L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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L'eterno Peter Bence

 di Carla Monni

 

Dopo Roma, Torino e Firenze, il tour italiano del pianista ungherese Peter Bencesi è concluso a Bologna con un tutto esaurito al Teatro Celebrazioni.

Bologna, 6 dicembre 2018 – Il pubblico lo aspettava dallo scorso maggio e finalmente il Guinness World Recordper essere stato – dal 2012 al 2017 – il più veloce al mondo per il maggior numero di suoni prodotti in un minuto al pianoforte, Peter Bence, ha debuttato a Bologna forgiando in toto il suo stile esclusivo, che non fa alcuna distinzione tra generi.

Bambino prodigio, dalla solida formazione classica e con una spiccata passione per la musica contemporanea, in particolare per quella cinematografica, il pianista ungherese ha riscosso una fama internazionale smantellando i confini tra musica classica e pop – si pensi al brano Cry Me A Riverdi Justin Timberlake amalgamato con sonorità bachiane – prima in maniera virale con milioni di visualizzazioni dei suoi video sui suoi canali Facebook e YouTube, e poi in tour, esibendosi nei quattro Continenti in ben oltre venti Paesi.

Alla base del suo repertorio ci sono gli arrangiamenti di moltissimi brani celebri di autori a lui cari, quali Michael Jackson (Black Or White,Human Nature,Beat It, Bad),Sia (Cheap Thrills), Freddy Mercurye il suo mentore John Williams, a cui dedica un intero medley di colonne sonore tratte da Star WarsJurassic Park Sharks. Le sue rivisitazioni sono un concentrato di dinamismo, lirismo e agilità. Melodie arricchite da triadi ribattute e da giochi alternati di suoni acuti e gravi come in Here Comes The Sun dei Beatles; o motivi abbelliti da arpeggi scattanti, trilli e da singole note che creano un'atmosfera trepidante come in Don’t Stop Me Nowe in Somebody To Lovedei Queen.

Sono autentiche interpretazioni di brani classici suonati con incredibile energia e abilità al pianoforte, che Bence porta ad un livello completamente innovativo per spettacolarità e competenza. Il pianista virtuoso estende infatti le potenzialità del suo strumento, che non rimane mero produttore di cantabilità e ritmi esclusivamente riprodotti grazie alla sola tastiera, ma rafforza le sue musiche con il supporto di altre parti costitutive del pianoforte come la cassa, le chiavi, i martelletti, schiaffeggiandone i tasti o pizzicandone le corde. Il modo non tradizionale in cui Bence valorizza i suoni dello strumento è assolutamente sorprendente, nonostante durante il live molti segmenti dei suoi brani siano stati registrati precedentemente, probabilmente per non “danneggiare” il pianoforte a disposizione per la sera del concerto.

Con Bence il ritmo di quel tormentone estivo che ha fatto ballare tutto il mondo, Despacito di Luis Fonsi, ondeggia grazie ai suggestivi accenti creati con l'utilizzo deciso del pedale di sinistra, che permette di percuotere la martelliera sulle corde, generando così un colpo d'effetto simile a un rimshot sul rullante di una batteria. In Africa dei Toto invece, la scansione ritmica viene prodotta per mezzo della percussione della cassa del pianoforte e dallo strofinio manuale delle corde, come se lo strumento fosse un vero e proprio cordofono.

Non sono mancati anche brani originali come Fibonacci, ispirato alla famosa successione aurea: poco più di cinque minuti di improvvisazione, interamente costruita su un pattern ostinato di 7/8, che oscilla tra tonalità maggiori e minori, puntando sul finale a una lancinante tensione, determinata dai velocissimi salti di ottava, da intervalli discendenti di sesta minore e da suoni dissonanti riprodotti con l'urto del gomito sulla tastiera. Un pezzo tutto contemporaneo è invece Home, caratterizzato da un'armonia povera, ma impregnata di morbidezza e sinuosità. I polpastrelli sembrano sussurrare una sorta di ninna nanna, in cui non manca di certo il virtuosismo benconiano.

Il pianista è riuscito a far vibrare non solo le corde del suo pianoforte, ma anche quelle emozionali di un pubblico disparato e appassionato, poiché per Bence la musica è «cibo per lo spirito. Quando suono do da mangiare all’anima. Mi sento bene io e trovo appagante nutrire gli altri».