L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

La Luna e le bocce

di Roberta Pedrotti

Si chiude con un concerto all'aperto il primo Festival Toscanini a Parma: anche se la lettura di Fabio Luisi non si imprime indelebile nella memoria e l'amplificazione non favorisce l'ascolto, il bilancio della manifestazione è più che positivo e ben suggellato da una piazza illuminata dalla Luna.

PARMA, 12 luglio 2022 - Il Duomo di Parma, il Battistero, la piazza sono bellissimi. Di notte ancor di più, specie sotto la luna piena, con le sottile colonne delle logge che intrecciano ombre azzurrine. Qui, nella stessa giornata in cui si presenta la prossima stagione della Filarmonica, si conclude il Festival Toscanini, dopo un calendario fittissimo di rarità, concerti sinfonici, musica da camera, cabaret, opera, canto, pianoforte, incontri e convegni. Stasera, invece, si punta sulla città: va benissimo, per quanto riguarda il coinvolgimento del pubblico, che esaurisce i mille biglietti disponibili; va benissimo per il piacere di contemplare il Duomo serotino durante il concerto, ma anche per la visita stampa del pomeriggio al monastero benedettino di San Giovanni Evangelista con la splendida biblioteca fitta di iscrizioni in latino, greco ed ebraico, mappe, musica, simboli e tavole storiche. Andrebbe benissimo anche per la musica, che punta sul sicuro di uno dei più grandi e noti capolavori di tutti i tempi, un pezzo che sembra una garanzia di successo, anche se la sovraesposizione può essere un'arma a doppio taglio: la Nona di Beethoven funziona sempre, ma quanto è difficile fare davvero una Nona da ricordare?

Così gravata da una fama usurante, l'ultima sinfonia di Beethoven non è rivoluzionaria per modo di dire. Pensiamo a quest'ex bambino prodigio nato in una famiglia che sembra un manuale freudiano (o la sceneggiatura di un horror psicologico), dalla vita sentimentale disastrosa, che per crearsi una qualche forma di paternità rovina la vita a cognata e nipote, pensiamo a quest'uomo spesso scontroso, che vive nel caos fra traslochi continui, quest'uomo che ha seguito studi irregolari, ma è affascinato dall'illuminismo, dalla cultura, dai grandi ideali, che medita il suicidio quando la sordità minaccia il suo rapporto con la musica, forse l'unica fedele costante della sua vita. Quest'uomo, un giorno, pensa di inserire le voci nell'organico dell'orchestra, di fondere la musica alle parole anche là dove prima non erano previste: perché no? C'è l'opera, il Singspiel, il melologo, le cantate, l'oratorio: anche la sinfonia ha un testo, una drammaturgia, può avere un'espressione verbale. Perché no. Facile dirlo ora. Proviamo a catapultarci indietro di duecento anni e pensare a quanto l'arte contemporanea potesse essere scandalosa.

Allo scandalo e alla rivoluzione della Nona, invero, Fabio Luisi non sembra pensare molto. Non pare nelle sue corde, d'altra parte, mentre la propensione è più quella a evitare la retorica e far quadrare i conti all'aperto. Si direbbe la maledizione dell'eroe eponimo della manifestazione: Arturo Toscanini affermò che all'aperto si gioca solo a bocce? Bene, pur non essendo così assolutisti, anzi, nutrendo una certa qual simpatia per il propagarsi della musica negli spazi e fra i suoni urbani, era facile figurarsi il Maestro sogghignare “ve l'avevo detto” di fronte alle casse dell'amplificazione che appiattiscono colori e dinamiche. Così, si perdono un po' il respiro, i contrasti, l'incisività, sicché proprio l'antiretorica perseguita da Luisi gli si rivolta contro, per esempio, in un attacco del quarto movimento non certo perentorio e repentino come dovrebbe essere. Lo slancio, il fraseggio tendono a schiacciarsi e benché l'orchestra Toscanini suoni indubbiamente assai bene, all'altezza della sua fama, la tensione scema via via nel corso della serata.

Meritano comunque un plauso anche le voci della Camerata musicale di Parma preparata da Martino Faggiani e i quattro solisti: Adriana González e Marta Pluda, soprano e mezzosoprano, dimostrano che è possibile affrontare la sadica scrittura beethoveniana per le voci femminili – prive di interventi solistici ma iper sollecitate nella tessitura – senza troppa sofferenza; il tenore Julian Hubbard ed Eric Greene affrontano con sicurezza le loro parti. Se alla fine non si esplode negli applausi più fragorosi, non hanno certo nulla da rimproverarsi. Fra Luisi, Beethoven e la piazza non si è sviluppata la giusta reazione alchemica, ma la festa c'è stata e non è stato Il canto degli italiani in apertura a dircelo: è stata l'affluenza di mille persone alle quali si sono aggiunti altri dai balconi, dalle finestre, dalle strade limitrofe, è stato il bilancio del Festival, la prospettiva dei programmi futuri, la luna che accarezza il marmo dei palazzi, il legno e il metallo degli strumenti.


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