Da Teheran alla Germania e all'Italia
di Daniele Valersi
Abbiamo intervistato il direttore d’orchestra iraniano Hossein Pishkar, impegnato in una serie di concerti tra le province di Trento e di Bolzano, sul podio dell’Orchestra Haydn (https://www.haydn.it). Pishkar nel 2017 si aggiudica il prestigioso Deutscher Dirigentenpreis, organizzato in collaborazione tra le principali istituzioni musicali di Colonia e la Westdeutscher Rundfunk. Nello stesso anno, vince anche l’Ernst-von-Schuch-Preis, assegnato ogni anno in seno al Dirigentenforum. Come Direttore ospite, sale sul podio di formazioni quali Beethoven Orchester di Bonn, Orchestra Filarmonica di Belgrado, Bremer Philharmoniker, Düsseldorfer Symphoniker, Orchestre Philharmonique de Strasbourg, Orchestre de Chambre de Lausanne, Orquesta Ciudad de Granada, Orchestra Giovanile Luigi Cherubini, NDR Radiophilharmonie, Orchestra Filarmonica del Qatar, Orchestra Filarmonica Slovena, Staatsorchester Stuttgart e WDR Sinfonieorchester. Per la Royal Danish Opera dirige Carmen di Bizet (regia di Barrie Kosky) e Il naso di Šostakovič (regia di Àlex Ollé), mentre per la Staatsoper Stuttgart dirige Die Zauberflöte (regia di Barrie Kosky) e Rigoletto per Ravenna Festival (regia di Cristina Mazzavillani Muti). Nel 2019 collabora in qualità di assistente di Franois-Xavier Roth e, come Secondo direttore, si è occupato delle recite presso le filarmoniche di Colonia e Parigi, nonché alla Elbphilharmonie di Amburgo.
Com’è iniziato il suo percorso musicale? Come si è avvicinato alla musica classica? E come è arrivato alla direzione d’orchestra?
Ho iniziato con la musica classica a 4 anni, col metodo Carl Orff, quindi con flauto e xilofono; poi mi sono dedicato alla musica iraniana. Da ragazzo ho ascoltato un’orchestra giovanile nel 3° movimento della 1^ Sinfonia di Mahler, avevo 11-12 anni e in quel momento ho deciso che avrei fatto il direttore d’orchestra: un sogno, per realizzare il quale ho poi fatto tutto il possibile. Bisognava lasciare l’Iran, lì studiavo composizione, musica iraniana, anche pianoforte, ma la direzione d’orchestra in quell’epoca non veniva insegnata nelle università; mi sono informato dove fosse meglio studiare direzione d’orchestra e mi sono trasferito in Germania, paese che offre tanto, molte Hochschule diverse; volevo anche imparare il tedesco, la lingua mi piace tantissimo.
Pensa che la sua pratica della musica persiana abbia influenzato il suo approccio alla musica occidentale?
Ni. No perché la musica classica, che nasce dall’Occidente ma non rimane lì, comprende tutto il mondo e tutti gli esseri umani a prescindere dal luogo e dal tempo del compositore, è molto diversa dalla musica iraniana per quanto riguarda la struttura: la musica iraniana è completamente diversa. C’è anche un sì, per la direzione, dal punto di vista umano, psicologico, artistico: più un direttore conosce altre musiche, più può scoprire dei capolavori nell’insieme sterminato delle partiture. Nella musica iraniana è molto importante ascoltare al momento e rispondere ai musicisti con il suono del momento, cioè improvvisare; questo mi aiuta tantissimo nella direzione d’orchestra. Il direttore dà un gesto e non sa mai cosa succede: deve reagire a quello che succede; gli anni di pratica con la musica iraniana mi aiutano tantissimo nella direzione. Quindi, un no e un sì nello stesso momento.
Qui da noi non se ne sa molto: com’è la scena musicale classica in Iran?
