L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Don Carlo rende omaggio a Verdi

di Luis Gutiérrez

Cast di divi internazionali, la direzione perfetta di Pappano e la regia di Peter Stein, che riprende con la massima qualità possibile "letteralmente" le disposizioni sceniche verdiane. Così il Festival di Salisburgo rende omaggio a Giuseppe Verdi nel bicentenario dalla nascita.

SALZBURG, 22 agosto 2013 - Le produzioni di Don Carlo, in italiano, o Don Carlos in francese fin dall'epoca di Verdi hanno comportato di volta in volta importanti varianti. Infatti già la prima assoluta di Parigi non è avvenuta seguendo integralmente la partitura, in quanto, per la sua durata, si rendevano necessari dei tagli, alcuni notevoli, ma senza ridurre i balletti che, invece, oggi non si eseguono quasi mai, allo scopo di terminare la recita entro mezzanotte, mezz'ora prima della partenza degli ultimi treni. Nella seconda versione, data a Milano come Don Carlo, l'opera è compressa in quattro atti, eliminando del tutto il primo e le due scene iniziali del terzo (comprensive del balletto), più altri tagli interni; l'aria "Io la vidi e il suo sorriso" viene riadattata e trasferita dal primo atto francese al secondo (ora primo). A Modena si diede quindi una nuova versione italiana in cinque atti, anche se comunque rimaneggiata rispetto a quella originale parigina. Certo, già durante la vita di Verdi ci furono molti che cambiamenti di produzione in produzione, che non implicarono solo tagli ma anche modifiche musicali, come nel caso del duetto tra Rodrigo Filippo II. Oggi la versione più spesso eseguita è forse quella di Milano, la più amara e vicina al lavoro di Schiller (principale fonte letteraria del libretto), oltre ad essere la più breve, secondo me, e musicalmente significativa.

Perché questa introduzione? Perché il Festival presenta questa produzione che non solo utilizza la versione Modena, ma ripristina anche pienamente la versione originale di Parigi nel primo quadro, nella prima scena del terzo atto, e nel canto funebre del quarto( la cui musica è il seme che Verdi ha utilizzato per comporre il Lacrymosa dalla Messa da Requiem), oltre ad alcuni tagli aggiuntivi per la versione di Parigi. Il balletto è stato omesso non tanto, credo, per la durata (cosa sono quindici minuti in più in uno spettacolo di cinque ore?), ma per il notevole aumento di budget richiesto da un corpo di ballo.

Questa produzione ha molti vantaggi, a mio parere. Il coro della prima scena del primo atto mostra come le pressioni del popolo spingano Elisabetta ad accettare di sposare il re di Spagna per di porre fine alle sofferenze derivate della guerra fra Enrico II e Filippo II. Abbiamo così una migliore caratterizzazione del rapporto fra l'Infante spagnolo e la principessa francese, ma anche e soprattutto il magnifico duetto dei giovani, con quel motivo sublime intonato da Elisabetta "Di qual amor, di quant'ardor quest'alma è piena", ricorrente poi nell'opera. La prima scena del terzo atto non sarà così eccezionale musicalmente, ma è indispensabile per chiarire lo scambio fra la Regina ed Eboli e l'errore di Carlo. Il canto funebre di padre e figlio nel quarto atto illustra chiaramente che l'affetto di entrambi per l'assassinato Rodrigo.

Già mesi prima del Festival queste sei recite sono andate esaurite, soprattutto per la presenza di due fra i cantanti più ammirati del nostro tempo: Anja Harteros e Jonas Kaufmann. L'Elisabetta della Harteros passerà agli annali di Salisburgo e in generale di Don Carlos come una delle più significative dagli anni '50. "Tu che la vanità" è stato travolgente, una lectio magistralis di canto verdiano. I tre duetti con Carlo sono stati commuoventi, ma devo dire che non dimenticherò mai proprio "Di qual amor, di quant'ardor quest'alma è piena", che in tre misure, appoggiatura inclusa, esprime tutto quello che avrebbe potuto essere una vita felice. In breve, il soprano greco-tedesco chi ha offerto una prova splendida. Kaufmann è stato parimenti all'altezza delle aspettative, ho trovato formidabile la sua aria d'entrata, così come tutti i duetti, come il celebre "Dio, che nell'alma infondere " con Rodrigo. La sua ribellione nell'Autodafé era molto convincente, come il dolore per la morte del suo amico. E una nota falsa nel primo atto ci ricorda semmai che questi cantanti sono esseri umani, non divinità o robot. Matti Salminen è stata una piacevole sorpresa come Filippo II, ruolo nel quale aveva debuttato a soli venticinque anni ma nel quale non lo avevo mai ascoltato. È stato sublime in "Ella giammai m'amò" e autorevole nelle sue altre scene, pubbliche e private​​, soprattutto nel grande confronto con il figlio nell'Autodafé o con sua moglie, e prudenti e perfino minaccioso nel suo duetto con il Grande Inquisitore. Alla fine dell'opera ha racconto un appaluso come quello accordato alle superstar. Eric Halfvarson è oggi il Grande Inquisitore per eccellenza, le sue note basse sono ferme e il suo fraseggio è perfetto. Raramente ho visto questo duetto tra il potere terreno e celeste recitato e cantato con tanta verità e bellezza.

