L’ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

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L'altro Tell

di Roberta Pedrotti

A.E.M. Grétry

Guillaume Tell

Laho, Gillet, Lhote, Devos, Kowalski, Delcour, Cifolelli, Joakim

direttore Claudio Scimone

regia Stefano Mazzonis di Pralafera

Liège, Opéra Royal de Wallonie, giugno 2013

DVD Dynamic 37694 Prima registrazione assoluta in DVD

Prima di Rossini, prima di Schiller, Guglielmo Tell calcava già le scene: era il 9 aprile del 1791, a Parigi, e l'opéra-comique stava sorgendo come genere dalla nuova borghesia, impregnato di umori e ideali rivoluzionari. Andrè Ernest Modeste Grétry, il compositore di Maria Antonietta, cercava di presentarsi così al Paese in tumulto fra la presa della Bastiglia e la fuga di Varennes: la vicenda dell'arciere elvetico non poteva che accendere l'interesse come soggetto perfetto per l'occasione, leggendario e popolare, ribelle, egualitario e patriottico, illegiadrito da un'attraente couleur locale e da un sorridente tratto pittoresco che ben bilancia i momenti più drammatici.

Colpisce nel segno come l'arco di Tell l'agilissimo libretto di Michel-Jean Sedaine, dal dramma dell'illuminista Antoine-Marie Lemierre (1766), che presenta l'azione nella sua essenzialità, senza esplorare rapporti di classe, ma solo quelli fra popolo e tirannia: il figlio di Melchtal (qui Melktal) non ama un'aristocratica come nell'opera di Rossini, ma la figlia maggiore di Tell, Marie; l'antica classe feudale svizzera, politicamente determinante in Schiller, non è nemmeno citata. Abbiamo i montanari contrapposti a Gessler e ai suoi soldati, senza che ci si possa appellare alla giustizia di un potere superiore che diverrà, poi, costante contraltare dell'intermediario dispotico nell'opera semiseria (fisicamente incarnato nel Don Fernando del Fidelio, solo citato in Torvaldo e Dorliska o nella Gazza ladra). Il popolo svizzero è identificato con la nazione e l'elemento repubblicano e patriottico è preponderante, con una chiara allusione alla Francia, e quindi all'attualità contingente, nel canto della presa di Roncisvalle dalla Chanson de Roland intonato da Melktal durante l'ultima battaglia.

Quando il dramma incalza la scrittura di Grétry si fa più densa e, pur nella relativa brevità e semplicità strutturale dei singoli numeri, complessa, toccando il punto più alto forse nel finale del secondo atto, con gli svizzeri che lamentano l'arresto di Tell e, quindi, incalzati dalle donne, proclamano finalmente il loro moto rivoluzionario. Degne di nota sono, comunque, anche le arie di Gessler e della moglie di Tell, per le quali si ravvisano anticipazioni dello stile del Fidelio (o, meglio, un legame più stretto di quanto non si sia generalmente disposti ad ammettere di Beethoven con questa tradizione). Né manca d'effetto il contrasto con la fresca, sorgiva, ancorché talora leziosa nella sua memoria arcadica, vena tradizionale e folcloristica dei numeri più brevi, idilliaci o scherzosi, cifra non solo dell'indirizzo a un pubblico più vasto e meno dotto, ma anche dell'Eden di una Svizzera quale società democratica perfetta e naturale già indicata a modello da Rousseau.

Siamo alle origini del genere dell'opera semiseria, che nella sua effimera fortuna fra XVIII e XIX secolo fu specchio fedele del sentire politico e sociale di un'epoca, e l'equilibrio fra commedia e dramma, fra leggerezza e tensione, fra filosofia e teatro popolare è delicatissimo. E proprio qui, infatti, la meritevole ripresa dell'Opéra Royal de Wallonie nel centenario dalla morte del compositore, nato a Liège nel 1741, mostra il fianco con una regia, di Stefano Mazzonis di Pralafera, che pigia troppo il pedale della farsa, fra il teatro dei burattini e le scalcinate produzioni che Milos Forman immaginava inscenate da Schikanaeder nel suo Amadeus. Sicuramente, lo ribadiamo, la commedia è presente, si tratta di un testo lieve, anche elementare, schematico, non lontano dalle forme del teatro di figura, ma quando Surlemann, nel racconto dell'accecamento di Melktal, suggerisce con i gesti che il povero vecchio l'abbia riconosciuto tastandogli le parti basse scadiamo veramente a livelli di sconsolante trivialità. In generale, se alcune soluzioni naïf non dispiacciono nelle scene e nella rappresentazione della battaglia, infastidisce la recitazione troppo spesso burattinesca e artificiosamente caricata.

Resta il valore documentario dell'opera, che subito colpisce l'attenzione dell'ascoltatore moderno aprendo la Sinfonia con temi di ranz des vaches che anche Rossini citò e sviluppò nel suo Tell. Non è naturalmente, però, solo in prospettiva del futuro più celebre omonimo che si apprezza e si gusta il testo di Grétry, come abbiamo accennato così ricco, pur nella sua ora e venti di durata, di implicazioni storiche, ideologiche e stilistiche. Claudio Scimone abbraccia il partito dei rivoluzionari (franco) elvetici con convinzione e dirige con il garbo disinvolto di chi è abituato a trattare il repertorio raro a cavallo fra i secoli “l'un contro l'altro armato”. Il cast è del pari dedito alla causa e simpaticamente disinvolto, ove la regia lo consenta, nel rendere il dramma come l'idillio e il gioco. Guillaume Tell può contare sull'esperienza e la sicurezza stilistica di Marc Laho, tenore come pure il Melktal fils ingenuo e squillante di Stefan Cifolelli. Baritoni sono gli efficaci Patrick Delcour, Melktal père, Roger Joakim, Un voyageur, e soprattutto Lionel Lhote, incisivo Gessler. Le voci femminili risultano nel complesso meno a fuoco, piuttosto esili e segnate da un certo vibrato: funzionano comunque la delicatezza di Liesbeth Devos (Marie, soprano) e il piglio scanzonato di Natacha Kowalski (le jeune Tell, mezzo), né demerita, per quanto sia la più penalizzata dalla regia e la più fragile nell'emissione, la partecipe Anne-Catherine Gillet (Madame Tell, soprano). Il coro si disimpegna senza mostrare qualità indimenticabili, ma infondendo giusto impegno e vivo coinvolgimento al riuscitissimo finale secondo, qui collocato a metà della seconda parte, essendo l'unico intervallo posto proprio nel momento fatidico del tiro alla mela: una scelta che priva l'opera della formidabile machina che già aveva segnato la fama del dramma di Lemierre per evidenti ragioni pratiche, essendo il voluminoso arco di Tell assai meno adatto ai consueti espedienti rispetto alla balestra adottata nelle versioni succcessive.

Funzionale la regia video di Frédéric Caillierez e buona la qualità delle riprese; i sottotitoli sono in francese, italiano, inglese, tedesco e olandese. Le note sono stese con il consueto, informato, garbo da Danilo Prefumo.


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