L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Incantesimo al Wagner-Spital

 di Andrea R. G. Pedrotti

Valery Gergiev debutta come concertatore d'opera alla Wiener Staatsoper con una lettura avvincente e intensa dell'ultima opera di Wagner. Se nell'ottimo cast radunato spiccano il Gurnemanz di René Pape e il Parsifal di Simon O'Neil, continua a non piacere l'allestimento scenico firmato da Alvis Hermanis.

VIENNA, 18 aprile 2019 - In ossequio alla tradizione pasquale dei paesi germanofoni meridionali, alla Wiener Staatsoper, è andato in scena Parsifal di Richard Wagner, con la messa in scena, assai discussa, di Alvis Hermanis [leggi la recensione della première del 2017].

Il regista gioca sull'omonimia fra il compositore tedesco e l'architetto viennese Otto Wagner che, aderente alla locale Seccessione fin dal 1899, nel 1907 vede inaugurare uno dei suoi capolavori: la chiesa di St. Leopold am Steinhof. Il grande esponente dello Jugendstil costruì l'edificio religioso ove, ancora oggi, sorge l'Otto-Wagner-Spital, un centro principalmente dedicato alla cura delle malattie psichiatriche e pneumologiche. Hermanis ambienta, dunque, tutta l'opera nelle stanze della clinica: la sala del Gral è la Kiche am Steinhof di Otto Wagner e delle vatrate si scorge la medesima vista che si può scorgere dalle finestre dell'ospedale viennese. L'unica differenza sta nell'insegna che, anziché essere Otto-Wagner-Spital, diviene semplicemente Wagner-Spital. L'epoca d'ambientazione è coeva all'inaugurazione della chiesa.

Questa scelta provocò pesanti contestazioni nei confronti del regista da parte del pubblico della Staatsoper, che non gradì, con una certa veemenza, la scelta dell'ambientazione. All'epoca la chiesa, invero bellissima, era stata da poco restaurata e si può pensare che fosse un'omaggio, non apprezzato dai viennesi, al recupero di quest'opera d'arte.

St. Leopold, allora come oggi, non è altro che la cappella dell'ospedale, non ha perso questa funzione e, probabilmente, furono queste le ragioni che motivarono il disappunto iniziale. Dal nostro punto di vista, l'idea sarebbe potuta apparire sensata, qualora avesse avuto uno sviluppo, ma una compiutezza di ragionamento drammaturgico viene meno man mano che l'opera continua.

Gurnemanz diviene il primario della clinica: il titolo accademico che gli consente la direzione di una struttura complessa, tuttavia, dovrebbe attribuire maggior prudenza a un medico che, trovandosi di fronte a un paziente fiocinatore di cigni e traumatizzato dalla perdita della madre, gli consegna un appuntito giavellotto (la lancia sacra). Capiamo: nell'opera, la detta lancia va effettivamente porta dal saggio Gurgemanz al prode Parsifal, ma la scena, così come viene rappresentata da Hermanis, fa invero sorridere.

Amfortas, invece, da sovrano del regno del Gral diventa un paziente del Wagner-Spital sottoposto a terapia elettroconvulsivante. Non abbastanza, evidentemente, viste i continui segni di plateale squilibrio a cui l'interprete è constretto dal regista. Kundry, che comunque gravemente bipolare lo è anche normalmente nel Parsifal, è anch'essa una paziente, affidata alle cure del medico malvagio e corrotto Klingsor, che la tiene rinchiusa con malefiche intenzioni.

Le fanciulle fiore non sono altro che un'allucinazione del paziente (armato fino ai denti e opportunamente corazzato) Parsifal e si destano dai letti di una grande camerata seducendo il paladino, svestendosi sino a restare in corpetto e mutandoni.

Il Graal è un cervello in gesso, che cresce in dimensioni man mano che l'opera avanza. Il primario Gurnemaz ne ha diverse riproduzioni nel suo studio (assieme ad alcuni feti in barattolo), ma quello orginale è conservato nella sala del Graal (St. Leopold) ed è sovrastato dalla copia della cupola che si trova sopra l'altare della chiesa originale allo Steinhof. Alla fine del primo atto, non è di grandi dimensioni (parimenti a quelle ridotte della cupola che gli fa da coperchio) ed è illuminato da allegre luci pseudo-natalizie mentre la platea dei pazienti gli rende omaggio. Ovviamente, anche a dispetto delle rispettive dipartite, nella Vienna del 1907, i pazienti non potevano che essere Klimt, Brahms, Johann Strauss, Sigmund Freud (passato evidentemente dall'altra parte della barricata) e altre personalità locali.

