L’ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

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Estinto tutto sia, fuorché l'amor

di Roberta Pedrotti

Superba inaugurazione di stagione per il Comunale di Bologna, che onora le proprie radici wagneriane con un Tristan und Isolde da ricordare per la concertazione maliosa e intelligente di Juraj Valčuha, per la messa in scena suggestiva di Ralf Pleger e Alexander Polzin, per un cast di grande qualità.

Leggi anche la recensione del cast alternativo

BOLOGNA 24 gennaio 2020 - Un'apertura di stagione è una festa. Una festa per il teatro, per la comunità, per l'arte. A Bologna, la prima operistica del Comunale è anche l'occasione per abbracciare Marino Golinelli, che – classe 1920 – incarna nel modo migliore l'esempio del mecenatismo moderno, imprenditore votato com'è a promuovere l'innovazione e la cultura con sincera passione: i suoi contributi al Comunale vanno di pari passo con un'attenta e costante presenza agli spettacoli.

Nei foyer, allora, si brinda tutti insieme, tutto il pubblico è invitato nei due intervalli, fra flute e bollicine, tartine, risotti, pasticcini, strascichi di paillettes, varia eleganza, qualche stravaganza. È una prima in piena regola, ma la cornice non prevale su quadro. Tutto ruota intorno all'opera in una serata che si protrae per oltre cinque ore senza cedimenti, rendendo onore alla storia di un teatro che è stato il primo in Italia ad accogliere Wagner. 

Un grande amore assoluto, impossibile e tragico, perno di una partitura che sembra quasi un immenso duetto. Di per sé nulla di così nuovo o incredibile. Lo schema di Romeo e Giulietta, con tutte le sue variabili di contrasti familiari, politici, adulterini, d'onore e d'amicizia, regna pressoché incontrastato nel melodramma ottocentesco. Ma, a ben guardare, nemmeno il Tristan Akkord è qualcosa di totalmente inedito: inedito è il fatto che Wagner punti il faro non sulla risoluzione dell'armonia, ma sulle dissonanze che la preparano fra ritardi e note di passaggio. Sposta l'attenzione, la concentra in un punto che diventa qualcosa di nuovo, coagulando tutte le tensioni, che si dilatano semitono per semitono. Così, in modo relativamente semplice (e, pertanto geniale), sconvolge la percezione dell'armonia. Così, amplificando parimenti a dismisura l'esplorazione dell'amore assoluto, estremo totalizzante, sconvolge tutti quei topoi drammaturgici che pure ripropone all'ennesima potenza, fino a farli deflagrare.

Tristan und Isolde è un'opera rivoluzionaria, e semplicissima. Quasi ostinata nel reiterare il suo concetto, nel sospendere un'azione pressoché inesistente in tutte le declinazioni possibili del mistero dell'amore. Un mistero che poi si riconduce alla ragione insondabile per cui esiste una persona che ci fa sentire completi, una parte fondamentale di noi anche al di là di ogni logica.

Juraj Valčuha legge quest'anatomia del sentimento, questa psicopatologia della passione e ne fa poesia. Nelle sue mani l'orchestra del Comunale sembra trasfigurata non solo per precisione tecnica (che meraviglia l'incipit del terzo atto!), ma soprattutto per il suo concretizzarsi nella qualità di un suono morbido, tornito, delicatamente sfumato nei colori, negli spessori, nelle consistenze. Non si abbandona a languori, non si compiace di contrasti, inturgidimenti, effetti. Anzi, il preludio procede spedito e analitico, prepara la grande arcata che si svilupperà per gradi, in modo quasi scientifico, come appare evidente quando Valčuha delinea i temi che si presentano nel primo atto, evidenzia accuratamente le radici di una passione, di un'unione cui il filtro servirà solo da pretesto scatenante. Anzi, il fatto che sulla scena, in effetti, di coppe e pozioni non ci sia traccia rende ancor più eloquente l'emergere di un qualcosa che, in realtà, è già parte profonda della natura di Tristan e di Isolde.

Da lì, man mano, i fili si stringono, s'intessono in una trama perfettamente intellegibile anche quando si fa sempre più fitta. La dialettica dei temi sviluppa l'analisi della psiche, la fenomenologia della passione nell'immagine stessa della passione, nell'esplorazione dei suoi meandri che non arriva mai a perdersi. La partitura, anzi, si dipana come un filo di Arianna a mostrare dove un'anima si perde in un'altra anima. Valchua introduce gradualmente ogni elemento, s'inoltra consapevole nella notte e ritorna al giorno e alla dissoluzione, in un moto circolare che, però, non torna al preludio come a un identico immemore dell'esperienza. In fondo, Tristan und Isolde è proprio questo: non una storia da raccontare, ma un'esperienza da vivere, alla scoperta di tutte le sfaccettature di un'unico concetto stratificate nella ridondanza congenita al linguaggio wagneriano. Torna alla mente il poetare del primo traduttore e alfiere italiano del vate di Bayreuth: Boito mette la scienza in versi, fa rimare “ad hoc” e “Koch”, ma fa anche turbinare sulla Lezione d'anatomia sogni romantici e amare disillusioni, notti incantate e spietate luci della ragione.

