L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Traviata postuma: buon canto e avarie

di Irina Sorokina

Non convince e presenta anche troppi problemi tecnici la ripresa della Traviata andata in scena postuma con la firma di Franco Zeffirelli nel 2019. Note positive, viceversa, sul cast, con Nina Minasyan, Francesco Meli e Amartuvshin Enkhbat.

Verona, 15 luglio 2022 - Correva l’anno 2019 quando l’Arena di Verona e il suo pubblico internazionale vivevano un momento particolare, l’attesa del nuovo allestimento della Traviata, opera verdiana amatissima in tutto il mondo, affidato a Franco Zeffirelli, creatore di uno stile divenuto il marchio areniano. Il maître fiorentino era molto anziano, prossimo alla fine del suo cammino terreno: le attese per questa messa in scena furono tante, poche furono realizzate. La traviata areniana del 2019 non sorprese, ma deluse e pose le domande sul futuro per questo modo di intendere l’opera. Fu uno sforzo gigantesco per evitare ogni modernizzazione praticata ormai, con o senza successo, in ogni angolo del mondo: uno sforzo in stile kolossal, esageratamente complicato, affollato, lussuoso e colorato, basatosi sulle messe in scena precedenti e senza offrire alcuna novità (leggi la recensione: Verona, La traviata, 28/06/2019).

La ripresa attuale ha fornito esiti contradditori per quanto riguarda il lato teatrale della produzione. Già tre anni fa c’erano dei dubbi legittimi del fatto che lo spettacolo fosse stato realmente di Franco Zeffirelli e oggi si può essere sicuri della firma collettiva dei collaboratori del regista fiorentino. Alla prima sono stati evidenti le difficoltà del montaggio delle scenografie che hanno portato all’eccessiva durata dello spettacolo, e la situazione non è migliorata la sera del 15 luglio: in presenza del pubblico già seduto, le strisce del sipario continuavano a dondolare per aria senza voler obbedire ai tecnici e le barcacce laterali venivano spostate e poi rimesse a posto, senza parlare dell’assenza della gran parte delle scene originali comprese la imponenti scalinate. Ci è scappata pure una vera gaffe (da ridere? da piangere? la seconda ipotesi è più facile), esattamente alla fine di “Ah fors’è lui che l’anima” di Violetta e prima di “Sempre libera” c’è stato uno scoppio terrificante, da tapparsi le orecchie e il palcoscenico si è riempito di coriandoli luccicanti, previsti per la festa sontuosa nella casa di Flora, ma non in quella di Violetta.

Per quanto la regia (quasi sicuramente collettiva), non ha fornito delle idee originali. Si è assistito a banalità obsolete quali l’apparizione del corteo funebre con la partecipazione di un cavallo vero prima del Preludio e al passaggio delle maschere sul proscenio nel terzo atto. Nel secondo atto si è percepita l’assenza del chiaro disegno di regia, con una quantità faraonica di gente sul palco, tra coristi, ballerini e comparse in cui ognuno, forse, in buona fede, ha cercato di dare il proprio meglio, ma il risultato finale non è stato altro che un gran caos.

La terza recita della Traviata in Arena si è giovata di un buon cast, con tre protagonisti eccezionali che hanno agito in piena armonia l'uno con l’altro. Al debutto areniano, il giovane soprano armeno Nina Minasyan ha dipinto un ritratto di Violetta molto affascinante arrivando a toccare in profondità i cuori del pubblico. Dotata del physique du rôle perfetto e di una bella voce di soprano lirico leggero, ha disegnato una Violetta credibile e commovente. Il suo registro centrale non sufficientemente corposo per gli spazi areniani  è stato compensato bene da quell’acuto morbido e ben amministrato: in “Sempre libera” ha regalato agilità precise e un bellissimo, scintillante mi bemolle.

Possiamo dichiarare con prudenza “habemus Violetta”: insieme alle buone qualità d’interprete Minasyan possiede qualcosa di una bellezza particolare, trasparente; citando Drei Meister, Drei Welten: Brahms, Wagner, Verdi di Hans Gal, la distinguono anche classe, grazia e delicatezza, cose da non poco quando si parla di Violetta. L’interpretazione di Minasyan è andata rafforzandosi nel secondo atto e nel terzo, in cui la giovane cantante armena ha cantato e recitato con sempre maggior sicurezza e con sfumature più sottili. Il risultato sono stati applausi più che generosi a scena aperta.

Nel ruolo di Alfredo abbiamo trovato Francesco Meli in buona forma anche se già nei tempi della première del 2019 la sua voce dimostrava segni di usura. Alfredo è uno dei suoi cavalli di battaglia, tuttavia, e abbiamo notato con piacere l’approfondimento nel lavoro sul personaggio, dotato di molte sfumature soprattutto nel disegnare un giovane piuttosto ordinario e superficiale, ma dal buon cuore. Ha cantato un “De’ miei bollenti spiriti” da manuale, con sicurezza assoluta e linea vocale ammirevole, al pari con la cabaletta, dall’impeto coinvolgente. Un vero peccato per gli acuti forzati e uno semplicemente terribile che abbiano rovinato un po’ una prestazione vocale molto godibile.

Il posto dell’annunciato Igor Golovatenko è stato preso da Amartivshin Enkhbat, per la gioia dei numerosi ammiratori del baritono mongolo, le cui aspettative sono state largamente soddisfatte. Ha disegnato un Germont molto credibile, solido gentiluomo di campagna con un pizzico di rozzezza e con evidenti chiusure mentali ed è riuscito a trasmettere queste cose anche nell’andatura e nella gesticolazione: davvero un bravo attore, da mille volti. Ha deliziato, come sempre, con la voce solida, morbida e ben timbrata, cose a cui siamo abituati ormai, ma soprattutto per l’interpretazione intelligente e profonda.

Francesca Maionchi nel ruolo di Annina si è distinta particolarmente tra i comprimari, tutti di ottimo livello, esperti cantanti ed efficaci attori: Lilly Jørstead – Flora Bervoix, Carlo Bosi – Gastone di Letorièrs, Nicolò Ceriani – barone Douphol, Alessio Verna – marchese d’Obigny, Francesco Leone – dottor Grenvil, il ben noto Maz René Casotti – Giuseppe, Stefano Rinaldi Miliani – domestico/commissionario. Tra loro, gli artisti come Bosi, Ceriani, Verna sono un perno dell’Arena di Verona, presenti in più produzioni.

Le coreografie energiche e con un pizzico d’umorismo di Giuseppe Picone  hanno potuto contare su bravi interpreti quali Eleana Andreoudi, Alessandro Staiano. Il coro, sempre bravissimo, è stato preparato da Ulisse Trabacchin.

Marco Armiliato ha diretto con sicurezza e accuratezza i complessi areniani, nel Preludio ha deliziato con sonorità contrastanti, delicatissime nell’introduzione, calde e piene nel tema principale: non lo si poteva più incolpare dell’eccessiva prudenza e l'anonimato percepiti alla serata d’inaugurazione della stagione in corso. Per il resto sufficientemente comunicativa, nell’ambito della tradizione, ma nulla di più.

La terza recita della Traviata non ha goduto di una presenza folta del pubblico, ma quello presente si è dimostrato vivace e alla fine ha premiato con grandi appalusi tutti gli interpreti.


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