L’ape musicale

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Un ballo in cavea e mascherina

di Francesco Lora

L’opera verdiana in forma di concerto sul tetto del Teatro del Maggio, con la direzione di Carlo Rizzi e il canto di Francesco Meli, Carlos Álvarez, Krassimira Stoyanova, Judit Kutasi ed Enkeleda Kamani.

FIRENZE, 18 luglio 2020 – Causa pandemia, l’LXXXIII Maggio Musicale Fiorentino non ha di fatto avuto luogo: quello già annunciato per il 2021, con un ricchissimo programma d’impatto internazionale, porterà infatti di nuovo il numero 83. Il festival di quest’anno, però, avrebbe dovuto concludersi con quattro recite di Un ballo in maschera, dal 14 al 23 luglio, poste come a mostrare i denti verso quelle al Teatro alla Scala (nello stesso periodo e anch’esse sospese). Bene: dell’opera di Giuseppe Verdi, e del suo allestimento fiorentino, non tutto è andato perduto. Sul tetto del Teatro del Maggio si innalza infatti una cavea all’aperto, grandiosa, di marmo, con centinaia di posti e a prova di contagio, chiusa tra la torre scenica, in basso, e il più bel panorama verso il centro storico di Firenze. La sua esistenza si intuisce dagli scaloni che racchiudono la facciata, ma pochissimi vi avevano finora messo piede e allungato gli orecchi. L’acustica premia soprattutto chi canta, lasciando l’orchestra un poco ovattata; ed ecco insomma trovato il luogo ove eseguire, il 15 e il 18 luglio, seppure in sola forma di concerto, quel Ballo in maschera che segna il riavvio dell’attività operistica in riva all’Arno.

Non si vedono dunque più la regìa di Davide Livermore, le scene di Giò Forma, i costumi di Mariana Fracasso e le luci di Antonio Castro, bensì il coro suddiviso a destra e a sinistra, l’orchestra al centro, i leggii in primo piano e un solo cantante – il baritono antagonista: bravo! – portare rigoroso la mascherina chirurgica. Il neo-inaugurato spazio e l’assetto concertistico vedono il direttore, Carlo Rizzi, più servire solerte i colleghi che dominarli da virtuoso del podio: la mancanza dell’azione scenica non lo ispira a incalzare il passo teatrale, ma nemmeno si ascolta una lezione sul pregio sinfonico dei drammi verdiani.

A fare la lettura sono innanzitutto, per separate vie, i tre cantanti di primo rango. La parte di Riccardo si giova del tenore Francesco Meli, con la sua comunicativa timbrica, la sua ferrata proiezione, la sua omogeneità di registri e la bonaria tendenza ad accampare una lunga corona su ogni nota acuta: ne esce il giusto personaggio insieme aristocratico, appassionato e superficiale. La parte di Renato si giova del baritono Carlos Álvarez, con il suo colore naturalmente scuro e il suo porgere nobilmente protervo: quando, nell’aria dell’atto III, l’ultimo Fa acuto va a sbandare, egli alza la mano, ferma applausi e fischi, ripete la frase e la manda agli annali come garba a lui. La parte di Amelia, infine, si giova del soprano Krassimira Stoyanova, che nell’esercizio del suo poderoso calibro lirico-drammatico preferisce tuttavia sempre – per forbitezza tecnica ma anche per calcolata prudenza – astrarsi nel pianissimo anziché esibire il torrente in piena.

I mezzi più sfarzosi, quelli che fanno drizzare gli orecchi al vociologo, rimangono quelli di Judit Kutasi, il giovane mezzosoprano rumeno che si diverte a contralteggiare come Ulrica e che risuona sempre opulenta, bronzea, vellutata, anche quando riduce il volume a un filo. Spigliato più per maniera assimilata che per propria attitudine, ma pur sempre efficace, fresco e giammai petulante, risulta invece l’Oscar di Enkeleda Kamani, soprano leggero albanese che a Firenze è già attesa come Gilda in un Rigoletto al fianco di Leo Nucci. Funzionale il comprimariato, anche quando i caratteristi meriterebbero qualche dote in più: William Corrò come Silvano, Fabrizio Beggi come Samuel, Emanuele Cordaro come Tom, Antonio Garés come Giudice e Servo d’Amelia. Prezzi tra i 100 e i 50 euro (15 per i giovani con MaggioCard) per sedere due ore e mezza sulla pietra, senza appoggiare la schiena; il botteghino non festeggia: oltre la metà dei posti disponibili rimane invenduta. Ma alla fine di ogni “numero” lunghi applausi festeggiano il ritorno del Teatro del Maggio Musicale Fiorentino alla sua attività naturale: quotidiana.


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