L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Tu che di gel sei cinta

 di  Andrea R. G. Pedrotti

Serata fredda e mesta alla Wiener Staatsoper. Alberto Veronesi, al debutto sul podio che fu di Karajan e Kleiber, spegne vampe e pire con una concertazione che mette a dura prova il cast e i complessi viennesi. Non manca qualche contestazione.

Vienna, 19 settembre 2019 - Nella serata del 19 settembre ci siamo ritrovati in un'atmosfera del tutto particolare, con una Wiener Staatsoper cinta di gelo, ma, a differenza di ciò che Liù canta a Turandot, è la fiamma a essere vinta, la vampa non stride e la pira non arde.

Il riferimento pucciniano non è casuale, poiché, assisa nella sala, ritroviamo, in assenza della locale dirigenza entrante, l'intera dirigenza di Torre del Lago, per accompagnare il proprio direttore musicale, Alberto Veronesi, al debutto sul podio che fu di Karajan e Kleiber.

Accade alla Staatsoper che i flutti del lago di Massaciuccoli spengano inesorabilmente la vampa del focoso pubblico viennese, rendendo l'atmosfera della serata mesta e, curiosamente, stanca.

Funziona poco o nulla dal punto di vista musicale, proprio a causa dell'esiziale concertazione di Veronesi. Era curioso osservare il gesto del direttore, per notare come questo fosse completamente avulso dalle reazioni dell'orchestra, che spesso si trovava ad attaccare ben prima che giungesse il comando dal podio, come se agisse in autonomia - anche reagendo a una gestualità che avrebbe mandato inesorabilmente fuori tempo l'organico - quasi ignorando la bacchetta.

Così le sezioni orchestrali riescono a mantenere una discreta unità, resistendo a squilibri palesi, almeno fino alla fine del secondo atto; già nel terzo, infatti, è impossibile non notare, in “Ah, sì, ben mio!”, una perdita dei contatto evidente di viole e secondi violini rispetto al complesso orchestrale. Si nota, oltretutto un disarmante scollamento fra buca e palcoscenico, con l'orchestra intenta ad accelerare durante le arie e i cantabili, costringendo i cantanti a inseguire, per concludere in strette, viceversa, di lentezza sconcertante. Se l'orchestra andava a tempo, grazie all'esperienza e la qualità dei professori, lo stesso non si può dire per i cantanti, che paiono abbandonati a loro stessi già dal primo terzetto. Marchiano e non all'altezza di un teatro come la Wiener Staatsoper l'errore del podio nell'attacco di “Di quella pira”, con l'interprete mandato palesemente fuori tempo e costretto a una corsa che si doveva concludere con la doppia esecuzione della celebre cabaletta.

Senza voler infierire, è impossibile non citare almeno ciò che accade nel quarto atto, quando le agogiche divengono fin opprimenti nella loro lentezza, provocando numerosi sbadigli fra il solitamente partecipe pubblico in sala. Totale lo squilibrio negli ultimi accordi, come nel duetto fra il Conte di Luna e Leonora, a suggello di una serata sicuramente non memorabile.

Il pubblico reagisce senza entusiasmo, né vigore: dopo l'Introduzione nemmeno un applauso parte dalla sala e nel corso dell'intera serata le reazioni appaiono sistematicamente di mesta cortesia, fatta salva una discreta rezione dei presenti, risvegliati dalla discreta esecuzione della seconda aria di Leonora, reazione che si spegne nel gelo già dopo la cabaletta. Al termine non mancano alcune contestazioni (meste al pari degli appalusi), principalmente rivolte al direttore e, in misura minore, agli interpreti vocali.

Nella compagnia vocale, troviamo, nel ruolo del Conte di Luna, il baritono Paolo Rumetz, attualmente impegnato alla Staatsoper come Dulcamara e cover di Simon Boccanegra. Per quanto la triade possa apparire quantomeno curiosa, Rumetz risolve con professionalità il cimento affidatogli il giorno stesso della recita in sostituzione di un collega, cercando di non forzare l'emissione e centellinando un'accentazione raffinata. Il cantabile e il fraseggio vengono sviliti dalla marea viareggina del golfo mistico, ma, considerando questo dettaglio e la complessa situazione in cui s'è ritrovato il cantante giuliano, la sua prova può dirsi certamente positiva.

Michelle Bradley (Leonora) possiede un mezzo vocale interessante, specialmente nel registro centro-grave, buona capacità nelle smorzature e tenute di fiato apprezzabili. Fin dalla sortita soffre la concertazione (oltretutto debuttava a Vienna), ma resta tuttavia l'unica interprete capace di ottenere un applauso discretamente convinto, grazie a un bel pianissimo eseguito al termine della sua seconda aria.

Monika Bohinec, che debuttava come Azucena alla Staatsoper, soffre molto la serata, specialmente a partire da secondo atto. È promettente la sua interpretazione di “Stride la vampa”, ma la sicurezza e la tenuta dell'artista vanno man mano spegnendosi del gelo che cingela sala, conducendo a un quarto atto molto al di sotto della sufficienza.

Yusif Eyvazov, uno dei migliori interpreti di Manrico della contemporaneità, palesa sempre i begli accenti che abbiamo imparato ad apprezzare negli anni e le capacità espressive di quel canto dell'anima che ha contraddistinto il suo canto da ben prima che la sua fama raggiungesse i livelli planetari di oggi. Eyvazov, come sempre, ha tenuta vocale straordinaria, ma non gli viene consentito di esibire il luminoso squillo della voce, a causa di un'orchestra greve, pesante, che non consente all'artista di respirare. Il do della Pira è ben centrato e sarebbe stato certamente di maggior effetto, se il maglio proveniente dalla buca non ne avesse contrastato l'effetto.

Convincente il Ferrando del sempre affidabile Jongmin Park. Completavano il cast Simina Ivan (Ines), Carlos Osuna (Ruiz), Oleg Savran (Un vecchio zingaro) e Wolfram Igor Derntl (Un messo).

Buona, per quanto possibile, la prova del coro, ben preparato da Thomas Lang.

La regia di Daniele Abbado vede le vicende del romantico menestrello verdiano ambientate nella guerra civile spagnola. La scena è fissa, con l'azione affidata quasi esclusivamente alle comparse. Sostanzialmente la produzione funziona, grazie a buoni effetti visivi e a un gioco di luci ben studiato. Le scene erano di Graziano Gregori e i costumi di Carla Teti.

Al termine solo due fugaci uscite degli interpreti per una serata che si è rivelata fredda sia artisticamente, sia metereologicamente.

foto Wiener Staatsoper / Michael Pöhn


 

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