L’ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

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Capisaldi del Donizetti buffo

di Francesco Lora

Alla Fenice e al Maggio Musicale Fiorentino, L’elisir d’amore e Don Pasquale si incentrano tanto su allestimenti di indirizzo contrastante – perlomeno nelle intenzioni – quanto su affidabili bacchette e quartetti vocali: da una parte Bignamini, Mizzi, Albelo, Kim e Romano, dall’altra Fogliani, Sarra, Mironov, Olivieri e Ulivieri.

VENEZIA/FIRENZE, 18-29 febbraio 2020 – Tra l’edizione del festival di Bergamo che ha fatto il botto l’anno scorso e quella che lo farà di nuovo quest’anno, la corrente stagione d’opera italiana annovera più Donizetti del solito e parecchio di gran buona qualità. Tra le altre cose: Anna Bolena a Genova, Roberto Devereux a Palermo e Venezia, Lucrezia Borgia dappertutto. E mentre L’ange de Nisida e Pietro il Grande, Belisario e Marino Faliero piacciono e allettano, sembra per contro essere scomparsa dai cartelloni la popolarissima Lucia di Lammermoor. Sembra: nelle ultime ore è trapelato che proprio questo sarà il titolo inaugurale della prossima stagione al Teatro alla Scala. Non mancano mai alle scene, invece, i due capisaldi del Donizetti buffo: L’elisir d’amore e Don Pasquale. Tantomeno durante il carnevale: il primo ha avuto le sue recite al Teatro La Fenice, dal 15 febbraio, mentre il secondo le ha avute al Teatro del Maggio Musicale Fiorentino, dal 21 del mese.

A Venezia, lo spettacolo era quello, collaudato, con regìa di Bepi Morassi e scene e costumi di Gianmaurizio Fercioni: ammiccante oleografia, leggerezza strutturale e sbilanciamento verso la farsa di quella che sarebbe una commedia tenera, del tipo appunto da rubare «una furtiva lagrima». Se il direttore è Jader Bignamini, la partitura procede poi con la semplice scorrevolezza della tradizione, ossia anche senza le esplosive, benvenute e all’incirca filologiche spudoratezze osate – di recente, in laguna – da Stefano Montanari. Due fuoriclasse nella compagnia di canto: come Nemorino, il primo era Celso Albelo, comunicativo nel timbro persino quando abbozza appena l’espressione, e con in tasca sopracuti che abbagliano e spettinano; il secondo era il trascinante Marco Filippo Romano, buffo di razza finalmente promosso, alla Fenice, da Belcore a Dulcamara. Il simpatico e sonoro Julian Kim era l’arrogante sergente; Damiana Mizzi un’Adina non virtuosa ma precisa e garbata.

A Firenze, nuovo allestimento con regìa di Andrea Bernard, scene di Alberto Beltrami e costumi Elena Beccaro: Don Pasquale diviene il titolare di un equivoco casino, non si sa se attivo più nel gioco d’azzardo o nel giro di spogliarelliste. Ciò che si vede provoca tuttavia assai meno di quanto si possa immaginare, complice il doppio forfait del 29 febbraio e l’innocuo fai-da-te dei sostituti. In luogo di Marina Monzò come Norina, Anna Maria Sarra si conferma non già indiscutibile primadonna, bensì artista solida, generosa e disinibita; in luogo di Davide Luciano come Malatesta, Mattia Olivieri esibisce a sua volta più volume, tornitura e smalto che non l’anno scorso alla Scala. Misurato e senza traccia di caricatura il Don Pasquale di Nicola Ulivieri; quanto all’Ernesto di Maxim Mironov, ecco la luminosa eleganza personificata del canto. Orchestra e coro del MMF ruggiscono, mentre Antonino Fogliani – uno che ama davvero Donizetti e l’opera italiana – li accarezza nota per nota.

foto Michele Monasta


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