L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Deus in machina

 di Antonino Trotta

Krystian Zimerman, ospite dell’Unione Musicale, infiamma l’auditorium Giovanni Agnelli di Torino con un programma dedicato a Brahms e Chopin.

Torino, 23 Gennaio 2019 – Ci sono artisti che lasciano impressi negli anditi della memoria ricordi di serate indimenticabili, e artisti che in serate indimenticabili possono cambiare il paradigma di ascolto di chi ha il privilegio di prendervi parte, assoggettando il gusto estetico che intende il percepito musicale a pretese del tutto nuove, talvolta inimmaginabili. Constatare che un marchingegno strutturalmente complesso come il pianoforte possa costruire pianissimi evanescenti, sospesi sul crinale tra il suono e la vibrazione che anticipa il silenzio, rimane, anche per il musicofilo più agguerrito, un’avventura di trascendentale bellezza. La viscerale conoscenza del mezzo – o, in poche parole, l’irrinunciabile postilla di disporre del proprio strumento – radica dunque l’imprescindibilità della clausola in una ricerca estetica esigente, tramite e non obiettivo della sublime poetica interpretativa che consegna Krystian Zimerman, presenza maiuscola nel forbito cartellone dell’Unione Musicale (già ospite nel 2016 per una tappa del tour dedicato alle ultime sonate di Schubert, poi incise per la Deutsche Grammophon), alla storia del pianismo.

In apertura del concerto, la Sonata in fa minore op. 5 di Brahms regala quaranta minuti di pura estasi: annullando ogni connessione fisica che dal polpastrello conduce alla corda, il pensiero demiurgico di Zimerman si realizza innanzitutto nella magniloquenza di un tocco capace di sospendere il suono in un iperuranio esonerato dalla consequenzialità di qualsivoglia relaziona meccanica. L’Andante espressivo, secondo movimento di questa giovanile creatura vagamente imparentata nel tema con l’Adagio cantabile della Patetica di Beethoven, è, in tal senso, un capolavoro di sopraffino cesello dinamico che procede libero come una pedalata in una dimensione priva di costrizione gravitazionale e restituisce la crepuscolare atmosfera di un notturno dall’ampio respiro: non una frizione, non un'eco del doppio scappamento o della resistenza dell’avorio, non una venatura metallica trasuda dal canto ovunque rotondo, tellurico e opalescente, in totale equilibrio su una corda tesa tra forte e piano, vigore e sentimentalismo. L’indagine sulla perfezione non si limita tuttavia all’esclusiva padronanza della tastiera ma si concentra parimenti sul dominio del testo pianistico: musicista eclettico, interprete illuminato e illuminante, Zimerman infiamma le pagine dell’Allegro maestoso iniziale con un’imponenza prorompente, ereditata e sviluppata in nome dello stesso temperamento che ha reso grandiose la celebri registrazioni del primo concerto per pianoforte e orchestra, con Bernstein prima e con Rattle poi. Il fraseggio curatissimo dalla prima all’ultima nota di un’arcata si fa estroso nello Scherzo centrale, cinereo nel sinistro Intermezzo – dove il suono acquista una patina volutamente micalizzata – e impetuosamente appassionato nel Finale, al limite dell’eseguibile, manifestando così un vocabolario ermeneutico a servizio di linguaggio estremamente teatrale.

Distante da ogni banale autoreferenzialità stilistica, pur legittima nell’empireo del concertismo di razza, Zimerman trasforma la libertà concessa dall’architettura dello scherzo in una vetrina dove si fa sfoggio di inventiva ritmica e coloristica, di disciplina musicale e varietà espressiva, e – con grande sorpresa di chi, memore delle quattro ballate, presupponeva una lettura solenne e prudente – di un virtuosismo pirotecnico, nell’accezione più ginnica del termine, che non sconfina mai nel mero esibizionismo. Le folgoranti ottave dell’op.39, l’impennata nella coda dello scherzo in si minore o i rutilanti arpeggi del secondo sembrano lanciare un guanto di sfida alle odierne generazioni di pianisti da battaglia, eppure la capacità di presentare le cellule ripetitive con uno spessore e una veste sempre differente, senza sacrificare il protagonismo della filigrana nel dettato chopiniano, fa di quest’esecuzione un modello di esemplare compenetrazione tra tecnicismo e poesia. Nel quarto scherzo, unico dell’antologia in tonalità maggiore, la verve affabile prende invece il sopravvento e si fa strada, nella liquidità di un lirismo raffinatissimo, con accenti ironici e squarci di bonaria naturalezza che quasi tradiscono la personalità luminosa celata dall’autorevolezza del nome.

Irradiato da un cono di luce, i cui aurei riflessi sulla nivea chioma sembrano alludere tanto all’originale capello di rame quanto al valore del pensiero che abita quella mente, si allontana dal fedelissimo compagno di viaggio, investito, e forse imbarazzato, da un turbinio di applausi che si spinge ad oltranza, anche quando i riflettori dell’auditorio si accendono per ribadire il cortese commiato: anche questa volta, Krystian Zimerman, ha animato quell’infernale macchina ad ottantotto tasti con uno spirito assolutamente divino.