Ancor più, allora, acquista significato la messa in scena metafisica di Ralf Pleger in coproduzione con La Monnaie di Bruxelles, che ha il pregio di estrinsecare in immagini la staticità dell'azione animando il percorso interiore in perfetto accordo con la musica. Nel primo atto sembra di veder pendere dall'alto vele variamente allacciate agli alberi della nave, ma sciogliendosi lentamente si scoprono stalattiti che crescono, crescono, come se il tempo passasse inoltrandoci sempre più in un abisso per riportare alla luce il legame inconscio fra Tristan e Isolde. L'incontro notturno del secondo atto ha come fulcro un intreccio di rami pietrificati dalle forme vagamente umane. Si pensa a Dafne, mutata in albero per sfuggire alla passione, si pensa a Dante: alla selva dei suicidi e soprattutto al turbine delle anime dei lussuriosi – fra le quali c'è pure quella di Tristano. Quando poi l'oscurità si fa più fonda, sicchè gli amanti vedano più chiaramente in loro stessi, l'intrico inerte si anima delle sagome di danzatori: sparisce il velo di Maya, la natura e un tutt'uno dionisiaco con Isolde e Tristan. Solo la luce, gli sguardi esterni, tornano a mostrare frreddo e immobile ciò che nell'intimo brulica di vita.

I raggi di un sole nemico, freddo, razionale, nel terzo atto feriscono dai fori in una parete, invadono lo spazio, creano ombre che sembrano sbarre, finché il Liebestod non fa scintillare quegli stessi fori come un cielo stellato, una notte rossa di passione.

Spettacolo bellissimo, profondo, seducente, che sviluppa al meglio l'idea di un teatro teso all'astrazione, senza raggelarlo nello stereotipo. Teatro anche come arte visiva protesa all'opera d'arte totale.

Se tutto s'incardina sul dualismo Tristan-Isolde, bisogna poi pur dire che tutti i satelliti che ruotano intorno alla stella binaria e ne influenzano le manifestazioni si distinguono al meglio. Fuor di metafora: il cast comprimario è davvero eccellente. Eccellente la Brangäne di lusso di un'Ekaterina Gubanova in stato di grazia, cui basterebbe solo l'intervento a metà del duetto d'amore per portare a casa una serata perfetta. Eccellente il Marke di Albert Dohmen, cui la parte calza a pennello anche oggi e che soppesa a meraviglia il tono amaro quanto pacato dell'uomo tradito ma disilluso e privo di rancore. Il timbro di Tommaso Caramia (Melot/ un pilota) sa di pece ed è il perfetto contraltare della nobile chiarezza di Martin Gantner, splendido Kurwenal. Klodjan Kaçani, nondimeno, conferisce il giusto smalto giovanile al marinaio e al pastore.

E poi ci sono loro, Tristan e Isolde, Stefan Vinke e Ann Petersen. Non è facile trovare un tenore che affronti senza affanno alcuno il diabolico terzo atto, l'infinita scena di delirio e morte che Wagner gli riserva: Vinke è, questa sera, l'uomo giusto al posto giusto, la voce e l'accento rimangono vigorosi e ben controllati fino alla fine, quando l'eroe tutto d'un pezzo  soccombe a se stesso dopo aver trovato e perduto la parte complementare del suo essere. Fiera ma più ombreggiata, Petersen è lo Yin di questo Yang, l'opposto inscindibile nel nucleo di un'opera che è tutta una galassia di opposti inscindibili. Alla fine mostra qualche comprensibile segno di stanchezza, senza tuttavia inficiare una prova nel complesso più che positiva, caratterizzata da un fraseggio variegato e volitivo.

Alla fine, infatti, l'esito è giustamente festoso. Già all'inizio di secondo e terzo atto Valčuha è salutato da autentici boati d'approvazione che culminano nell'inevitabile acclamazione alle uscite finali, con entusiasmo per tutto il cast, per gli artefici della parte visiva (con Pleger ricordiamo lo scenografo e co-ideatore Alexander Polzin, il costumista Wojciech Dziedzic John Torres e Kate Bashore per le luci, Fernando Melo per le coreografie), per il coro preparato da Alberto Melazzi (seppur impegnato qui in misura minima), per tutti i danzatori.

foto Studio Casaluci


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