L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Rinascimento prima del Rinascimento

di Roberta Pedrotti

Debutta a Bergamo l'edizione critica di Lucrezia Borgia curata da Roger Parker e Rosie Ward con una produzione che si muove con un pizzico di libertà fra le versioni dell'opera, a dimostrazione che la filologia sia strumento interpretativo e non gabbia dogmatica. Si mette nuovamente in luce, quale Gennaro, la splendida voce di Xabier Anduaga, mentre Carmela Remigio affila le sue armi d'interprete.

BERGAMO, 22 novembre 2019 - Lo hanno detto Roger Parker e Paolo Fabbri nell'incontro precedente la prima di Lucrezia Borgia, dato oggettivo cui non si pre si fa caso: al tempo di Hugo e Donizetti il concetto di Rinascimento, semplicemente, non esisteva. Comincia a parlarne Michelet nel 1840, lo consolida come categoria storiografica Buckhardt dal 1860; ma nel 1833, quando l'opera debutta a Milano, l'epoca dei Borgia è percepita non come età di splendori artistici e umanistici, ma come nido di congiure, veleni, perversioni e tradimenti. In questo senso, è felice l'impostazione registica di Andrea Bernard, che fa di sesso e violenza il principale vettore della comunicazione fra i personaggi. L'approccio è molto fisico: la combriccola di Gennaro è un gruppo di sbandati, ragazzi sempre con la bottiglia in mano pronti a menar le mani per passare il tempo o per il miglior offerente; se un imponente Gubetta pensa di fare il gradasso con un Rustighello rotondetto, spunta tutto il coro degli sgherri del Duca a far scorrere il sangue ridendo; l'eros fra Lucrezia e Alfonso è l'arma di un duello senza fine, mentre Gennaro sfoga istinti quasi predatori su quella che non sa ancora essere sua madre (e che, almeno nel prologo non disdegna), mentre instaura con Orsini una relazione che rivela insospettate tenerezze. D'altra parte, è il testo a dirlo: il rapporto fra i due giovani è strettissimo, il loro duetto giostrato come schermaglia amorosa di dinieghi, puntigli, avvicinamenti; il primo incontro fra Lucrezia e il figlio rende ancor più perversa e sottile l'asimmetria di Semiramide e Arsace in "Alle più calde immagini": là una madre rivolge pensieri amorosi al giovane che non sa esser suo figlio, mentre questi pensa a un'altra, qui un figlio che non ha mai conosciuto la madre ne parla a una misteriosa dama che vorrebbe sedurre e che, consapevole di essere proprio lei la genitrice perduta, lo incoraggia ad amare la madre. 

Funziona un po' meno la realizzazione scenica nel suo complesso, che pecca di talune ingenuità, di simboli chiari (verrebbe da dire fin troppo, al limite dello scontato) non sempre ben gestiti, come lo spettro in perizoma, che poi sarebbe il presagio di morte già ricordato da Maffio nel prologo, invenzione del classicista Romani più romantico e gotico qui dello stesso Hugo. La politica del Festival di dare spazio a registi giovani può essere senz'altro lodevole, e Bernard ribadisce di avere talento e intuito, ma anche di necessitare ancora di un labor limae nella strutturazione del suo lavoro verso esiti di classe superiore.

Certo, non si può negare che Lucrezia Borgia sia materia teatrale tanto allettante quanto insidiosa, nonché, in questo caso, ulteriore perfetto esempio di come la filologia sia uno strumento formidabile al servizio degli interpreti, non un capestro dogmatico. Si annuncia la nuova edizione critica di Roger Parker e Rosie Ward e si trova un testo rifinito in alcuni piccoli dettagli melodici, nella strumentazione (quella originale dell'aria di Gennaro “Anch'io provai le tenere” si ascolta qui per la prima volta), nei versi. Si trova, però, anche un'organizzazione dei numeri inedita, legittima sebbene non riproduca nessuna versione effettivamente licenziata da Donizetti, che sulla partitura del primo dramma in musica italiano tratta da Hugo tornò più volte. Si segue per lo più la lezione di Parigi del 1840, con l'inserimento della cabaletta “Si voli il primo a cogliere” in luogo della seconda strofa di “Com'è bello, quale incanto”, della citata aria di Gennaro e dell'arioso “Madre se ognor lontano”, mentre del rondò “Era desso il figlio mio” abbiamo la sola esposizione senza ripresa. Si mantiene, tuttavia, il duetto tagliato nella capitale francese fra Gennaro e Maffio Orsini “Minacciata è la mia vita”, scelta che, oltre a mantenere il peso drammaturgico del mezzosoprano en travesti, accresce non di poco lo spessore del tenore, sia dal punto di vista della presenza e dell'impegno vocale, sia dell'evoluzione psicologica.

