L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Variazioni idee e di poesia

di Roberta Pedrotti

Grigory Sokolov torna a Bologna recuperando il concerto previsto in maggio per Musica Insieme. Il percorso fra Beethoven e Schumann fa perno su tre intermezzi di Brahms e ribadisce, oltre al magistero tecnico, la portata poetica e intellettuale di ogni interpretazione del pianista russo.

BOLOGNA, 22 giugno 2022 - Ci si deve ancora riabituare, ma forse è meglio non abituarsi mai alla grandezza, all'arte, a serate come questa. Grigory Sokolov torna a Bologna per la prima volta dopo l'irruzione del covid nelle nostre vite. Lo fa nell'ambito di una tournée primaverile interrotta e posticipata per motivi di salute. Come è stata lunga l'attesa! Ma anche appieno ripagata.

Beethoven, Brahms, Schumann. Sokolov non compone mai i suoi programmi senza una ragione profonda, senza che nella sua interpretazione non si dipani un filo sottile ma ben comprensibile che dà senso ad ogni nota e ad ogni colore. Sembrerebbe quasi superfluo ribadirlo per l'ennesima volta, ma non ci si può non sbalordire ancora proprio per questi colori, per il peso del suono, l'attacco, il rapporto fra tocco e pedale per cui ogni legatura, ogni accento, ogni dettaglio d'articolazione, ogni gradazione nell'uso del pedale si lascia intendere nitido, ma soprattutto sensato, significativo e necessario.

Le Quindici variazioni e una Fuga in mi bemolle maggiore sul tema del balletto Le creature di Prometeo op. 35, dette anche Variazioni Eroica per il tema che poi transiterà nella sinfonia, aprono la serata squadernando proprio tutta la portata dialettica di una forma che non è solo esercizio di stile e virtuosismo. Tutt'altro: la diversa declinazione di una stessa idea permette di esplorarla, penetrarla, metterla in discussione, ribaltarla, riscoprirla, osservarla da punti di vista diversi aprirla a confronti e sviluppi. È un percorso spirituale e intellettuale, che Sokolov traccia con una chiarezza che lascia intuire l'energica asserzione beethoveniana non senza ripiegamenti intelocutori, contrasti tanto sapienti quanto eloquenti, scorrendo senza soluzione di continuità, tutt'uno con la musica come espressione superiore della ragione e dell'ideale. Dopo un'arcata di tale profondità i Tre intermezzi op. 117 di Brahms si inseriscono come un'apparente divagazione ristoratrice, nella loro perfezione circoscritta e pacifica, tuttavia la cura estrema con cui Sokolov tornisce il suo fraseggio e lo libera naturalissimo è il marchio di una profondità e di una continuità che non abbandona mai il suo discorso. Brahms, anziano, ha raccolto l'eredità di Beethoven, lo ha eletto a suo punto di riferimento, ma è stato anche l'amico e il confidente dei coniugi Schumann: Brahms diventa, con questi tre piccoli brani in un quarto d'ora circa, la chiave di volta di due potenti strutture concettuali.

Nella seconda parte del concerto ci sono, infatti, i Kleisleriana, il continuo rimbalzare fra Eusebio e Florestano, fra la quiete e l'impeto, l'introspezione e l'energia, i tempi lenti e quelli agitati. Sokolov fa sì che nel botta e risposta fra le due anime di Schumann ci sia sempre uno sviluppo, un'evoluzione, che nulla appaia mai meccanico e uguale a sé stesso. Eppure, per far questo, la tecnica si ribadisce superlativa, quasi inumana, al punto che trascende la stessa esattezza, la stessa perfezione. Che tutte le note siano perfette, quando suona Sokolov, non ci potrebbe importare di meno: sì, il dato oggettivo è di altissimo livello, ma non è quello il punto. Il punto è il pensiero, la poetica, non solo nell'arco di un singolo pezzo, ma nella costruzione dell'intero programma, fra i due poli di Beethoven e Brahms, due complessi di episodi singoli a scandagliare un'idea o il contrasto fra opposti sentimenti, e quell'apparente intermezzo che in realtà fra da perno nell'intero meccanismo proprio per la sua distanza di forma e contenuto e il suo significato anche biografico ed extramusicale.

Dopo questo organismo perfetto, come di consueto, Sokolov si sbizzarrisce nei bis. Ancora Brahms, poi due Rachmaninov, Scrjabin, Chopin, senso e ultimo il Preludio in si minore di Bach nella versione di Siloti. Proprio quest'ultimo pezzo mi pare la sigla perfetta della serata, dato che, confesso, non lo amo affatto (ma, addirittura, in sala c'è chi avanza l'ipotesi “l'ultimo bis era Einaudi?”) eppure è lì, nella progressione che rischia di diventare meccanismo minimalista fine a sé stesso, che si annida l'artista superiore. Il limite di questo Bach, vale a dire il non essere semplicemente Bach, diventa più che alibi, l'occasione per uno sviluppo pianistico che è tutto un fiorire di sfumature, un trasformare la progressione e l'iterazione in un caleidoscopio iridescente nella dinamica e nella definizione del suono, nel colore e nelle legature, tutto senza una soluzione di continuità, senza una traccia seppur pallida di esibizionismo. Tutto solo e semplicemente necessario, come sembra necessario per Sokolov suonare e tutti i convenevoli di inchini, applausi, saluti, meri doveri di cortesia a cui non sottrarsi ma di cui non compiacersi.

Grazie, maestro, alla prossima.


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