L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

La danza del tempo

 di Isabella Ferrara

 

La compagnia Il Teatro del Baula presenta al Piccolo Bellini Desidera, uno spettacolo dedicato al tempo, al ricordo, alla perdita.

NAPOLI, 28 novembre 2018 - Capita spesso nella vita che quando non si sa bene cosa aspettarsi da un’esperienza, se ne venga poi rapiti, finendo per ricorderla con piacere, con un sorriso che a volte ha il sapore della malinconia, per qualcosa di bello passato ormai, che pare perduto. Ma in realtà se si può ricordarlo, e provarne ancora un’emozione non è perduto. Si possiede per sempre.

Lo spettacolo Desidera di questa giovane compagnia nata nel 2010, “Il Teatro nel Baule”, racconta i ricordi di un uomo, le emozioni vissute e che ancora restano vive; un sogno, un desiderio, forse più d’uno; racconta un passato e un presente, e promette il racconto del futuro di quell’uomo. Una trama semplice, che lascia facilmente trasparire quanto anche la storia più essenziale che si voglia narrare sia ricca di sfumature, di complicazioni, racchiuda infinite possibilità di variazioni, di interpretazioni, di scelte, di eventi. Come la vita, e come il suo ricordo.

Sul palco una scenografia essenziale, un letto, una porta, una finestra e un tavolo con sedia, ma di impatto per il disordine in cui sono presentate; come il disordine interiore dell’uomo solo che ci vive, che trascorre le sue giornate a studiare il modo di tornare indietro nel tempo. Legge formule matematiche sparse per l’intera stanza, ragiona su se stesso, concentra tutte le sue energie all’unico scopo di scoprire l'equazione per riavere il suo tempo perduto, e con esso la donna amata. Ma qualcosa di imprevisto, di non calcolato lo sorprende. Con sofferenza e gesti di rifiuto, si accorge che ciò che lo circonda, il letto, un lenzuolo, un impermeabile gli ricorda qualcosa. Persino la finestra, la porta, la sedia, tutto gli riporta alla mente il suo passato, proprio quello a cui che tenta incessantemente di tornare. Ritrova nelle tasche di una vecchia giacca che ancora indossa, degli aeroplanini di carta. Li getta via, come per voler cancellare un ricordo doloroso e non doverlo affrontare. Vuole rifugiarsi nei numeri e nelle formule per tornare indietro nel tempo, nel passato, ma non vuole inciampare nei suoi oggetti per ritrovarsi di fronte e dentro i suoi ricordi del passato.

Ed ecco che lo spettatore insieme all’uomo sul palcoscenico viene trasportato nei ricordi, nel passato e nelle emozioni di quel tempo perduto. Inizia un gioco di ombre e luci che delicatamente disegna il trascorrere delle giornate, degli anni. Le fasi della vita dell’uomo e della sua amata si intersecano sul palco, così come nella mente. I cinque attori che impersonano le età diverse della coppia di amanti si scambiano di posto sulla scena. Appaiono e scompaiono dietro una porta, sotto un letto, in un’ombra. Si sfiorano sul palco, e, come se fossimo nella mente di quell’uomo, siamo invasi dai ricordi. È così quando si ricorda qualcosa, le immagini si sovrappongono, momenti lontani nel tempo convivono, si susseguono senza un ordine cronologico rigido. È la danza del tempo, l’inesorabile tempo che corre avanti e non ci consente di voltarci indietro per riprovarci. E gli attori danzano sul palco, sono figure impalpabili, sono luce e ombra. Leggeri come se non avessero fisicità; e poi d’improvviso concreti invadono la scena, come se fossero solo loro i protagonisti, come se non fossero i fantasmi del passato, le immagini di un ricordo. Si impadroniscono degli oggetti, e con pochi gesti raccontano, rivivendolo per noi, un amore fatto della semplice quotidianità di un letto rifatto insieme, di uno litigio, di uno scherzo tra innamorati, di tenerezze fra amanti che lo saranno per sempre, quando si salutano al mattino pronti ad uscire, e quando si salutano per un lungo addio. Non servono parole, i movimenti sono fluidi e volatili, sono impalpabili come abiti leggeri, come fogli di carta, come aeroplani che volano, come i sogni, e come i ricordi. Ma sono anche emozionanti, sono decisi e tensivi come la musica che accompagna il “balletto dei medici” che ci girano intorno con la loro dottrina mentre attendiamo il nostro verdetto. Come la sofferenza di un corpo malato. La solitudine. La corsa disperata contro il tempo, la separazione definitiva. E ciò che resta è dolore, vuoto, impotenza, desiderio di tornare indietro e riprovarci, correggere gli errori magari, fare una scelta diversa, l’altra, quella che non abbiamo fatto.

I ricordi sono tornati tutti, tanto vividi da averli rivissuti, ma il tempo non è tornato indietro. La stanza è sempre vuota. Oppure, forse, invece, non lo è. Adesso l’uomo riprende l’aeroplano di carta, il suo sogno di volare, il desiderio di toccare le stelle, “De – Sidera”, come spiegano le note di regia, dal latino indica la privazione, e quindi la vediamo tradotta in un moto verso le stelle, verso un sogno. Sembra più forte, sembra confortato all’idea che nonostante sia impossibile tornare indietro nel tempo, quel tempo non è perduto se può essere ricordato. E da quei ricordi non resta che ripartire, continuare a sognare la stella, sognare di volare per raggiungerla in cielo. La porta del tempo gli restituisce la sua giacca da aviatore, l’uomo ci saluta dal suo aereo, mentre sorridente è finalmente ricco del suo passato e dei suoi ricordi. Sorvolando sulle carte, i ricordi, i rimpianti, i dolori e le gioie che restano in disordine a terra sul palco, come la vita che si posa dentro di noi momento dopo momento, in attesa che dal disordine si riesca ancora a prendere il volo verso un sogno.

Questo spettacolo è una piccola magia, per il baule culturale da cui attinge, da Proust e la sua Ricerca del tempo perduto , ad Antoine de Saint-Exupery e il suo Piccolo Principe; dall’arte mimica, alla danza, dalla clownerie, alla poetica della scelta musicale e delle luci, della scenografia e dei costumi. Tutti gli attori Giuseppe Brancaccio, Amalia Ruocco, Dimitri Tetta, Sebastiano Coticelli e Simona Di Maio, che sono anche alla regia, sono stati bravissimi e convincenti. Mai sopra le righe, mai “fuori tempo”. Sincroni nei movimenti e nelle emozioni che dovevano e che hanno suscitato.

I pochi posti a sedere del Piccolo Bellini non hanno impedito che gli applausi fossero degni di una sala più grande per un pubblico più numeroso. Che è quello che auguriamo a questa compagnia.


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