L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Vedere Wagner

di Luigi Raso

Juraj Valčuha dedica un programma a Richard Wagner e per i (troppo pochi) fortunati presenti è una serata da ricordare, che accresce il rimpianto per la conclusione del mandato come direttore musicale del maestro slovacco.

NAPOLI, 10 luglio 2022 - È dedicato integralmente a Richard Wagner l’ultimo concerto sinfonico diretto da Juraj Valčuha al Teatro San Carlo nella veste, prossima alla dismissione, di Direttore musicale; il maestro slovacco tuttavia tornerà al San Carlo per inaugurare la Stagione lirica 2022 - 2023 dirigendo Don Carlo, in scena dal prossimo 26 novembre.

Il programma di questa ultima serata sinfonica ricalca quasi integralmente (con le sole esclusioni dei due preludi da Lohengrin e della Siegfrieds Tod und Trauermarsch da Götterdämmerung) il programma del concerto diretto, nella stessa sala, il 18 novembre 1953, da Hermann Scherchen quasi settant'anni fa. E sono settanta anche gli anni che ci separano dalla prima edizione del Festival wagneriano di Ravello: Valčuha e l’Orchestra del San Carlo lo scorso 8 luglio hanno proposto, nella magnifica cornice della balconata sul mare di Villa Rufolo, la stessa scaletta di questa sera.

Ad aprire il concerto è il gioioso, trionfale e luminoso (è scritto nella tonalità di do maggiore) Preludio dell’atto I da Die Meistersinger von Nürnberg, concepito da Richard Wagner di getto, nel treno che da Venezia lo portava a Vienna, per effetto della suggestione del sentimento di rinascita spirituale germogliato dopo aver ammirato l’Assunta di Tiziano alle Gallerie dell’Accademia a Venezia, dov’era esposta nel 1861 (oggi è sull’altare maggiore della Basilica Santa Maria Gloriosa dei Frari, luogo per il quale è stata concepita da Tiziano). La spinta ascensionale e processionale, unita alla luminosità della rinascita, è presente nell’insieme dei temi che vengono presentati da Wagner in questo grandioso preludio, costruito con dotta e ilare sapienza contrappuntistica: ed è proprio nell’evidenziazione di questi aspetti che si concentra il focus della lettura di Valčuha. Si ascoltano e si vedono tutti i temi ben distinti, la straordinaria unitarietà della costruzione contrappuntistica di Wagner; ci si bea della bellezza e della spontaneità dei temi dell’opera che qui vengono presentati, sbalzati con una cura delle dinamiche approfondita e varia, in un’articolazione fluida e immediata. Il tono generale è improntato a solennità, ma si strizza l’occhio al sorriso (benché amaro), che domina l’opera più atipica e “meno wagneriana” del compositore di Lispia.

L’orchestra del Teatro San Carlo - in stato di grazia, precisa e compatta nel corso dell’intero concerto – si dimostra possente nelle sonorità; procede unita e fragorosa come un organo di una vasta basilica, rafforzata dal basso dell’armonia dal magnifico e poderoso basso tuba di Federico Bruschi che ha il compito di sostenere l’intero peso dell’edificio sonoro del brano. Ma in questo difficilissimo brano a meritare l’encomio sono tutte le sezioni orchestrali, perfette nell’assicurare la tenuta e l’amalgama del tutto, al quale conferiscono suono luminoso e intenso, proprio come richiede la partitura. Ottima la sezione dei contrabbassi, potente e precisa nel suono; e poi, come non lodare il lavoro magnifico dei tromboni, che dà smalto e lucentezza al preludio così come ai successivi brani in scaletta?

Dalla luminosità del preludio dell’atto I da Die Meistersinger von Nürnberg si passa al Preludio e Morte di Isotta da Tristan und Isolde, capolavoro affrontato da Juraj Valčuha nel 2020 al Teatro Comunale di Bologna (leggi la recensione): tanto vitalistico e luminoso era il Preludio ascoltato in precedenza, quanto cupe ed estenuate sono le due atmosfere che gravano sui due brani sinfonici - accostati dallo stesso Wagner per le esecuzioni concertistiche - che aprono e chiudono il Tristan. La lettura che ne dà Valčuha è improntata a una straziata rilassatezza, sin dal cromatismo esasperato del Preludio: si ascolta già in nuce quella che sarà la morte trasfigurata del finale. La tensione dei brani è stemperata in un fluire musicale a tratti denso nel quale sono stati sopiti gli ardori della passione erotica di Tristan e Isolde. Una lettura, quindi, di estrema suggestione, più cerebrale che passionale della tenzone tra Amore e Morte di cui i due amanti sono campo di battaglia.

