L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Cantare Brahms

di Luigi Raso

Fabio Luisi dirige l'integrale delle sinfonie di Brahms al Teatro di San Carlo e già dal primo cocnerto dimostra la sua visione fluida e cantabile delle partiture.

NAPOLI, 23 giugno 2022 - Giugno, ascoltiamo. È tempo di esecuzioni integrali al San Carlo, verrebbe da pensare, parafrasando la meno sincera poesia di Gabriele D’Annunzio (ve lo immaginate il Vate percorrere i tratturi con i suoi pastori abruzzesi? Francamente inverosimile!) .

Nel giugno 2019 l’integrale - in un sol giorno e con due orchestre, quella del San Carlo e quella Sinfonia della RAI, entrambe dirette da Juraj Valčuha - delle Sinfonie di Beethoven (qui la nostra recensione di quell’indimenticabile giornata musicale: Maratona Beethoven), stasera e sabato l’esecuzione delle quattro Sinfonie di Johannes Brahms, affidate all’Orchestra del San Carlo e alla bacchetta esperta e ispirata di Fabio Luisi.

Tra una replica e l’altra della fortunata produzione di Evgenij Onegin, in due serate viene dunque presentato il corpus sinfonico di Brahms. Seguendo l’ordine cronologico, i concerti sono aperti dalla monumentale Sinfonia n. 1 in do minore per orchestra, op. 68, composizione dalla genesi lunga e tormentata (1855 - 1876), eseguita in prima assoluta nel novembre del 1876. Sin dalle prime battute del primo movimento nella cupa tonalità di do minore - Un poco sostenuto. Allegro - emerge la cifra interpretativa che Fabio Luisi conferisce alla Sinfonia: agogica distesa, monumentalità nel tratto musicale, estrema attenzione e cura all’aspetto cantabile del poderoso edificio costruito da Brahms. La sensazione è che il direttore voglia smussare le asperità della partitura, quella accentuazione eccessivamente teutonica di talune esecuzione, pur pregevolissime. Il solido e granitico movimento iniziale, pur nella sua ieraticità, è ora attraversato da venature di cantabilità, da una fraseggio tornito, dall’articolazione fluida della melodia. Ciò è ottenuto ricorrendo a una vasta gamma di dinamiche e ricavando dall’Orchestra del San Carlo un suono rotondo, tipico delle orchestre del Bel Paese.

Aspetto - questo della cantabilità - che si accentua ancor più, quasi a confermare la chiave interpretativa impressa da Fabio Luisi alla Sinfonia, nel successivo Andante sostenuto, in mi maggiore, cromaticamente inconciliabile con quella di do minore del primo movimento: il procedere fluido, l’articolazione del fraseggio, il cantare dell’orchestra, il suo prender fiato si fanno ancor più plastici ed evidente. Curatissima si mostra la distribuzione dei pesi sonori tra le famiglie strumentali, tutte perfettamente integrate tra loro ed efficaci nell’assicurare la giusta enfasi agli affondi lirici dei temi.

E in filigrana, dietro la distensione dei tempi scelti da Fabio Luisi - “distensione” se paragonata a certo parossismo agogico oggi tanto di moda - si intravede il braccio esperto del concertatore che conosce la virtù di come tener desto e sempre palpitante il respiro vitale dell’organismo musicale, pneuma che, anzi, riceve linfa vitale proprio dall’amplificazione e dallo scavo del fraseggio. Nel quadro di questa serenità serotina irrompe, nel rispetto delle proporzioni delle tensioni emotive dei precedenti due movimenti, il Poco Allegretto e Grazioso del terzo movimento, preparatorio, quanto ad accesso di drammaticità al grandioso Finale. Adagio. Più Andante. Allegro non troppo, ma con brio introdotto dal carnale1 e interlocutorio pizzicato degli archi. Si percepisce, nel dispiegarsi del movimento, il crescendo di eccitazione, il moltiplicarsi degli affondi dinamici e il ricorrere a sonorità meno terse rispetto a quelle dei precedenti movimenti: a dominare, in luogo di placide luminosità orchestrali ascoltate prima, sono impasti timbrici corruschi, scintillanti, rapidi e incisivi. Dalla cantabilità sapientemente distribuita nel lungo fluire del discorso musicale si passa, per gradi e senza scossoni, ad un finale di sinfonia che si impone per incisività emotiva e sonora, per la plasticità accordata alle forme e al prodigioso sviluppo di Brahms, precisione e bel colore orchestrale, doti che l’Orchestra del San Carlo dimostra di possedere in abbondanza e che risultano ben valorizzate dalla concertazione, estremamente curata nei dettagli così come nella visione del tutto, di Fabio Luisi.

