Una continua ricerca
di Sergio Mora
Dario Miozzi Svjatoslav
Richter, pianista
Vita e arte di un eccentrico protagonista della musica del Novecento
presentazione di Riccardo Muti
pp. 186
ISBN 13 978-8865404584
Zecchini editore, gennaio 2026
In questa lucida retrospettiva della vita e dell’arte di Richter troviamo, grazie alla cristallina esposizione di Dario Miozzi, la nobile epigrafe esistenziale di un destino consegnato totalmente alla musica e alla comunicazione con il pubblico.
Il libro segue la cronologia degli eventi e dei dialoghi proposti dal celebre documentario di Bruno Monsaingeon Richter l’Insoumis (1998), o meglio, utilizza il materiale filmico per avvallare una biografia commentata dalle parole dello stesso pianista. La verità delle immagini e delle didascalie serve all’autore per meglio collocare la parabola umana all’interno di un periodo molto vasto che dagli anni trenta giunge sino alla fine del secolo scorso.
La scelta di Miozzi è sicuramente eccentrica, rispetto alla metodologia adoperata da altri studiosi che preferiscono l’utilizzo del solo mezzo discografico o di inserti critici. La scansione epigrammatica degli eventi biografici, commentata laconicamente dal protagonista, rende l’idea di una concezione del tutto particolare della musica come linguaggio assoluto. Si evidenzia l’aspetto autodidattico della formazione di Richter, l’interesse rivolto alla costruzione del “suono” rispetto all’equilibrio della frase musicale, l’utilizzo integrale delle componenti corporee per sostenere costruzioni armoniche spesso portate al parossismo.
La novità di Richter, in un contesto politico dominato dal “disgelo” dell’epoca di Krusciov, non era tanto la superiorità tecnica quanto la capacità di oltrepassare i limiti stilistici per la ricerca di una nuova verità. La vocazione iconoclasta del primo Richter era il suo camminare fuori dalle regole: in questo modo il suo Beethoven era influenzato dalle volumetrie astratte di Prokof'ev di cui fu dedicatario di alcune composizioni. La sua natura ribelle lo ha poi reso diffidente verso i suoi padri spirituali e quindi verso lo stesso Prokof'ev, verso Neuhaus e verso Šostakovič. Nel suo repertorio, molto selezionato, non vi sono specifici indirizzi estetici se non la ricerca di una particolare forma di “sensitività”. Nella seconda parte della sua vita, dopo le disavventure fisiche e psichiche, la sua arte, abbandonata l’esibizione mnemonica, si è rivolta al gusto della lettura in pubblico, alla ricerca di una nuova intimità.
Molto interessanti sono i giudizi espressi sui propri colleghi e nei riguardi dei principali direttori d’orchestra con cui ha collaborato. Uno di questi, Riccardo Muti, ha goduto di una particolare considerazione umana e artistica da parte di Richter e quindi a lui si deve una commovente e illuminante prefazione. Muti ci svela il motivo per cui, a Genova del 1969, il grande Svjatoslav ha voluto la ripetizione integrale del Concerto per la mano sinistra di Ravel: un vuoto di memoria aveva guastato la sua esecuzione.
Il lavoro di Dario Miozzi si conclude con una breve carrellata di “long playing”, non una discografia, ma una sorta di affettuoso “amarcord” personale.
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