Alla fine del terzo atto, ancora nella sala del Graal, tutti si ritrovano (compresi Klimt, Freud etc...), ma, siccome è pur sempre un'opera di Wagner e siamo in un ospedale psichiatrico, con il capo cinto da aurei elmi alati. Il cervello ora è molto più grande, come la cupola, e le sfavillanti lucine sono scomparse.

In tutto questo, i protagonisti sono sostanzialmente fermi, immoti, salvo qualche minuto movimento necessario, qualche elettroschock a vista e altre pratiche mediche più generiche. Una lode va senz'altro al personale sanitario, che si ritrova una torma di pazienti avvinti da flemma britannica.

I due cavalieri del Graal erano i medici (rispettivamente strutturato e specializzando), gli scudieri, invece, infermieri e infermiere.

Se la componente visiva poteva destare qualche logica perplessità, quella musicale ha pienamente convinto, a partire dall'eccellente concertazione di Valery Gergiev, capace di esaltare l'estetica wagneriana con un'agogica più serrata rispetto al consueto, così da consentire al dramma del compositore tedesco di giungere ugualmente, nonostante la mancanza di un supporto dal palcoscenico. La ricchezza coloristica che il concertatore russo ottiene dall'orchestra è variegata, al pari di una dinamica intensa, ma mai eccessiva. Ottimale il rapporto fra buca e palcoscenico, con i cantanti messi nelle migliori condizioni, nonstante l'imponente orchestrazione, per esprimere la propria arte senza dover mai forzare l'emissione.

A convincere pienamente è, come prevedibile, il Gurnemanz di René Pape, attore carismatico e cantante dotato di espressività tale da rendere sempre interessanti i concetti, notoriamente assai ripetitivi, dei libretti di Richard Wagner. Al suo pari è l'eccellente Parsifal di Simon O'Neill, che , da specialista di questo repertorio, doma la parte con classe e disinvoltura.

Ottima anche Elena Zhidkova, come Kudry, nonostante affiori nella scena del giardino (qui l'obitorio dove giace il cadavere della madre di Parsifal) qualche segno di stanchezza, domato dall'interprete grazie a musicalità e tecnica precisa. Piace molto anche il Klingsor di Daniel Boaz, partecipe e subdolo nella recitazione, inappuntabile nel canto.

Thomas Johannes Mayer (Amfortas), esattemente come nel recente Orest, [leggi la recensione], è assoluto padrone del palcoscenico, passionale nel fraseggio e assai preciso per tecnica e musicalità.

Compleatavano il cast: Ryan Speedo Green (Titurel), Leonardo Navarro (primo cavaliere del Graal), Clemens Unterreiner (secondo cavaliere del Graal), Svetlina Stoyanova (primo scudiero), Miriam Albano (secondo scudiero), Michael Laurenz (terzo scudiero), Lukhanyo Moyake (quarto scudiero) e le fanciulle-fiore, Ileana Tonca, Olga Bezsmertna, Margaret Plummer, Maria Nazarova, Mariam Battistelli, Szilvia Voros, Bongiwe Nakani.

Molto bene, specialmente nelle voci gravi, il coro diretto da Martin Schebesta e tutte le maestranze della Wiener Staatsoper coinvolte.

La scene erano dello stesso Alvis Hermanis, coadiuvato da Silvia Platzek, i costumi di Kristine Juriane, le luci di Gleb Filshtinsky, le proiezioni di Ineta Sipunova.

Al termine grandi applausi per tutti gli interpreti musicali. Nonostante qualche accenno protesta da parte dei wagneriani più ortodossi, è partito un applauso alla fine del primo atto (sebbene la tradizione lo vieti) e non c'è stato l'istante di silenzio alla fine del terzo.

foto Wiener Staatsoper / Michael Pöhn