Un violino per il barocco
di Gianmarco Rossi
In occasione del concerto tenutosi a Padova con Christophe Rousset al cembalo, abbiamo incontrato Simone Pirri per scambiare con lui qualche chiacchiera.
Simone Pirri, classe ’94, si diploma in violino non ancora diciottenne e subito dopo decide di trasferirsi in Inghilterra per studiare la prassi storicamente informata. In tempi pre-riforma non era affatto atipico diplomarsi giovanissimi, ma normalmente freschi di studi si fanno i concorsi per essere assunti in qualche fondazione lirico-sinfonica o in qualche orchestra il cui repertorio è fondamentalmente quello romantico otto-novecentesco o al più quello classico tardosettecentesco. Perché la musica “antica” e il repertorio barocco?
È stata una scelta naturale e spontanea. Preparando gli esami di violino moderno ho sempre sentito più familiare il linguaggio del primo ‘700. Una volta diplomato, avendo da poco scoperto la prassi esecutiva storicamente informata o comunque lo strumento barocco con le corde di budello e le sue sonorità, la mia curiosità è sicuramente aumentata…
…quindi era un interesse più di hardware, diciamo, che di software?
Sì! Ma in maniera totalmente casuale, perché nessuno dei miei maestri me ne aveva parlato, ma dopo che mi sono imbattuto su Youtube nel Concerto RV 279 di Vivaldi suonata da quella che sarebbe divenuta poi la mia maestra, cioè Rachel Podger, ho deciso che dovevo andare a Londra, prendere, partire e cambiare vita!
Be’ poi da abruzzese hai anche illustri esempi: pensiamo a Francesco Paolo Tosti a Londra o, come archista Gaetano Braga, benché a Parigi.
Ormai vivo all’estero da quasi metà della mia vita e col lavoro, comunque, di fatto in tutto il mondo. A Londra, ammesso alla Royal Academy ho avuto illustri maestri come Nicolette Moonen, Simon Standage e ovviamente Rachel Podger con cui ho poi scelto di sostenere un Artist diploma, al Royal Welsh College. Con la mia insegnante sono in continuo contatto e sono spesso invitato nel suo ensemble, il Brecon Baroque, e al suo festival, il Brecon Baroque Festival. È sempre bello tenersi in contatto con i propri maestri e suonare insieme.
Hai vinto premi in concorsi, un Diapason d’Or per un disco di trii di violini; cominci ad avere una bella carriera come solista e come violinista in ensemble, prevalentemente stranieri. È innegabile che in Francia, in Gran Bretagna, in Germania e in Austria il numero di ensemble sia più ampio come più ampia è l’offerta del repertorio.
Devo dire che questo vale anche per gli italiani ormai! Sono stato spalla anche per l’Orchestra Barocca dei Conservatori italiani, che ormai è attiva da dieci anni. In Italia i giovani che vogliono fare musica barocca ci sono. Certo, alcuni contesti hanno già da decenni e da anni ensemble locali e una tradizione consolidata rispetto ad altri; mi piacerebbe un giorno, con il bagaglio di esperienza che sto accumulando all’estero, creare qualcosa anche a Pescara, dove non c’è una tradizione, perché ci sono un sacco di giovani che vogliono fare musica barocca.
Hai suonato con illustri ensemble come Il Pomo d’Oro, Les Talens lyriques, il The English Concert, solo per citarne alcuni. Quanto è importante l’esperienza con questi gruppi per la tua crescita artistica e lavorativa?
Entrare in questo network è stato fantastico sia per una crescita artistica che personale. In questo ambiente il network è fondamentale perché ti permette di lavorare con dei direttori fantastici. Devo molto ad artisti come Václav Luks, Maxim Emelyanychev, Raphaël Pichon, David Bates, Andrea De Carlo, Théotime Langlois de Swarte o ovviamente Christophe Rousset, che mi ha voluto più volte come spalla in sue produzioni e col quale, tramite invito degli Amici della Musica di Padova, è nata questa collaborazione in duo. I suoi coltissimi consigli sono stati molto preziosi. Lavorando con questi direttori ho imparato come si fa musica dal vivo, come ci si rapporta con un’orchestra, come si concepisce lo stile e la scrittura, ma soprattutto come si trasmettono le vibes ai musicisti e al pubblico: l’energia di un direttore d’orchestra è fondamentale. Sono molto interessanti anche le esperienze di musica trasversale, dal repertorio antico fino alla musica pop, che faccio con il mio ensemble Apollo’s Cabinet e con l’Holland Baroque, a suonare col quale sono spesso invitato.
Prossimi progetti e sogni per il tuo futuro?
Non mi dispiacerebbe un giorno approfondire il melodramma barocco, magari come direttore d’orchestra [ride] e ovviamente mi piacerebbe incidere un disco solistico con un progetto curato da me dall’inizio alla fine. Non mi dispiace nemmeno l’insegnamento: qui a Padova sono stato invitato a tenere una masterclass al Conservatorio Pollini. È stato molto bello confrontarsi con allievi giovanissimi, prevalentemente al primo livello. Mi piace vedere la loro curiosità per questo repertorio a cui sono tutti molto nuovi, la loro voglia di mettersi in gioco. E anche insegnando si continua a studiare e a migliorarsi per comunicare la musica, che per me è fondamentale.
