L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Amori e morte di una regina

 di Stefano Ceccarelli

Il teatro dell’Opera di Roma mette in scena un’ottima produzione dell’Anna Bolena di Gaetano Donizetti: sotto la direzione di Riccardo Frizza, un cast omogeneo e di notevole livello fa rivivere il capolavoro donizettiano, con la regia di Andrea de Rosa.

ROMA, 26 febbraio 2019 – Era l’aprile del 1979 quando l’Anna Bolena di Gaetano Donizetti fu messa in scena, per l’ultima volta, al Costanzi: una smagliante Katia Ricciarelli cantava nel ruolo del titolo. Dopo quarant’anni esatti, il Teatro dell’Opera di Roma rappresenta nuovamente uno dei capolavori donizettiani; e lo fa chiudendo, idealmente, la ‘trilogia delle regine’ del Bergamasco, aperta nel 2010 da una produzione del Roberto Devereux e continuata, poi, con la mise en scène della Maria Stuarda, nel 2017, dove nel ruolo del titolo brillò una straordinaria Marina Rebeka(leggi la recensione). L’odierna produzione di Anna Bolena, dunque, si rapporta idealmente proprio con questa Maria Stuarda, di cui condivide il regista, lo scenografo e la costumista: le due produzioni, insomma, vanno lette come fossero un dittico.

Questa Anna Bolena è forse lo spettacolo più bello messo finora in scena nella corrente stagione del Costanzi. Tale lo rende, a mio avviso, un cast ottimo, un direttore intelligente e sensibile, come pure un regista di valore. Riccardo Frizza dirige, infatti, ottimamente l’orchestra del Costanzi, che dall’inizio della stagione si lascia apprezzare per ottime serate musicali. Frizza incornicia bene le voci e gestisce al meglio i concertati e, in generale, i momenti d’assieme; si lascia andare a una direzione lirica, che riesce ad accompagnare tutta la ricchezza della scrittura vocale donizettiana, imprimendole però pure quell’energia che è la cifra del compositore. Il direttore non tralascia, peraltro, di condurre con piglio rossiniano l’ouverture e con le giuste ‘colorazioni’ i vari preludi che scandiscono le principali scene della partitura. Frizza, insomma, è l’artefice di un’ottima serata di musica, grazie anche a un’orchestra ben presente che – se si eccettua qualche lievissima e veniale imprecisione della compagine degli ottoni – può vantare una performance eccellente. Il cast vocale è ottimo e viene assai applaudito alla fine. Sopra tutti troneggia lo statuario Enrico VIII di Alex Esposito, un proteiforme animale da palcoscenico, che si adatta sempre benissimo a ogni ruolo; un caratterista minuzioso e attento, cui giovano innate doti d’attore. La voce di Esposito è in grande spolvero: piena, scura, duttile, agilissima, imprime l’inconfondibile firma dell’interprete in tutti i momenti dell’opera e stupisce, in particolare, per la nobiltà sostenuta e altera dei fraseggi. Fin dalla sua primissima entrata, nel duetto con Giovanna Seymour («Fama! Sì: l’avrete, e tale»), canta con seducente potenza, non mancando mai di sottolineare un aspetto regale a tratti luciferino. Indimenticabile, pure, la scena del giudizio (II, 6), dove freme di gelosia alla confermata notizia degli antichi amori di Anna e Percy. Esposito ha centrato una serata praticamente perfetta, guadagnandosi l’apprezzamento indiscusso del pubblico. Maria Agresta, al suo debutto nel ruolo, canta un’Anna Bolena di tutto rispetto: la sua vocalità, tersa e netta, ricorda la lettura virginea che ne diede la Ricciarelli, al contrario di altre interpreti vocalmente più robuste. Nel I atto canta una smagliante cavatina («Come, innocente giovine») e un eccellente duetto con Percy («S’ei t’aborre, io t’amo ancora»); nei passaggi di registro, però, come in alcune fioriture, si avverte lievemente la perdita di un po’ di brillantezza. La sua performance sale di livello, decisamente, nel II atto, in una climax che parte da una sontuosa esecuzione del celebre duetto con la Seymour («Sul suo capo aggravi un Dio»), che fa scattare un applauso incontrollabile nel pubblico, e termina nella scena finale ‘di follia’; qui, la Agresta, dopo un’esecuzione malinconicamente sospesa del cantabile «Al dolce guidami», dove infonde linfa alla fantasia si rêverie, chiude con una vibrante cabaletta, «Coppia iniqua, l’estrema vendetta». Giovanna Seymour è Carmela Remigio, che continua (come nella scorsa Maria Stuarda) a cimentarsi in ruoli tradizionalmente demandati a mezzosoprani, ma originariamente scritti per la corda della ‘seconda donna’ soprano. Il problema del ruolo della Seymour è che fu scritto per una cantante (Elisa Orlandi) ibrida fra le due tessiture: come che sia, il tentativo di ripristinare due soprani sul palco – contro la tradizione esecutiva vigente – è interessante e, diciamolo pure, ben riuscito. Ancora meglio che nella Stuarda, infatti, la Remigio scolpisce una convincente Seymour, soprattutto sul piano della recitazione, che la incorona (assieme a Esposito) la migliore interprete-attrice della serata. I recitativi sono sempre ben sorretti, porti con intelligenza, benché si nota lo sforzo che l’interprete deve fare nella tessitura bassa della parte, che la porta a forzare le sue doti naturali; un altro evidente problema è un’emissione a tratti poco potente. Ma, al netto di qualche ostacolo naturale, la Remigio si staglia regale nella sua interpretazione, almeno fin dal bellissimo duetto con Enrico VIII del I atto, dove mostra un carattere meno virginale e più ambizioso; dello straordinario duetto con Anna si è già detto; l’interprete conclude, infine, con una trascinante esecuzione dell’aria «Per questa fiamma indomita», nella cui cabaletta si possono apprezzare le doti di celere esecutrice di fioriture. Il Riccardo Percy di René Barbera è semplicemente straordinario, restituendo quella vocalità ‘alla Rubini’ che il ruolo, nella pur pregevole resa di taluni interpreti, andava perdendo. Barbera ha una voce tutta proiettata all’acuto, emessa con tecnica pulita e squillante, che regala al pubblico una sfilza di acuti di qualità (benché – giova ricordarlo – interpolati). Dell’ottimo duetto con Anna (I atto) ho già parlato; delle sue due arie (I atto: «Da quel dì che, lei perduta»; II atto: «Vivi tu te ne scongiuro»), in particolare la seconda si segnala per squillo e tensione omogenea nella tessitura acuta. Insomma, un’ottima serata per Barbera. Lode anche allo Smeton di Martina Belli, che in particolare nella sua aria di I atto («Deh! Non voler costringere»), ma anche nella cavatina «Ah! Parea che per incanto», canta con trasporto, aiutata da un piacevole timbro brunito, androgino. Dignitosi l’Hervey di Nicola Pamio e il Rochefort di Andrii Ganchuk. Il coro, da par suo, è ben centrato e nelle scene d’assieme regala momenti piacevoli.

