L’Ape musicale  

rivista di musica, arti, cultura

 

   

La classe di Pauline

di Roberta Pedrotti

Intellettuale e artista, carismatica e generosa, Pauline Viardot fu cantante per destino, compositrice e pianista per passione. Il Palazzetto Bru Zane celebra con un concerto in streaming del mezzosoprano Aude Extrémo e del pianista Étienne Manchon, il genio di una delle più grandi musiciste del XIX secolo.

Streaming da Venezia, 08 marzo 2021 - La classe non è acqua, e il Palazzetto Bru Zane ne sa qualcosa. Bastano due inquadrature del calle, l’ingresso, il cortile, il salotto dove ci si poteva assiepare, pochi fortunati e felici, per qualche preziosità salottiera mentre dove lo spazio lo permetteva il Palazzetto irradiava opere e concerti di maggior estensione. Bastano due inquadrature, là dove si attendeva l’ingresso o si chiacchierava nella brezzolina lagunare, magari con un bicchiere in mano, dopo il concerto, là dove si sedeva assorti in una melodie, divertiti da un’operetta formato tascabile. Lì, invece, ci aspettano solo il pianoforte di Étienne Manchon e il mezzosoprano Aude Extrémo. Per la Giornata internazionale dei diritti delle donne oggi si guarda a Pauline Viardot, una donna che non si fece schiacciare dal peso di una famiglia eccezionale e senz’altro ingombrante. Figlia di uno dei più grandi tenori del primo Ottocento, nonché valente compositore, Manuel Garcia, sorella di Manuel jr, fra i più influenti storici e didatti della vocalità, Michelle Ferdinande Pauline perde il padre a soli undici anni,mentre ne ha quindici quando muore precocemente la sorella maggiore, la diva, il genio del belcanto romantico Maria Malibran. La madre, il soprano Maria Juanita, non ha dubbi: Pauline dovrà lasciare l’amato pianoforte per seguire come cantante le orme della defunta sorella, la carriera più semplice e sicura per una musicista nel pieno Ottocento. La voce, estesissima, c’è, c’è la formazione di prim’ordine, c’è la personalità e c’è l’intelligenza: Pauline, che presto sposa felicemente l’impresario Viardot, conquista Londra, Parigi, San Pietroburgo. Stringe amicizia con George Sand e, soprattutto (forse qualcosa in più, ma non è dato sapere), con Ivan Turgenev, grazie al quale si appassiona alla cultura russa, tanto da comporre romanze da camera su versi originali di Pushkin. Poliglotta, colta, carismatica, generosa, non abbandona mai la passione per il pianoforte e la composizione, né si limita ad essere musa degli autori che scrivono per lei. La ragazzina che forse non avrebbe mai scelto di essere cantante continua a plasmare la sua esistenza anche in questo ruolo, ispiratrice attiva, dialettica, creativa.

Così ce la rende il tributo veneziano dell’8 marzo, con una raccolta di sue composizioni vocali in cui si ammira non solo la pari disinvoltura nel trattare testi francesi, spagnoli o russi, ma anche l’acume garbato con cui tratta materiali d’estrazione popolare - l’Habanera, per esempio - senza indugiare nel pittoresco. La classe non è acqua: lo si diceva per il Palazzetto e lo si ripete per Pauline Viardot, compositrice e interprete.

In questa seconda veste ce la presenta la seconda parte del programma, con arie per lei pensate da Massenet (dall'oratorio Marie-Magdeleine, l'aria di Meryem “Ô mes sœurs”), Meyerbeer (Le Prophète, l'aria di Fidès, "Ah ! mon fils”) o Saint-Saëns (Samson et Dalila, "Mon cœur s’ouvre à ta voix”), o, ancora, la revisione dell’Orfeo di Gluck che Berlioz realizzò per lei  (“J’ai perdu mon Eurydice”). Tutte pagine in cui l’estensione e il legato devono fare il paio con un’articolazione mordente, con l’intelligenza e la sagacia poetica e drammatica del fraseggio. Tutte pagine evidentemente pensate (o ripensate) per prender vita grazie a un’artista di classe superiore. Aude Extrémo si trova, dunque, di fronte a un cimento non certo facile ma sa affrontarlo a testa alta, vuoi per una musicalità forbita e consapevole in un repertorio magari omogeneo per concezione e destinazione, ma sfumatissimo delle caratteristiche d’ogni pezzo, vuoi per la rotondità compatta dei centri e per il controllo dell’acuto. Ecco, infatti, che un suono più fisso o più vibrante si calibra ora nel cesello cameristico ora nelle tensioni del dramma, echeggiando, forse, i contrasti tanto fascinosi nelle voci uniche delle sorelle Garcia, Maria Malibran e Pauline Viardot, entrambe capaci di attraversare spavalde lo spartiacque, oggi ritenuto pressoché invalicabile, fra Tancredi e Amina, fra Lucia e Orfeo. E se il canto fu il destino, il pianoforte fu il grande amore: Étienne Manchon non manca di restituire con la sapiente spontaneità della vena di Pauline, avvezza a frequentare Chopin, Mendelssohn e gli Schumann senza farsi epigona, ma semplicemente sé stessa - e non è affatto poco.


 

 

 
 
 

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