L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Bohème comme il faut

di Antonino Trotta

La bohème di Puccini inaugura la stagione 2019/2020 del Municipale di Piacenza: pur con qualche inciampo dei solisti, la rassicurante regia di Leo Nucci e la vigile concertazione di Aldo Sisillo assicurano il successo della recita, salutata con calore da un teatro tutto esaurito.

Piacenza, 22 dicembre 2019 – Il suo nome è Leo; cognome: Tradizione. Bohème comme il faut oserebbe dire qualcuno – non chi scrive –, sicuramente una Bohème che non fatica a commuovere un teatro praticamente tutto esaurito – compreso chi scrive – nel giorno del compleanno di Puccini e in chiusura della celebrazione del centenario della morte di Luigi Illica.

Anche quest’anno e sempre nell’orbita del progetto Opera Laboratorio Leo Nucci – l’instancabile Leo Nucci che proprio in questo fior di teatro debutterà la notte di San Silvestro anche come librettista con una commedia dedicata a Beethoven, Il Sordo – firma la regia del titolo inaugurale della stagione del Municipale di Piacenza in nome dell’adesione, quasi reverenziale, a libretto e didascalie, pur concedendosi, com’è suo vezzo, qualche innocente cabrata ad alta quota – in un tableau vivant che precede il secondo quadro, una bravissima fisarmonicista introduce il tema del valzer di Musetta, ad esempio –. Del resto la “tradizione” non è il tabernacolo custode della verità assoluta quanto un modo di intendere, quindi realizzare, il teatro d’opera. E se di realizzazione si vuole discutere, qui c’è poco postillare. Leo Nucci ama il lavoro di Illica e Giocosa e fa di tutto per valorizzarne ogni sfumatura: ha visione d’insieme, nella conoscenza del testo spezia la commedia e affila il dramma. Lo si percepisce dalla cura appassionata con cui colora le figure dei bohémiens – Schaunard, il musicista, strizza l’occhio a Puccini –, nell’attenzione con cui muove e anima le masse – nell’affollatissimo e caleidoscopico quartiere latino non si percepisce confusione –, nella dedizione con cui istruisce gli interpreti ad essere il personaggio anche quando la bocca rimane chiusa. In tale contesto le splendide scenografie di Carlo Centolavigna, illuminate ad arte da Claudio Schmid, giocano poi un ruolo pressoché fondatale: che si tratti dell’onesta soffitta affacciata su Parigi – estremamente utile alla costruzione del dramma è lo scorcio sul pianerottolo – o del candido boulevard d'Enfer, all’occhio si assicura sempre una generosa dose di poesia. Infine i costumi di Artemio Cabassi, pennellate dalle tinte pastello in questi seppiati di metà Ottocento.

Nel ruolo della protagonista, Maria Teresa Leva ci lascia in parte perplessi per alcune fissità negli acuti e nei suoni smorzati – che, a onor del vero, abbiamo osservato anche in altre circostanze – a dispetto di un registro centrale invero ricco e suadente. L’interprete tuttavia è scaltra, crede nel personaggio e lo vive appieno dall’inizio alla fine: canta con sensibilità autentica, accento profondo e bel legato, guadagnandosi così – meritatamente – i consensi più entusiasti della serata. Spiace invece conoscere Azer Zada, Rodolfo, in una recita un po’ sfortunata. Annunciato ufficialmente indisposto dopo un primo quadro in cui purtroppo manca i momenti più attesi dell’opera – non i più importanti, comunque –, sembra riacquistare vigoria nell’ultima scena, almeno a sufficienza per far apprezzare il suo bel timbro brunito.

Lucrezia Drei è una Musetta deliziosa in cui la ragazza dal cuore d’oro e la vipera civettuola coabitano serenamente: il fraseggio è pertanto vario, la linea di canto lucente ed elegante, il personaggio in definitiva toccante almeno al pari di Mimì. Degli agli altri artisti, non comprimari ma ingranaggi cardine della macchina pucciniana, non si può che scrivere bene. Il Marcello di Carlo Seo affascina per la pienezza della voce e la natura florida dello strumento baritonale. Stefano Marchisio, Schaunard, è un mattatore della scena che mai soprassiede sulle ragioni del belcanto. Infine Colline di Maharram Huseynov, ottimo per l’intrigante velluto della voce e la nobile musicalità con cui intona «Vecchia zimarra». Completano correttamente il cast Gianluca Lentini (Benoît/Alcindoro), Raffaele Feo (Parpignol), Carlo Nicolini (sergente dei doganieri), Paolo Floris (doganiere) e Enrico Pertile (venditore di prugne).

Alla guida dell’Orchestra Filarmonica Italiana, Aldo Sisillo intavola una concertazione ordinata, sicuramente non dimentico del sinfonismo di cui è pregna la partitura. Lodevole è inoltre la premura rivolta ai solisti, sì soverchiati talora da esplosioni sonore che sanno di puccinismo, ma seguiti con indubbia disponibilità nel momento del bisogno. Ottima la prova del coro e del coro di voci bianche del Teatro Municipale di Piacenza, istruiti rispettivamente da Corrado Casati e Mario Pigazzini.

Grande successo e applausi festosi per tutti. Ma il Municipale di Piacenza non ha ancora calato gli assi sul tavolo da gioco e quest’anno, gli assi, sono più di uno.


 

 

 
 
 

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