La regia di Andrea de Rosa è solida, intelligente, acuta. La cura nella gestualità e nel movimento dei personaggi è encomiabile, come pure il gusto miniaturistico nelle scene d’insieme, in cui non posiziona mai casualmente quasi ogni singolo corista. In tempi di folli voli sperimentali in campo registico, de Rosa propone una Anna Bolena concentrata in gestualità semplici ma carnali, essenziali, importanti. In tal senso, vorrei ricordare il passaggio di una candela accesa, nel I atto, fra Anna, Smeton e Giovanna, che alla fine la spegne: si tratta di un chiaro simbolo erotico (il fuoco lo è par excellence), che riassume in sé quasi l’intera trama. Un'altra scena molto bella è quella degli appartamenti privati della regina: Anna e Percy, inizialmente, non si toccano quasi e lei è coperta dalle cortine del letto nuziale, come a proteggersi – o a nascondersi dai suoi veri sentimenti. De Rosa gioca ancora con un velatino nero nella scena della preparazione di Anna al patibolo; più in generale, al regista piace verticalizzare le scene (si pensi ad Anna incarcerata, spesso presente in scena davanti a tutti, in una cella sopraelevata), per creare movimento. Il finale, quando il boia raggiunge Anna nella cella e la sta per decapitare (con una soluzione simile al modello della Maria Stuarda scaligera di Pizzi), si risolve in un’ondata di luce che abbaglia il pubblico, sublimando la morte della sfortunata regina. Le scene di Sergio Tramonti, realizzate da Luigi Ferrigno, sono cupe, almeno all’inizio, e lasciano poco spazio alla luce, che appare in scorcio nel fondale, per la prima volta, solo nella scena della caccia. Ferrigno realizza strutture a gabbia, che troneggiano verticali o si allargano a sagomare lo spazio scenico, che presenta porte e accessi a suggerire un movimento quasi furtivo nella reggia di Enrico VIII: si tratta, comunque, di una scenografia minimale, a tratti maggiormente definita da alcuni arredi scenici. I costumi di Ursula Patzak sono belli e evocativi dello stile cinque/secentesco, sebbene con qualche licenza: il vestito bianco, con i guanti rossi, che indossa Bolena prima dell’esecuzione è una patente ripresa di quello della Stuarda di due anni fa, anche in quel caso il costume dell’esecuzione di Maria.

In conclusione, uno spettacolo veramente apprezzabile, un’Anna Bolena musicalmente completa, ben interpretata e visivamente piacevole: a mio modesto avviso, il miglior spettacolo (almeno finora) della stagione del Teatro dell’Opera di Roma.

foto Yasuko Kageyama