L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Tosca, atto terzo

di Roberta Pedrotti

Ascoltate tre diverse compagnie in tre giorni, si tirano le somme su questa produzione di Tosca al Teatro Comunale di Bologna, resa indimenticabile dallo splendore della concertazione di Jader Bignamini, che si rinnova di sera in sera offrendo una lettura esemplare e conducendo ai massimi livelli i complessi felsinei. Nella terza compagnia s'impone lo Scarpia di Thomas Hall; Tosca è Tiziana Caruso e Cavaradossi un Ji Myung Hoon del tutto insufficiente.

[leggi la recensione della prima]

[leggi la recensione della seconda]

[intervista a Jader Bignamini]

BOLOGNA, 22 febbraio 2014 - Terza rappresentazione in tre giorni e terza compagnia, per la strettissima alternanza di recite e cantanti programmata dal Teatro Comunale per questa Tosca. Uno sforzo notevole, da premiare nella prospettiva di un cartellone che possa felicemente giungere a miscelare la qualità e la tradizione del teatro “di produzione” all'italiana con l'efficienza e la ricchezza di proposte del modello anglotedesco “di repertorio”.

Fra alti e bassi, con valori differenti, i tre cast risultano piuttosto equilibrati e, certo, nella recita di sabato 22 l'elemento più convincente risulta essere lo Scarpia di Thomas Hall, dalla schietta e robusta voce baritonale. Già ascoltato in Italia solo come Holländer wagneriano (a Bologna e nei teatri lombardi), è evidente che al baritono statunitense gioverebbe sciacquare i panni in Arno per migliorare la padronanza di dizione, prosodia, canto di conversazione e stile evitando anche qualche suono non troppo aggraziato. Però la voce è quella giusta, l'artista ha personalità ed è chiaro il suo impegno per dare senso a ciò che canta, delineando un barone tutto d'un pezzo, implacabile, spietato e autorevole che s'impone e spazza via il ricordo dell'improponibile Aceto e dell'onesto, ma opaco, professionismo di Veccia.

Terza a vestire i panni della diva Floria è Tiziana Caruso, che, come già la Raspagliosi, ci offre il piacere di ascoltare un soprano che canti quel che Puccini ha prescritto di cantare e declami solo ed esclusivamente là dove la partitura lo richieda, secondo la cifra della concertazione di Bignamini, che trova il dramma autentico, il teatro più vero e forte proprio nel rigore e nella cura musicale. Per il resto, però, e per quanto sicuro, il canto è improntato a una lettura e a un'emissione troppo muscolari, basate sulla forza di una vocalità robusta e brunita che però, per un'eccessiva spinta, appare non sempre impeccabile e piuttosto limitata nella paletta dinamica: man mano che la tessitura sale i suoni tendono sistematicamente al forte, e viceversa, scendendo, si fanno uniformemente più sottili. L'importanza del mezzo e la sicurezza dell'artista garantiscono l'esito complessivo della recita e mostrano un altro volto di Tosca, più energico e meno sfumato, rispetto soprattutto al personaggio più compiuto, tutto risolto nell'interpretazione e nella gestione accorta e consapevole delle proprie risorse, della Raspagliosi e quello ricco di potenzialità di Ainoha Arteta, che avrebbe tutte le carte in regola per delineare un'eroina degna di nota, una volta superata la tensione della prima (debutto assoluto nel ruolo) e maturata una maggior esperienza.

Al Cavaradossi di Ji Myung Hoon riconosciamo un unico merito, quello di averci fatto ascoltare per intero le code delle sue due arie splendidamente interpretate da Jader Bignamini e dall'orchestra del Comunale senza che le sue desolanti esecuzioni suscitassero il benché minimo applauso di cortesia. È effettivamente difficile riuscire ad affrontare, come ha fatto il tenore coreano, l'intera parte senza mai dare un accento, un senso, una variazione dinamica; un canto tanto piatto e anodino è più unico che raro, di un'insipienza che s'increspa solo per qualche sbandamento d'intonazione e per quell'unica terza minore (La-Do) in cui la sua voce acquista smalto e squillo. Se bastasse semplicemente sparare tre acuti potrebbe essere accettabile, ma per fortuna l'arte sta in altra, e più articolata, massima. Fra i tre tenori ascoltati, Stefano Secco s'impone così senza fatica, con la sua emissione sicura, con la maggior precisione e con il giusto accento rispetto anche al Mario tecnicamente e musicalmente raffazzonato e superficiale di Massimiliano Pisapia, speculare, ma in fin dei conti non superiore, a Hoon per un confusionario eccesso di estroversione.

Confermate, come già alla seconda, le impressioni destate dal resto del cast: sempre più convincente, di recita in recita, l'Angelotti assai efficace e ben cantato di Alessandro Svab, di buon gusto ma vocalmente troppo usurato il Sagrestano di Alessandro Busi, incisivo (ma con qualche piccola incertezza sui due Mi di “e piombo in casa”) lo Spoletta di Cristiano Olivieri, ben caratterizzati lo Sciarrone di Luca Gallo e perfino i carcerieri di Michele Castagnaro (un funzionario più distratto e insensibile) e Raffaele Costantini (burbero e sdegnoso). Brave anche Valentina Pucci e Alice Bertozzo nello stornello fuori scena del terzo atto.

Confermate la bontà della prova del coro, sia gli adulti preparati da Andrea Faidutti, sia i fanciulli guidati da Alhambra Superchi, e l'eccellenza dell'orchestra, che si produce con finezza e precisione cameristica (magnifici gli assoli e gli incisi delle prime parti) senza perdere, quando necessario, il corpo e la forza drammatica. Ma quando un direttore riesce a calamitare l'attenzione e a far riscoprire ogni volta la grandezza di una scrittura teatrale e strumentale preziosissima per tre sere consecutive e in un'opera fra le più note ed eseguite, è chiaro che questo direttore è un fuoriclasse. E Jader Bignamini conferma ad ogni ascolto di essere, per istinto e tecnica, uno dei più grandi talenti del podio emersi da diversi anni a questa parte.

L'impianto scenico e i costumi pensati da William Orlandi per Alberto Fassini quindici anni fa sono sempre eleganti ed efficaci e la rilettura di Gianni Marras riafferma la bontà dell'utilizzo di risorse locali (come anche gli allievi della Scuola di Teatro Alessandra Galante Garrone per i figuranti) soprattutto per gli spettacoli di repertorio. Anche con diverse personalità e attitudini attoriali, l'allestimento funziona e merita, forte di una lettura musicale così lucida e avvincente, un successo di pubblico sempre crescente.


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