 

Thomas Hampson ha offerto anch'egli una prestazione eccezionale come Rodrigo, fraterno con Carlo, galante con Eboli, rispettoso con Elisabetta e con Filippo ribelle. Devo confessare che la sua performance vocale ha superato tutte le mie aspettative . Ekaterina Semenchuk ha cantato Eboli alla maniera dei mezzosoprani russi, pensando alla voce nelle sue arie e cantando fortissimo, tuttavia non ha affatto demeritato. Il veterano Robert Lloyd ha cantato uno splendido Monaco/Carlo V e i personaggi secondari hanno pure reso prestazioni molto buone. Il coro e l'orchestra sono stati eccezionali. Soprattutto il primo violoncello durante l'aria di Filippo e la tromba che accompagna la morte di Rodrigo hanno toccato una perfezione che raramente avevo inteso prima. Soprattutto ascoltando quella tromba appariva chiaro il perché sia fra gli strumenti preferiti per la malinconia del blues. È davvero molto strano partecipare a due rappresentazioni colossali per qualità, dimensioni e impegno dei cori quali i Meistersinger e Don Carlo; mi sono lamentato di Gatti parlando di Wagner, mentre ho trovato assolutamente perfetto Antonio Pappano in Verdi. La produzione di Peter Stein era insolitamente rivoluzionaria: il regista tedesco sente Verdi non solo come grande musicista, ma come uomo di teatro completo. Stein ha dunque attribuito un grande valore alle disposizioni sceniche di Verdi e le ha seguite quasi alla lettera. Il riscontro della critica anglofona è stato fortemente negativo, al contrario di quello della critica "continentale" e del pubblico, che ha calorosamente applaudito.

 

I costumi, soprattutto quelli femminili, erano accuratissimi; le scene austere, in particolare la stanza di Filippo, mentre la resa dell'Autodafé è stata giustamente brillante. Naturalmente non ha inserito nessun monaco folle, alla Torquemada, alla ricerca di altri eretici da punire oltre a quelli già destinati al rogo. Come ho già detto, tutte le scene di massa erano organizzate con particolare attenzione a non derogare alle disposizioni di Verdi. L'illuminazione era un capolavoro . Non credo che questo è stato una messa in scena tradizionale come ce ne possono essere molte, ma era propriamente "letterale". Penso che non esistano allestimenti "tradizionali" o moderni: ci sono allestimenti letterali o meno, e in entrambi i casi fedeli o meno alle intenzioni degli autori, che nel caso di Don Carlo sono stati molto espliciti. Naturalmente ci sono casi in cui i registi realizzano uno spettacolo del tutto proprio, utilizzando l'opera per esprimere se stessi. Questo per me è semplicemente un plagio palese. Oggi non ho visto alcun un plagio, ho visto Don Carlo nella sua più perfetta forma "letterale".

 

Grosses Festpielhaus. Giuseppe Verdi: Don Carlo. Opera in cinque atti su libretto di Joseph Méry e Camille du Locle, tradotto in italiano da Angelo Zanardini e Piero Faggioni, dall'originale di Achille de Lauzières (Académie Imprériale de Musique, 11 marzo 1867; Teatro alla Scala, 10 gennaio 1884 e Módena, 29 dicembre 1886). Peter Stein, regia. Ferdinand Wögerbauer, scene. Annamaria Heinreich, costumio. Joachim Barth, luci. Lia Tsolaki, coreografia. Personaggi e interpreti: Matti Salminen (Filippo II), Jonas Kaufmann (Don Carlo), Anja Harteros (Elisabetta), Thomas Hampson (Rodrigo), Ekaterina Semenchuk (Eboli), Eric Halfvarson (Il Grande Inquisitore), Robert Lloyd (Un monaco/Carlo V), Maria Celeng (Tebaldo), Kiandra Howarth (Voce dal cielo), Benjamin Bernheim (Conte di Lerma/Araldo reale), Anna Eva Köck (Contessa di Aremberg, ruolo muto), Antonio Di Matteo, Peter Kellner, Domen Križaj, Roberto Lorenzi, Iurii Samoilov, Christoph Seidl, (deputati fiamminghi). Konzertvereinigung Wiener Staatsopernchor. Hörn Hinnerk Andresen maestro del Coro. Wiener Philharmoniker. Maestro concertatore e direttore: Antonio Pappano.


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