La scena musicale iraniana è cambiata radicalmente negli ultimi anni, è migliorata molto. Quando cominciavo a studiare c’erano poche orchestre, tutte a Teheran, allora era tutto concentrato nella capitale; ora ce ne sono tantissime: orchestre private, giovanili, ci sono tante orchestre in altre città oltre che a Teheran. Ci sono tantissime persone che hanno studiato in Europa, negli Usa, che sono tornate in Iran e insegnano. Ma c’è un aspetto amministrativo su cui bisogna lavorare: ogni concerto ha bisogno di un permesso, sicuramente questa non è una priorità per il nostro governo, ma spero lo sia un giorno. Ci sono molti talenti che escono dall’Iran per studiare: lì si può studiare fino al master e non oltre. Però si sta cambiando, si sta migliorando
Com’è iniziato il suo rapporto con l’Italia?
Sono arrivato per la prima volta in Italia nel settembre 2017, scelto per l’accademia del maestro Muti a Ravenna, per un laboratorio sull’Aida, eravamo quindici direttori scelti tra circa trecento. Voglio raccontare un episodio che non dimenticherò mai, avevo prenotato un alloggio, mi presento all’indirizzo (allora non parlavo una parola di italiano), suono il campanello e da dentro i bambini chiedono “Chi è?”. E lì mi sono sentito a casa: in Iran, se qualcuno suona alla porta, diciamo “Chi è?”, tale e quale. Mi chiedevo “Ma sono iraniani, lì dentro? Che cosa è successo?” e quando sono entrato mi sono sentito subito a casa, diversamente da quel che succede in Germania. In quelle due settimane il maestro Muti mi ha cambiato veramente la vita, radicalmente. Alla fine del corso su Aida ho detto al maestro: “La prossima volta che ci vedremo, parleremo italiano” e così è stato. Sono tornato a casa in Germania e ho studiato l’italiano, da solo. Poi sono entrato ancora più in contatto con questo paese meraviglioso, ho diretto molti concerti e anche opere, sono rimasto in contatto col maestro Muti. Il destino mi ha anche regalato la mia fidanzata, la mia futura moglie, che è italiana; viviamo in Italia da tre anni.
In questi giorni in Italia ha diretto l'Orchestra Haydn: ci presenti il programma, dal suo punto di vista.
Caikovskij, molti anni dopo questa sinfonia, mentre stava lavorando alla Quinta, scrive una lettera in cui dice che questo brano ha uno spazio particolare nel suo cuore: non è così maturo come altri sono, ma ha più sostanza, più emozioni, queste sono più o meno le sue parole, che avevo letto in inglese. Lui era molto malato e aveva diversi problemi, in quel periodo della sua vita: si sente un certo dolore e un certo sogno, ma, nella costruzione del finale, si sente un trionfo, non si sa se è l’essere umano a trionfare sul destino o viceversa. Questa domanda ce la dovremmo porre anche oggi, vedendo quello che sta succedendo nel mondo. Questo brano esprime attesa, dolore, anelito, malinconia, ma nella struttura vi sono tante melodie natalizie, trasfuse in questa sinfonia dai suoi balletti, melodie popolari che il popolo russo canta, conosce e riconosce. È un universo chiuso in sé stesso. L’Ouverture di Oberon è particolare, non solo per le difficoltà riservate agli archi; rappresenta il Romanticismo operistico tedesco prima di Wagner, dopo Mozart e passando per il Simbolismo tedesco. Vi sono gli elementi fondamentali dell’opera, l’amore, con la sua tonalità (la maggiore) e il suo strumento dedicato, il clarinetto; il corno simboleggia la magia, una magia di protezione. Si può ascoltare anche da solo, ma dà già l’idea di cosa succederà nell’opera. “Shaker loops” è un capolavoro, pagina importante per il minimalismo, scuola dove Adams ha trovato la sua lingua personale, al punto da non voler essere chiamato minimalista. È un brano progressivo, gli archi vi usano anche tecniche come il “flageolet” e il tremolo, energetico come una locomotiva a vapore ma anche mistico, con episodi molto cantabili. Si sviluppa come un viaggio attraverso stati d’animo molto diversi.
