L’Ape musicale  

rivista di musica, arti, cultura

 

   

La voce delle corde

di Luca Fialdini

Il secondo appuntamento con l’edizione 2021 di Virtuoso & Belcanto è nella storica cornice di Palazzo Pfanner, in cui si offre un interessante raffronto tra musica del passato e del presente.

LUCCA - Palazzo Pfanner apre le porte per accogliere il secondo concerto Virtuoso & Belcanto, l’officina di concerti, concorsi e masterclass di Riccardo Cecchetti che quest’anno arriva alla VI edizione. Per il concerto del 22 luglio si sono radunati all’ombra della scalinata del Marchese del Grillo i tre protagonisti: Adrian Brendel, Lawrence Power e Boris Brovtsyn, rispettivamente docenti delle masterclass di violoncello/musica da camera, viola e violino.

A ospiti interessanti segue proposta interessante, sicuramente una delle più caratteristiche di questa edizione, contrapponendo musica del presente e del passato senza tanti complimenti. Una deliziosa amuse-bouche a base di Couperin (direttamente dalle Sonate per viola e continuo) fa ben intendere la cifra del percorso: elegante, non inamidato, si tiene conto del bagaglio storico ma senza renderlo un intralcio e sanguigno nell’interpretazione. Couperin è un’introduzione ideale al primo effettivo punto del programma, Duet for Eight strings per viola e violoncello di Sir Harrison Birtwistle; brano del 2018 in prima esecuzione su suolo patrio, conserva alcuni tratti tipici della musica di Birtwistle e di quella albionica, come la predilezione per la forma in un movimento con una struttura a pannelli - differenziati ma coerenti - e i forti legami con la musica rinascimentale e barocca. Il risultato è un linguaggio vario e immaginifico, cui Brendel e Power donano una voce significativa con evidente gusto: per quanto complesso si dimostra un brano soddisfacente da eseguire.

Per il secondo e più denso numero del programma si aggiunge il violino di Brovtsyn per il Trio in mib maggiore op. 3 di Ludwig van Beethoven. Figlio di una gestazione complicata (i primi abbozzi nascono attorno al 1792 ma sarà terminato solo nel 1796), il Trio nasce come conseguenza del Divertimento K 563 di Mozart; in effetti la suggestione mozartiana è potente in queste pagine, ma in controluce si nota distintamente la mano del giovane Beethoven. È su questo sottilissimo equilibrio che si muove il trio d’archi ed è mirabile come non si rinunci al gusto tardomozartiano mantenendo intatta la filigrana della diversa anima di Beethoven. Il carattere è brillante con qualche raro accento di aggressività, senza mai andare a sporcare le ultime luci dello stile galante. Da segnalare l’ottima riuscita dell’Andante e le interessanti timbrature dell’Allegro iniziale, assieme all’interpretazione particolarmente sentita dell’Adagio. Il pirotecnico Finale chiude un’esecuzione trascinante che viene salutata da un lungo e fragoroso applauso, come raramente se ne sentono in epoca covid.


 

 

 
 
 

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