L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

.

 

 

 

 

Volo stanco

di Irina Sorokina

Continua a non convincere la Carmen firmata per l'Arena da Hugo de Ana nel 2019, mentre luci e ombre si alternano nel cast diretto da Daniel Oren. Note di merito per l'ottima Micaёla di Ruth Iniesta e il Don José in crescendo di Murat Karahan, oltre per i ben assortiti comprimari.

Verona, 2 agosto 2019 - Hugo De Ana, senza dubbio, una figura molto importante per l’Arena di Verona, la sua presenza in qualità di scenografo, costumista e regista ha segnato la storia del festival lirico veronese nel modo decisamente positivo. Il suo Nabucco (2000), senza dubbio, fu il più originale e interessante degli ultimi vent’anni; per sfortuna, scomparve dal cartellone troppo presto. Dopo l’ormai storica presenza di Franco Zeffirelli in Arena, viene quella di De Ana. In un modo curioso, entrambi i maestri sono entrati in competizione nel 2018, visto che alla Carmen zeffirelliana (produzione del lontanissimo 1995) è succeduta la versione scenica dell'artista argentino [leggi la recensione del debutto della produzione nel 2018].

Sicuramente, la nuova Carmen era molto attesa. Pensiamo che una certa stanchezza si percepiva quando si trattava del vecchio kolossal del regista fiorentino, che, come al solito, tentò di imitare la realtà invece di inventarne una nuova. Nell’anno della première del 1995 la durata dello spettacolo registrò un record assoluto a causa delle scenografie troppo dettagliate. I cambi scena richiesero ogni volta mezz’ora o anche qualche minuto in più. Ovviamente, abbondante fu la presenza di masse di coristi, ballerini e comparse, senza parlare di animali, cavalli e un asinello. Una Spagna coloratissima, oleografica e fin troppo prevedibile, un vero “panettone” indirizzato al più vasto pubblico turistico.

Nel 2018 la musica è cambiata, ma le aspettative riguardanti il lavoro di De Ana non sono state soddisfatte, o, almeno, non del tutto. Regista, scenografo e costumista di questa produzione, non è andato contro il senso del capolavoro di Bizet, non ha aggiunto qualche senso di cui il compositore e i suoi librettisti, Meilhac e Halévy non ebbero idea; si è limitato dello spostamento della faccenda nella Spagna franchista. La dea fantasia che da sempre ha amato il regista argentino, stavolta, è mancata all’appuntamento: l’enorme palcoscenico dell’Arena ha accolto camionette, jeep, vecchie casse di legno, oggetti arrugginiti nel primo atto, manifesti d’epoca nel secondo, reti metalliche nel terzo e l’arena per corrida nel quarto. Ma, a differenza del lavoro dell’ormai leggendario Zeffirelli, pieno di sole e colori sgargianti, l’allestimento di De Ana era grigio e quasi monocromo. Si dice della Spagna che le sue città repubblicane, se confrontate con quelle franchiste, appaiono sbiadite come se fossero piene di polvere, e simile a una città povera e piena di polvere è apparsa sul palcoscenico areniano la Sevilla di De Ana. In questa città grigia è in corso qualche conflitto militare che va avanti pigramente e non è assolutamente chiaro chi è contro chi. Gli uomini armati, quindi, non hanno un proprio ruolo e tutto, com’era prevedibile, si è ridotto a una storia di eterna lotta tra maschio e femmina.