L’atmosfera “pastorale”, benché innervata da tensione lirica della Sinfonia n. 2 in re maggiore per orchestra, op. 73 (composta nell’estate del 1877 ed eseguita per la prima volta l’anno successivo) appare il campo ideale per la visione interpretativa affermata con chiarezza nella precedente Sinfonia: gli spigoli della partitura, appaiono sin dall’Allegro non troppo del primo movimento ancor più smussato. L’innesto del meraviglioso tema introdotto dai violoncelli è sinuoso, insinuante; si fa largo tra quello esposto dai corni. E a rincarare la dose di fluidità melodica Luisi fa accarezzare il tutto dall’intervento morbido dei violini primi e secondi.

Basterebbero le battute iniziali del primo movimento per dare il senso dell’unitarietà del discorso musicale, nel corso del quale tutte le famiglie strumentali, pur nelle loro diversità timbriche, sono ricondotte ad unità, assicurando e dando forza a quella sensuale cantabilità - si ritorna alla cantabilità, la quale sempre più ci appare la cifra connotante dell’interpretazione della prima serata - che senza proclami si impossessa dell’anima dell’intera Sinfonia.

Caratteristica, questa del fluire morbido e sinuoso del discorso musicale, ancor più accentuata dal successivo Adagio non troppo del secondo movimento: qui l’equilibrio orchestrale, i pesi dinamici soppesati con il bilancino sono gli elementi che venano di malinconia e di intenso lirismo uno dei più ispirati Adagio della produzione di Brahms. Il suono caldo e intenso degli archi è di una bellezza struggente; il fraseggio è frastagliato, tormentato e vario. Il discorso melodico procede come se avesse articolazione canora: accenti, inspirazione ed espirazione, crescendo, diminuendo, passione. Il risultato, al netto dell’eccellente resa tecnica dell’orchestra sancarliana, è un’oasi di intensa emozione.

Dal crepuscolare secondo movimento, si passa all’eleganza dell’Allegretto grazioso. Presto ma non assai del terzo: si avverte ilarità nella squisita fattura del gioco degli oboi e del pizzicato dei violoncelli che prelude al breve turbinio, dal sapore quasi danzante, del tema successivo, subito dominato dalla ripresa di quello iniziale, ora e qui sonoramente irrobustito. Con l’Allegro con spirito del quarto ed ultimo movimento a quell’atmosfera pastorale ascoltata nel primo, qui richiamata nello spirito da Brahms, si aggiunge una buona dose di incisività e tensione drammatica, gestite meravigliosamente, per calibratura sonora e agogica da Fabio Luisi e dall’orchestra del San Carlo. Ne risulta un finale sbalzato, costruito in lenta tensione, con tinte fosche che improvvisamente si addensano su squarci lirici e limpidi. Il contrasto dialettico, esaltato e perfettamente amministrato dalla concertazione di Luisi, è screzia l’intero movimento, dipingendo un bozzetto di racchiusa e articolata suggestione, coloristica ed emotiva.

Al termine della prima delle due serate (vi daremo conto anche della successiva che sabato chiuderà l’esecuzione delle Sinfonie di Brahms), lunghi e calorosi applausi parte di un pubblico inspiegabilmente sparuto decretano un successo convinto. Chi non c’era stasera ha sbagliato, e di grosso: la qualità dell’esecuzione, la fama del direttore, la suggestione del programma avrebbero imposto il sold out. Chi non c’era potrà riparare all’errore commesso, ascoltando la Terza e la Quarta sinfonia sabato 25 giugno. Noi vi abbiamo avvisato!

1 Il pensiero va a un aneddoto raccontato da Riccardo Muti nel corso di una lezione concerto con l’Orchestra giovanile Luigi Cherubini al San Carlo, nel lontano 2005.

In quell’occasione Riccardo Muti ricordò quando, giovanissimo direttore, sul finire degli anni ’60 del secolo scorso, nel corso di una prova con l’Orchestra del San Carlo provò a spiegare agli archi l’effetto acustico che voleva ottenere da un passaggio con il pizzicato.

Nel corso lezione-concerto con l’Orchestra Luigi Cherubini, Muti raccontò con nostalgia, ilarità e approvazione che un anziano Professore dell’Orchestra del San Carlo sintetizzò la richiesta del giovane direttore ai suoi colleghi con un laconico quanto eloquente “Guagliò..‘a carne!” (Ragazzi..fate sentire la carne!): invitò, in sostanza, i colleghi a utilizzare la carne del polpastrello per ottenere un pizzicato rotondo, grasso e sensuale.


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