L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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La Parola è perduta!

  di  Andrea R. G. Pedrotti

Il concerto che ricorda Mariss Jansons all'indomani della scomparsa si carica di significati simbolici negli istanti di silenzio, nell'esecuzione  della Maurerische Trauermusik di Mozart senza la presenza fisica di un direttore, nella riapertura del discorso con il programma - previsto in origine con lo stesso Jansons sul podio - affidato alla bacchetta di Jakub Hrůša e al pianoforte di Denis Matsuev.

VIENNA 2 dicembre 2019 - La Gesellschaft der Musikfreunde in Wien, i Wiener Philharmoniker, la città di Vienna, tutto il mondo ha pianto la scomparsa del m° Mariss Jansons, proprio nella serata che avrebbe dovuto vederlo sul podio, ancora una volta, per un concerto che in programma avrebbe avuto i medesimi autori che avevano salutato il suo debutto con la Filarmonica di Vienna, Čajkovskij e Bartók.

Simbolicamente verrebbe da pensare che, se il Maestro fosse potuto essere presente sul podio e solo successivamente la sua esistenza terrena fosse terminata, questa serata avrebbe potuto rappresentare simbolicamente una ciclicità, una fine, una conclusione, ma essa sarebbe stata un autentico segnale di morte, perché questa altro non è che la cessazione del pensiero, dell'evoluzione, della crescita, della volontà di ricerca in un percorso continuo verso quel concetto di verità irraggiungibile. Il m° Mariss Jansons non ha mai posto una “fine” al percorso del suo intelletto, sublimato nel codice universale della musica.

Come primo brano, dunque, i Wiener Philharmoniker hanno deciso di omaggiare il Maestro scomparso con l'esecuzione della Maurerische Trauermusik, K.477/479a (Musica funebre massonica in do minore K 477) di Wolfgang Amadeus Mozart.

Secondo quanto trasmettono alcune fonti, venne eseguita per la scomparsa di Georg August von Mecklenburg-Strelitz e Franz Esterhazy von Galantha il 17 novembre 1785, secondo altre alcuni mesi prima, il 12 agosto, nell'occasione di una cerimonia di elevazione al 3° grado nella loggia "Zur wahren Eintracht" di Vienna.

Dopo che l'orchestra ha preso posto è seguito un attimo di silenzio, una pausa e l'orchestra schierata innanzi al podio vuoto. Ecco, allora, l'attacco dell'oboe che appare quasi tremante d'intensità, seguito dall'intervento del clarinetto, dei corni di bassetto, dei corni, del controfagotto, fino al saluto degli archi. Il podio era deserto, ma la compattezza e la concentrazione degli orchestrali, l'intensità della linea, la passionalità del fraseggio davano quasi l'impressione che stessero seguendo un comando e in realtà era così, essi stavano seguendo l'insegnamento che negli anni era stato impartito loro dal Maestro scomparso. Il momento più intenso aveva ancora da arrivare: la spalla dei Wiener Philharmoniker, dopo aver posato l'archetto, si è alzata in piedi, assieme agli altri professori e a tutto il pubblico presente nell'elegante sala del Musikverein. Era arrivato il momento del silenzio, molti strumentisti tenevano gli occhi chiusi, altri li dischiudevano facendo scorgere un evidente rossore.

Questo lasso di tempo, di silenzio, di riflessione è stato uno degli istanti più elevati degli ultimi anni. Il mondo di oggi corre troppo, schiavo di un'immagine stereotipata e la parola, già di per sé limitata alla codificazione linguistica, è perennemente, e sempre più, impoverita, perduta al pari della ricchezza del silenzio. La riflessione è parte integrante dell'intelletto e, per essere funzionale alla crescita interiore di ognuno di noi, necessita di uno spazio che che si può ritrovare solo nel silenzio. Si ascolta in silenzio, si apprende in silenzio, si riflette in silenzio, prima di agire. Per omaggiare un uomo che del pensiero e del linguaggio musicale ha fatto espressione della sua anima, solo il silenzio poteva essere adeguato, perché il silenzio è latore della parola, nel sua forma significante più elevata. Mosè è definito nei testi “tardo di lingua”: il suo compito era quello di condurre la parola di Aronne al Faraone e, soprattutto, di recare le tavole della legge di HaShem (che in ebraico indica anche il “verbo”, il “pensiero”, “l'origine”, il “nome”) agli uomini. Il compito era ascoltare, ascoltare l'insegnamento in silenzio e tramandarlo a chi sarebbe venuto dopo di lui.

Mosé rompe le tavole della legge, una volta disceso dal Sinai, la “parola”, l”insegnamento” e, così, non potremo più godere della lingua, dell'”insegnamento”, tramandato da Jansons sul podio. Il Maestro ora non c'è più e la sua assenza si fa presenza nell'intensità di un silenzio, nell'intensità della riflessione. La Parola è perduta. Chi conosca la leggenda di Hiram può ben comprendere la profondità del gesto compiuto dai Wiener Philharmoniker. 

Poi il concerto vero e proprio, perché non ci si può arrestare e la storia prosegue. Dopo una brevissima pausa e l'arrivo del pianoforte, è, infatti, la volta del Concerto per pianoforte e orchestra nr. 1 di Čajkovskij, con solista Denis Matsuev e la direzione di Jakub Hrůša. A parte un'eccessiva irruenza del pianista nel primo movimento, quando sarebbe stato richiesto un uso più ponderato del pedale e un fraseggio più delicato, secondo e terzo movimento convincono appieno, grazie a una bella simbiosi fra l'orchestra, il solista e il direttore. Belle alcune soluzioni dinamiche, capaci di conferire una pregevole intensità all'esecuzione nel suo insieme.

Degno di lode anche il bis, con una meditazione ancora di Čajkovskij, naturalmente esplicitamente dedicata alla memoria di Mariss Jansons.

Piace anche il Concerto per orchestra, Sz 116 di Bartók, specialmente nei primi due movimenti e in quello conclusivo, nei quali il direttore ben sfrutta le peculiarità dei Wiener Philharmniker. Sono nel terzo e quarto movimento sarebbe stato preferibile concedere maggior spazio a un respiro orchestrale che diventiva sovente solo intuibile, a causa di un'agogica che lasciava poco spazio al fraseggio.

Al termine grande, e meritato, successo per tutti, con la mente rivolta allo scomparso Mariss Jansos, per il quale veniva richiesto di lasciare un pensiero scritto, su un registro poggiato sotto una foto abbrunata, al pari del nero vessillo di lutto dispiegato all'esterno del Musikverein.


 

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