Terso nei colori e placido nell’agogica, frastagliato nelle dinamiche e compatto nel suono procede Karfreitagszauber (Incantesimo del Venerdì Santo) da Parsifal: sul manto cangiante di colori e intensità degli archi si innesta la tarsia sonora dei legni e degli ottoni: l’effetto è acusticamente sorprendente e travolgente, pur nell’assenza di esteriorità e platealità. Il gesto di Valčuha si allarga, come ad indicare alla sua orchestra di far librare il soffio consolatorio di questa aerea musica.

Waldesrauschen (Mormorio della foresta) dall’opera Siegfried rende perfettamente la sensazioni di fresco arcano naturalistico che è la cifra del brano: ci si immerge in una natura panica, dominata dal gioco dei richiami che giungono a Siegfried. A meritare il plauso sono gli interventi solistici dei legni, tutti perfetti, ben cesellati, sostenuti dall’intera orchestra. Andrea Marotta all’oboe è così bravo che non fa percepire di essere stato letteralmente catapultato sul palco a causa dell’improvvisa indisposizione dei due oboi previsti. Bravo! Ma a rendere perfettamente atmosfera e colori del brano sinfonico contribuiscono l’ottimo flauto di Bernard Labiausse, il clarinetto di Luca Sartori, il primo violino di spalla di Gabriele Pieranunzi. Una pagina, Waldesrauschen, dipinta da Juraj Valčuha con pennello chirurgico, che sa ben mescolare le tonalità che la tavolozza orchestrale gli mette a disposizione.

L’ouverture da Tannhäuser è analiticamente suddivisa dalla concertazione di Valčuha: religioso e contrito è il tema del Coro dei pellegrini che la apre, voluttuoso e sfrenato quello successivo del Venusberg. Se la prima sezione dell’ouverture ha un andamento solenne, la seconda si abbandona a un passo orgiastico e sfrenato, dominato e frenato da venature di voluttuosità (intervento del primo violino di spalla). Il dualismo viene ricomposto nel grandioso e vittorioso finale, laddove ricompare trionfante il tema iniziale del Coro dei pellegrini, al quale Juraj Valčuha e l’orchestra conferiscono la giusta enfasi sonora ed emotiva. Come definire quest'esecuzione? Orchestra dallo scintillio abbacinante, precisa, dall’articolazione melodica variopinta, perfetto lavoro degli ottoni tutti (e merita un plauso convinto il primo trombone di Sergio Danini), così come dei legni, il cui clarinetto si staglia netto sull’incessante sussurro degli archi. È un successo trionfale quello che viene tributato al termine del concerto.

Quei pochi che c’erano in sala (mai come per questo concerto è da biasimare l’assenza di pubblico!) applaudono calorosamente e prolungatamente, dimostrando affetto sincero, soltanto velato dalla tristezza per la scadenza del mandato di direttore musicale, nei confronti di Juraj Valčuha e della meravigliosa Orchestra del San Carlo, compagine che concerto dopo concerto non fa che dimostrare sul campo la propria affidabilità, precisione e mostrare la bellezza dello smalto del suono italiano, morbido, penetrante e duttile. A tanto successo consegue come bis il folgorante e scintillante Preludio dell’atto III da Lohengrin, attaccato da Valčuha con impeto rapsodico. Chi c’era in sala applaude ancora, con evidente poca volontà di abbandonare la sala: e così Valčuha, d’accordo con l’orchestra e il primo violino, decide di “bissare il bis” con un’altra entusiastica e travolgente esecuzione del Preludio da Lohengrin ascoltato pochi minuti prima.

Una considerazione personale. Al termine di un concerto di tal pregio, per interesse interpretativo e livello esecutivo, aumenta il rimpianto per aver visto Juraj Valčuha cimentarsi solo una volta, nel corso degli anni trascorsi al San Carlo, con il teatro musicale di Richard Wagner: l’unico incontro infatti risale al maggio del 2019, con Die Walküre (qui la nostra recensione). Quanto sarebbe stato interessante ascoltare più drammi musicali di Wagner affidati alla sua bacchetta!


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