L’ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

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E nel terzo mese, il Teatro Real è risorto

di Fernando Peregrín Gutierrez

L'opera torna al Teatro Real di Madrid con una Traviata pensata appositamente per coniugare le esigenze di una rappresentazione il più possibile completa (per quanto semiscenica) e le necessarie precauzioni sanitarie.

MADRID, 7 luglio 2020 - Il Teatro Real di Madrid è tornato in vita dopo lo stop causato dalla pandemia di Covid 19. E lo ha fatto con molte misure di precauzione, tutte ben studiate e realizzate con precisione, dalla distribuzione delle fasce orarie per l'ingresso, alle uscite ordinate per file al fine di evitare affollamenti.

Per tornare alle loro attività, sono stati programmati ventisette spettacoli semiscenici della Traviata di Verdi fra dal 1 ° luglio e il 29 luglio. E, facendo di necessità virtù, a parere di chi scrive, si è ottenuto un risultato superiore a quello previsto con lo spettacolo di Willy Decker (che ritengo decisamente sopravvalutato) originariamente in cartellone per maggio. Il responsabile del concetto scenico, Leo Castaldi è, infatti, riuscito a rendere la messa in scena insinuata molto fedele al libretto e a ottenere uno sviluppo chiaro e teatrale della trama. La sua regia è stata stupenda nel caso delle due donne principali, Violetta e Flora, che hanno mostrato un talento davvero notevole di attrici e attirato l'attenzione degli spettatori per la loro bellezza ed eleganza, con pathos emozionante e convincente nel caso della protagonista. Sfortunatamente, questo non era il caso di Germont padre e figlio, che non sapevano o non potevano gestire correttamente la messa in scena suggerita con intelligenza e buon gusto dal regista.

Per così tante recite, il Teatro Real ha impegnato cinque soprani per il ruolo principale: Marina Rebeka (sette recite), Ruth Iniesta (tre), Ekaterina Bakanova (sette), Lana Kos (sei) e Lisette Oropesa (quattro). Allo stesso modo, si conta sulla presenza di quattro tenori: Michael Fabiano (sette recite), Ivan Magri (sette), Matthew Polenzani (sette) e Ismael Jordi (sei). I baritoni che hanno participato di queste ventisette repliche sono stati Arthur Rucinski (sette recite), Nicola Alaimo (sette), Luis Cansino (sette) e Javier Franco (sei).

Nella recite di cui stiamo  parlando (7 luglio), Violetta è stata il soprano russo Ekaterina Bakanova, nota nella stessa parte anche in Italia. In generale, la sua è stata una buona prestazione, che è andata migliorando atto per atto. Ha affrontato con difficoltà il Mi bemolle di "Sempre libera", che a un soprano lirico richiede la capacità di abbordare una scrittura leggera e di conferire all'agilità il carattere frivolo, nervoso, ambiguo del momento. Nel secondo atto, dopo la grande scena con Germont padre, il suo "Amami, Alfredo" è stato davvero commovente. Peccato che, viceversa, tale effetto non si sia riscontrato nel duetto precedente, in parte a causa della debole personalità del baritono Luis Cansino, in parte a causa di un accompagnamento orchestrale piuttosto piatto, senza i colori e le sfumature necessari.

Il terzo atto è stato il suo momento migliore, dal nostalgico e malinconico "Addio del passato" all'ultimo respiro, "Oh gioia!", che riecheggiava con un forte accento funebre nella sala.

A margine, si può solo notare che, sebbene la sua articolazione del testo italiano sia buona, Bakanova non sembri in perfetta confidenza con stile ed emissione autenitcamente verdiani.

Il ruolo di Alfredo non si adatta al tenore americano Matthew Polenzani. All'inizio de sua carriera era un tenore lirico, seppure con un registro acuto piuttosto debole per questa parte. Tanto per il suo timbro quanto per l'estensione, oggi è un tenore che tende allo spinto. Il suo fraseggio è monotono e non molto elegante. Canta sempre forte e fortissimo e, quando ci sono, i piano e i pianissimo sembrano sbiaditi e non si preoccupa quasi delle varie indicazioni profuse da Verdi. La sua dichiarazione d'amore, "Un dì, felice", mancava di quella miscela di coraggio, trepida eccitazione e delicatezza che rendono questa una delle più belle dichiarazioni d'amore nell'intero repertorio del teatro lirico.

La cabaletta “O mio rimorso”, eseguita con i tagli di tradizione, non aveva la verve necessaria e si è conclusa con un tentativo di Do che il compositore non richiede e non può essere sostituito da un suono spento. È preferibile, se non è possibile terminare con un Do squillante, finire come nella partitura originale.

Men che corretto Luis Cansino, che è un baritono troppo chiaro e poco pastoso nelle note basse e la cui voce, fisicità ed espressioni facciali sono grossolane. Il suo fraseggio si adatta raramente alla dignità angosciata e alla richiesta dissimulata in un falso appello, sia a Violetta, sia ad Alfredo, per interrompere la loro relazione in favore della reputazione della figlia.

La sua grande aria, una delle più belle e straordinarie composte da Verdi per la voce baritonale, era molto opaca e un po' pesante. Sia per il tempo che era, con la complicità del Maestro Luisotti, più lento di quello richiesto da Verdi (Andante piutosto mosso), sia per la sua incapacità di eseguire le numerose acciaccature richieste da Verdi (particolarmente espressiva è quella che appare nella parola "Cor"); il suo fraseggio, come è già stato detto, era per di più piuttosto volgare.

Tra i ruoli secondari, dobbiamo sttolineare l'eccellente Flora di Sandra Ferrández, un ruolo breve ma che richiede un buon savoir-faire scenico e una buona voce da mezzosoprano lirico, e l'Annina di Marifé Nogales. Si è anche distinto per la sua bella voce di basso Stefano Palatchi come Doctor Grenvil.

L'orchestra è stata ridotta a meno di cinquanta elementii, per motivi logici di separazione tra musicisti, possibilmente con un organico molto simile al giorno della sua prima alla Fenice.

Il Maestro Nicola Luisotti è un buon conoscitore dell'orchestra verdiana, in particolare di questa partitura. In generale, affronta con grande cura i due preludi, sebbene nel primo gli mancasse quell'inconfondibile aroma di fiori, pieno di colori, luce e ombra, del melodramma che ne consegue. Era organizzato correttamente, sebbene a volte non vi fosse un equilibrio desiderabile tra buca e palco. come alla fine del secondo atto. Il direttore e l'orchestra sono stati davvero convincenti per tutto il terzo atto, probabilmente il migliore di tutti in questa "Traviata della Risurrezione".

Il coro ha avuto successo, ma la carenza di baritoni e bassi baritoni è sempre evidente, e, in misura minore, anche di mezzosoprani, che sbilanciano l'ensemble.


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