C’era un’altra cosa che univa le due produzioni, divise di ventitré anni di differenza di età: un'enorme quantità di artisti in scena. Se qualcuno aspettava una Carmen più asciutta e trasparente, è rimasto deluso. Simile al collega fiorentino, De Ana ha impiegato nel suo allestimento tante, troppe persone. Ma il mare umano gestito da Zeffirelli ha avuto vittoria su quel organizzato da De Ana: il vecchio Maitre usò tutto l’ampio palcoscenico dell’Arena per le sue “scenette” folcloristiche, il suo collega più giovane ha deciso di ridurre lo spazio impiegato per l’azione e si è creato un certo caos. Il terzo atto ne ha sofferto particolarmente, le reti metalliche hanno provocato un ammassamento di persone lungo il proscenico e atmosfere eccessivamente buie (light designer Paolo Mazzon) a volte hanno impedito di distinguere i personaggi. La nuova Carmen non è riuscita a spiccare il volo, solo l’ultimo atto, dove il regista finalmente ha deciso di regalare al pubblico un po’ di luce e qualche effetto pirotecnico e ha gestito in modo efficace la scena finale, è riuscito a coinvolgere il pubblico, anche grazie alle videoproiezioni di Sergio Metalli.

Non del tutto ha convinto il cast internazionale. La cantante uzbeka Ksenia Dudnikova - Carmen è in possesso di uno strumento notevole, una vera voce di mezzosoprano dal colore scuro che riuscita a coprire l’enorme spazio areniano senza difficoltà, ma ha presentato anche non pochi difetti. Salendo, la voce si scoloriva e s’inaspriva, le note gravi sono risultate un po’ forzate e il colorito artificiosamente brunito. Tuttavia, quel che ha impedito alla cantante di creare un personaggio credibile e coinvolgente, è stata la mancanza del fisico adeguato, capacità di muoversi e sensualità. I tentativi di mostrare le gambe e eseguire qualche movimento del bacino sono stati pietosi.

Murat Karahan ha disegnato un Don José debole, un uomo ordinario, in evidenti difficoltà nel trovare il posto al sole adatto a lui; l’incapacità di tenere testa a una donna ha generato una terribile violenza. La sua prestazione vocale è andata migliorandosi sempre di più nel corso della recita, ha regalato un “Le fleur que tu m’avais jetée” da manuale, conquistando soprattutto per la linea di canto ottima e sfumature raffinate.

Ruth Iniesta nel ruolo di Micaёla è stata la migliore del cast, ha sfoggiato una voce chiara, dolce e lucente, anche se non grandissima, e il suo canto è impreziosito da un’emissione morbida e legato incantevole. È stata molto credibile nel ruolo della fidanzata ideale e un po’ edulcorata e ha colorato il personaggio di qualche sfumatura di forza. Grandi applausi pienamente meritati per “Je dis que rien ne m’épovante”, cantato nel modo incantevole.

Per il rispettabile baritono Alberto Gazale l’esibizione nel ruolo di Escamillo non è stata particolarmente felice; la voce stanca e a tratti usurata, è stata priva dello  smalto necessario e il fraseggio è risultato un po’ grossolano.

Un’ottima prova hanno fornito tutti i comprimari, ottimi cantanti a attori vivaci: Elisabetta Zizzo – Frasquita, Mariangela Marini - Mercédès, Gianfranco Montresor - Dancairo, Roberta Covatta – Remendado. Il celebre quintetto “Nous avons en tete un affaire” è stato una perla della recita. Efficaci sono apparsi Krzysztof Baczyk – Zuniga e Daniel Giulianini – Moralès.

Sul podio Daniel Oren sicuramente ha offerto un serie di garanzie; ha diretto in modo molto dinamico, un po’ troppo asciutto e con i ritmi molto serrati che spesso caratterizzano le sue esibizioni. Non sono mancati, però, dei momenti di purissimo lirismo e sonorità sofisticate. Il magnifico coro areniano, sotto la direzione di Vito Lombardi, ha cantato con un coinvolgimento fantastico e maestria al limite dell’immaginabile ed è stato un vero protagonista della serata.

Questa Carmen che ha compiuto un anno di vita sembra di non ottenere un grande consenso del pubblico, ne sono testimoni troppi posti vuoti. Speriamo che nel futuro il capolavoro di Bizet possa trovare nell’anfiteatro veronese una più valida interpretazione scenica.

foto Ennevi


 

Vuoi sostenere L'Ape musicale?
Basta il costo di un caffé!

con un bonifico sul nostro conto

o via PayPal