Senza forzare l'impianto donizettiano, senza asservire il dramma alla convenienza teatrale, si compie anche una scelta filologica in quanto perfettamente in linea con l'uso del tempo, vale a dire con la sacrosanta valorizzazione di uno degli elementi più interessanti della produzione, il tenore Xabier Anduaga. Già selezionato dall'Accademia rossiniana di Pesaro e messosi in luce al Rof come Ernesto in Ricciardo e Zoraide (leggi la recensione), è stato praticamente adottato da Bergamo per la vocazione schiettamente donizettiana della sua voce, ha raccolto allori nel 2018 nel Castello di Kenilworth (leggi la recensione), torna ora come Gennaro, vincitore nel frattempo del primo premio nell'ultimo concorso Operalia. A soli ventiquattro anni sembra già più di una promessa, con questa voce pastosa che va sempre più ombreggiandosi di screziature virili, ma senza perdere lo smalto, la facilità nell'acuto, nel legato, nella mezzavoce. Considerato, poi, che la figura e l'anagrafe lo aiutano in credibilità, non sarà difficile riconoscere in lui un Gennaro ideale, adolescente impulsivo e problematico, talora brusco e spavaldo nei modi, talaltra introverso e quasi timido.

Già sua partner sulla scena lo scorso anno, Carmela Remigio, artista in residence di Donizetti Opera 2019, dà consueta prova della sua intelligenza di musicista e interprete per mettere a frutto i propri mezzi nella definizione di un personaggio ferito nel profondo, e perciò aggressivo, come un animale morente, dalla psiche infranta. Questa Lucrezia Borgia è come un tappeto di cocci, schegge e frantumi, frammenti di specchio, pezzi di vetro iridescenti, residui opachi. Così è il suo fraseggio frastagliato, in un erotismo più disperatamente vuoto e vorace che sensuale, in un'ironia ormai nemmeno più regale (basti pensare a come altre colleghe hanno sublimato la frase “La clemenza è regale virtù”, mentre lei sembra imporla ad Alfonso senza crederci).

Rimane più ai margini il Duca Alfonso di Marko Mimica, a metà fra un sadismo gelido e sprazzi d'autentica affezione per la consorte, asciutto nel fraseggio, forte della buona grana della sua voce di basso chiaro, adatta a questo repertorio a dispetto di qualche nota meno a fuoco intorno al passaggio. Convince meno, nel quartetto principale, l'Orsini un po' disordinato di Varduhi Abrahamyan, più convincente come attrice che nell'articolazione delle variazioni e nella gestione di alcune diseguaglianze d'emissione.

Complessivamente ben assortito il gruppo non trascurabile dei comprimari, fondamentali i tutti i loro interventi per la buona riuscita di una Lucrezia Borgia. Edoardo Milletti è Rustighello, Rocco Cavalluzzi Gubetta (parte che fu perfino di un Luigi Lablache già divo), Manuel Pierattelli Liverotto, Alex Martini Gazella, Roberto Maietta Petrucci, Daniele Lettieri Vitellozzo, Federico Benetti Astolfo. Con loro troviamo il Coro del Municipale di Piacenza ben diretto da Corrado Casati, mentre in quinta e in buca si ascoltano la banda del Conservatorio Donizetti di Bergamo e l'Orchestra giovanile Luigi Cherubini.

Sul podio Riccardo Frizza conferma, dopo il galà inaugurale, un'interpretazione improntata alla chiarezza, a lasciar emergere anche i tratti più foschi del dramma dal disegno donizettiano, perfino dalle sue dolcezze, da quel gioco di sfumature e richiami da cui i momenti incalzanti e vibranti emergono con definizione e forza maggiore. Dopotutto, questo Rinascimento prima dell'invenzione del Rinascimento, fra le ombre e la violenza, è soprattutto intreccio psicologico e come tale lo vede questa restituzione dell'edizione critica a Bergamo, anche quand'anche un singolo dettaglio o interprete non colpisca nel segno. Si va verso una vera Donizetti Renaissance, finalmente, e finalmente la vedremo, fra un anno, approdare nel rinato teatro intitolato al compositore con La fille du regiment e uno dei suoi capolavori più significativi, Marino Faliero.


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