimenticato nel pieno della seconda guerra mondiale. All'emarginazione in Europa contribuì senz'altro la sua origine ebraica, ma non vanno tralasciati gli spigoli di una personalità conscia del suo valore e allo stesso tempo insoddisfatta e perfezionista fino allo spasimo, che lo spinse a ritirare dopo la prima esecuzione il vasto poema sinfonico Die Seejungfrau (1902) ispirato alla Sirenetta di Hans Christian Andersen. Uscito da una liaison con Alma Schindler, che proprio in quel fatidico 1902 gli avrebbe preferito Gustav Mahler, quasi a rimarcare un beffardo destino da eterno secondo Zemlinsky presentò l'opera al pubblico l'anno successivo, all'interno del concerto in cui vide la luce anche lo schönberghiano Pelleas und Melisande (nella Vienna di inizio '900 poteva accadere di ascoltare in una stessa serata la première di due capolavori!), che parve musica, se non superiore, certo più innovativa. Perché in fondo questa Seejungfrau, diretta all'auditorium 'Toscanini' dall'attenta bacchetta di James Conlon, al terzo appuntamento della stagione sul podio dell'Orchestra Sinfonica Nazionale, rimane un'affascinante pagina di puro sinfonismo del tardo Ottocento, caratterizzata da un'inventiva melodica di sicura presa, una struttura armonica sempre ricercata e una strumentazione in grado di rivelare le straordinarie capacità tecniche di un autore che assimila e declina con un linguaggio personale la lezione di Richard Strauss. Ecco allora che la platea pare quasi investita dagli schizzi di spuma delle onde nel secondo movimento Sehr bewegt, rauschend (Molto mosso, fremente), sospeso nella magia dei morbidi arpeggi degli archi, sulla cui campitura si staglia tra lo scintillio delle arpe l'infinito languore degli assoli del corno, del violino, del clarinetto basso, a dipingere le cangianti cromie del mondo acquatico popolato di creature fantastiche. Il contributo di Conlon, da anni entusiasta estimatore di tanti compositori perseguitati dalla follia nazionalsocialista, è stato fondamentale per la riscoperta e la valorizzazione all'interno del repertorio corrente di lavori di tal calibro, bollati un tempo come 'arte degenerata' e ora illuminati dalla giusta luce: il maestro dimostra una profonda conoscenza della complessa partitura, concertata a memoria senza il minimo cedimento. La cura affettuosa del particolare che egli sa infondere in ogni sezione dell'orchestra al gran completo è esemplare: nonostante l'estremo virtuosismo di numerosi passaggi, a colpire è il suono pieno, edonistico e profondo insieme, la cui unità non inficia l'estrema varietà timbrica e dinamica che costituisce il lato più intrigante del poema. Non si può dire che il pezzo fosse una novità assoluta per Torino, avendolo già udito in passato alla Rai sotto la direzione di Peter Rundel e Juraj Valčuha ma quella di Zemlinsky è arte che ad ogni apparizione svela bellezze inaspettate e con la presente interpretazione abbiamo avuto l'impressione di assistere alla resurrezione di un capolavoro finalmente in grado di volare con ali proprie, come la fragile Sirenetta dissolta nella corrente marina e librata verso l'empireo tra le figlie dell'aria nella stupefacente rarefazione delle ultime battute del Lebhaft, che il gesto di Conlon sa contrapporre con senso di splendente compiutezza al fremito misterioso dei bassi da cui aveva preso avvio il fiabesco racconto.

Una tensione multiforme animava invece per intero la Sinfonia n. 9 in mi bemolle maggiore op. 70 (1945) di Dmitrij Šostakovič proposta in apertura. Rispetto a esecuzioni che ne privilegiano il lato ironico e pungente (aspetto non secondario soprattutto nei veloci tempi estremi) l'attenzione del direttore è rivolta a dar voce, anche a costo di enfatizzare i contrasti, ad ogni sfaccettatura di un lavoro che, pur nella sua concisione, sembra sfuggire a definizioni a senso unico. Si fanno così apprezzare lo smarrimento lirico un po' stralunato dei legni nel Moderato, l'appello di tromboni e tuba del Largo qui depurato di ogni intenzione bonaria, lo smagliante inciso della tromba in uno Scherzo altrimenti frenetico.

Pubblico entusiasta ma non troppo numeroso, forse assottigliato dal lungo ponte di Ognissanti, per un programma meritevole del massimo successo.

foto Maria Vernetti


 

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