Sempre con la valigia in mano
di Daniele Valersi
Cecilia Molinari è una delle più apprezzate interpreti rossiniane e mozartiane della nuova generazione. Dopo il diploma in flauto traverso a diciassette anni, presso il Conservatorio di Trento, inizia lo studio del canto lirico nel 2009 presso il Conservatorio di Padova e si diploma con il massimo dei voti, lode e menzione; è inoltre laureata in Medicina e Chirurgia. Nel 2015 è scelta dal M° Alberto Zedda per frequentare l’Accademia Rossiniana a Pesaro, un incontro decisivo per l’inizio della sua carriera, che in pochi anni la porta ad esibirsi nei teatri più prestigiosi del mondo. Il Premio Abbiati 2025 le è stato assegnato dall’Associazione Nazionale Critici Musicali con la seguente motivazione: “Per il suo Ariodante al Festival della Valle d’Itria, cesellato nel fraseggio, caleidoscopico nei colori, dalle agilità perfette e caratterizzato da luminosa ricchezza espressiva”.
Prima dell’assegnazione del Premio Abbiati, era consapevole della possibilità che sarebbe toccato a lei, oppure è stata in assoluto una sorpresa?
Tendo sempre a sottovalutare le mie performance. Dopo lo spettacolo un’amica mi disse: “Questo ti vale l’Abbiati”, ma io l’ho preso come una boutade. Non ho mai grandi aspettative, però la pulce nell’orecchio me l’avevano messa le recensioni e i commenti (c’è chi mi ha paragonato a Cecilia Bartoli); quando il mio agente mi ha telefonato e mi ha comunicato la notizia, mi ha reso felice al massimo grado.
Questo riconoscimento cambierà qualcosa nelle sue decisioni e scelte? Le fa intravvedere nuove prospettive?
No. Mi ha fatto piacere soprattutto perché legato a un ruolo barocco, di Haendel. La scrittura di Haendel è un balsamo per la vocalità; dal punto di vista interpretativo l’opera barocca dà all’artista il modo di esprimere creatività. Oggi le migliori messe in scena sono quelle di opere barocche e il ruolo di Ariodante mi calzava bene.
Il suo terreno favorito è il repertorio belcantistico, nel registro di mezzosoprano. È tentata dall’eventualità di dedicarsi anche a generi differenti?
Non ho mai fretta. Mi trovo molto bene con Mozart, prossimamente sarò Sesto nella Clemenza di Tito. Mi vorrei ancora togliere alcuni sfizi, riguardo alla musica di Mozart e rimango affezionata ai ruoli en travesti. Non ho fretta di andare sul canto puro, per ora mi godo il mio registro di mezzosoprano e la musica di Haendel e Mozart. Ma la voce cambia, si sa. Guardo con interesse all’opera francese e a lavori come il Rosenkavalier.
Parlando dell’Ariodante del 2024, che cosa ci dice sulla preparazione di questa messa in scena? Le ha richiesto un impegno particolarmente gravoso?
Avevo già cantato questo ruolo, a Lisbona nel 2021. Era prevista un’esecuzione in forma di concerto, per cui ero abbastanza tranquilla, dato avrei cantato con lo spartito davanti. Ma poi il programma cambiò, si scelse la forma semiscenica e ho dovuto imparare tutto a memoria in una sola settimana, un lavoro notevole soprattutto per le variazioni alle arie. È stata dura, ma questo mi ha aiutato molto per l’Ariodante del 2024, in pratica abbiamo lavorato soprattutto sulle variazioni, fondamentali per l’opera barocca. La variazione è artificio, ma non fine a sé stesso, è sempre al servizio della scena: le variazioni si adattano sempre al carattere di questa. Ad esempio, in quella del festino per il matrimonio di Ariodante e Ginevra, dove tutti bevono, dovevo sembrare ubriaca e le variazioni erano calibrate in questa funzione.
Come si è trovata a lavorare con uno specialista del barocco quale è Federico Maria Sardelli?
Molto bene, è stato un bell’incontro, che ha determinato l’inizio di una collaborazione su Vivaldi, di cui ora non voglio dire nulla. C’è stato grande dialogo, dal punto di vista musicale e dell’interpretazione. Una volta, durante le prove, alla fine dell’aria Scherza, infida, il maestro mi si è avvicinato in lacrime, tanto forte era l’emozione: abbiamo pianto insieme. Un’esperienza speciale, bella.
E per il futuro, quali ruoli la aspettano?
Rifarò Ariodante a Parigi, in undici recite. Sarò Sesto nella Clemenza di Tito, debutterò anche negli Stati Uniti, a Chicago, come Dorabella in Così fan tutte; poi, tanto Cherubino: ad Amsterdam, Madrid, Roma. Sono davvero contenta di questo calendario.
Nel suo recital a Pesaro, accanto a brani rossiniani lei ha dato spazio a Maria Malibran come compositrice, anche indirettamente, mediante la Fantasie n. 2 di Moscheles. Che importanza ha per lei questa musicista eccezionale, sia nel contesto in cui era attiva sia ai giorni nostri?
Malibran è la diva per eccellenza, il prototipo della diva. A Venezia, con la sua gondola scarlatta con finiture in oro e il gondoliere che indossava una livrea disegnata da lei, è entrata nell’immaginario collettivo, veniva citata come antonomasia dell’eccezionale. Questa figura leggendaria merita visibilità; metterla a fianco di Rossini è un bell’omaggio a tutti e due, una collocazione appropriata. La sua scrittura è virtuosistica, la Fantasie n. 2 di Moscheles (Bijoux à la Malibran) per pianoforte rende l’idea di questo virtuosismo: è una sorta di medley, una trascrizione di variazioni. I brani vocali in programma non sono tra i più virtuosistici, ma tratteggiano efficacemente il suo ambiente, ne danno visibilità attraverso la musica.
Qualche cenno merita anche Pauline Viardot.
Malibran e Viardot, due sorelle con destini diversi. Malibran morì giovane, per una caduta da cavallo; la sorella, grande virtuosa e compositrice, morì invece a novant’anni. Era entrata in carriera spinta dalla famiglia, aveva la stima di Rossini, a diciassette anni cantò nell’Otello; della sua scrittura fa spicco per virtuosismo la Havanaise variée, inclusa nel programma. Fu allieva di Liszt e nel programma il collegamento si trova nelle trascrizioni dalle Soirées musicales e dai Péchés de vieillesse. Il programma del recital riunisce le figure di Malibran, Viardot e Rossini, che frequentavano il medesimo ambito. Per fortuna oggi l’opera delle compositrici viene riscoperta; si tratta di un patrimonio di alto valore, per lungo tempo misconosciuto. In altri tempi sarebbe stato improponibile, ora sento che il pubblico è pronto: c’è curiosità e bisogna approfittare di questa buona disposizione.
Come è la sua vita al di fuori del palcoscenico?
Con la valigia in mano, è una vita vagabonda. Penso sempre a cosa mettere in valigia.
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