L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

El día de los muertos

di Luca Fialdini

Alle Terme di Caracalla una Carmen in equilibrio incerto tra un buon cast e un allestimento che desta perplessità

ROMA - Per la terza volta la suggestiva cornice delle Terme di Caracalla ospita la Carmen di Georges Bizet nell’ideazione scenica firmata Valentina Carrasco, dopo il debutto nel 2017, la prima ripresa nel 2018 e la seconda quest’anno a cura di Lorenzo Nencini. L’apparato scenografico, senz’altro imponente, è realizzato da Samal Blak e viene efficacemente integrato dal bel disegno luci di Peter van Praet (riprese da Valerio Tiberi) mentre sulla scena sfilano i costumi - coloratissimi e appariscenti - di Luis Carvalho: questi tre elementi concorrono alla realizzazione di una visione caratteristica ma condotta in modo impreciso in cui l’azione viene attualizzata e traslata al confine tra Stati Uniti e Messico.

Nelle note di regia Valentina Carrasco spiega accuratamente la propria scelta ed effettivamente delle buone motivazioni per accogliere questo cambiamento ci sono come la riproduzione di un tessuto sociale violento, ricco di disparità e limitazioni; la scelta di ritrarre Carmen come una messicana e Don José come uno soldato statunitense è un po’ scontata e forse fin troppo didascalica, ma comunque coerente con quel che si vuole mostrare. I problemi sono altri, due per la precisione. Innanzitutto l’ambientazione fa a pugni con il libretto perché durante el día de los muertos si parla dei bastioni di Siviglia e altre amenità iberiche, quindi resta l’interrogativo del perché volersi opporre necessariamente al testo che si sta lavorando, in secondo luogo la resa in epoca contemporanea e soprattutto a diverse migliaia di chilometri di distanza non è sfruttata in alcun modo: abbiamo José in divisa, un bucranio gigante, dei mariachi armati di sombrero e tutto il folklore del 2 novembre made in Mexico. E quindi? Cosa riesce ad aggiungere questo a una drammaturgia che dopo quasi centocinquant’anni conserva intatta la propria forza? La risposta è nulla, se non un po’ di confusione, ad esempio: la ragazzina vestita di bianco (palese apparizione simbolica) cosa significa? Ci si può ricamare sopra, ma lo spettacolo non fornisce un’effettiva chiave di lettura. Perché prendersi il disturbo di creare un’ideazione scenica così articolata se poi la regia è quella che ci si potrebbe attendere da una Carmen più che tradizionale? Se proprio si vuole un titolo ambientato in Messico si può sempre investire sul Montezuma di Vivaldi o - cosa buona e giusta - commissionare un’opera nuova basata sugli elementi che interessano. Ad aumentare la confusione un impiego che sa di horror vacui del Corpo di Ballo del Teatro dell’Opera di Roma che poteva tranquillamente essere chiamato in causa nei momenti richiesti o comunque ammessi dal libretto (e in Carmen non sono pochi!), invece lo spettatore si ritrova davanti a un caos visivo dove non si sa quale sia il punto dove la regia vuole che l’attenzione venga focalizzata. Il che è un peccato perché è palese che dietro questo allestimento esista uno sforzo produttivo importante e che ci siano delle idee, ma c’è goffaggine nella condotta delle parti.

La direzione di Jordi Bernàcer è adeguata e con qualche spezia particolarmente azzeccata, quello che manca è il supporto dell’Orchestra dell’Opera di Roma che si limita a un’esecuzione di routine, senza particolare anima (e a volte con parti inventate come divisioni a 3 inesistenti in partitura e l’incipit del solo di arpa dell’entr’acte, molto diverso da quello che Bizet aveva immaginato): nell’Habanera manca quel senso di sensuale leggerezza, nello stupendo schizzo sinfonico prima di «Holà, holà José», una delle più lucenti schegge di modernità mai partorite da Bizet, il terzo trombone quasi sovrasta gli archi, in generale si avverte che l’opera c’è ma è proposta in modo quasi grossolano. Poco efficace anche il Coro dell’Opera di Roma: tendente alla pesantezza e agli schiamazzi - le grida durante «Votre toast» si sopportano mal volentieri - rende davvero poca giustizia alla partitura.

Il cast si dimostra valido ma soprattutto efficace, a partire dai comprimari: buoni Arturo Espinosa (Morales) e Alessandro Della Morte (Zuniga), entrambi provenienti dal progetto “Fabbrica” Young Artist Program dell’Opera di Roma; Marcello Nardis e Michele Patti, che rispettivamente vestono i panni di Remendado e Dancario, si dimostrano particolarmente validi degli assiemi e in particolare nella lunga scena III del secondo atto assieme alle tre bohémienne. Anna Pennisi è una Mercedes più che valida, mentre la Frasquita di Daniela Cappiello - sostituta di Giulia Mazzola - per interiorizzazione del ruolo, spontaneità sulla scena e strumento vocale si conferma un’eccellenza.

Molto interessante il personaggio di Micaëla cui Mariangela Sicilia riesce a conferire, senza sforzi né forzature, un insolito spessore: fin troppe volte Micaëla viene resa sulla scena come una figura sbiadita, lo stereotipo del personaggio agreste poco interessante e con scarsa forza di volontà, mentre Sicilia estrae tutto il carattere puro e quasi indomito di una figura che meriterebbe più cautele. Da segnalare il bel notturno del terzo atto in cui il soprano fa sfoggio di bei colori che si riescono a intuire nonostante il disservizio dei microfoni.

Entrando nel trio dei personaggi principali, non si può non iniziare da Escamillo: Luca Micheletti è un toreador di altissima levatura, dove la componente attoriale e quella vocale si equivalgono come raramente capita di incontrare. In Micheletti lo strumento vocale è davvero generoso ma la vera nota di pregio è l’eccellente controllo unito a un timbro morbido e rotondo; da sottolineare l’attenzione nel conferire a ogni parola il giusto peso e la perizia nel fraseggio. Il ruolo di Escamillo gli è senz’altro congeniale anche per le varie tipologie di canto che rende necessarie: Micheletti si muove con grande disinvoltura dalla contenuta eccitazione della Chanson du toreador al furioso duello con José dove lascia la propria voce libera di esprimere la propria potenza (ma sempre cum grano salis), al seducente fuoriscena del terzo atto sino alla toccante «Si tu m’aimes Carmen».

Saimir Pirgu si distingue immediatamente per un timbro limpido ma al contempo tutt’altro che esile, ben appoggiato, solido nei centri e luminoso nel registro acuto (en passant, quasi invisibile il passaggio tra un registro e l’altro). Anche in questo caso di fa apprezzare il fraseggio ben cesellato, impreziosito da portamenti ben eseguiti e da squilli argentei e rotondi, il tutto ben sorretto da una recitazione che si fa apprezzare in special modo negli slanci patetici o nei momenti strettamente meditativi come il duetto «Je vais danser en votre honneur» e la conseguente Aria del fiore.

Veronica Simeoni coglie in pieno il personaggio di Carmen e riesce a tratteggiarne un ritratto che veramente arriva puro e diretto al pubblico: selvaggia, libera, indomita e indomabile, seducente, crudele, la sua Carmencita serba intatti e inalterati tutti i tratti che la rendono tanto affascinante, comprese la sua coerenza e il suo essere sempre fedele a sé stessa anche se questo la conduce alla rovina, come un personaggio di Eschilo. Drammaticità, sensualità, libertà sono un tutt’uno nel timbro piacevolmente umbratile (anche se ogni tanto si vorrebbe l’acceleratore a tavoletta, ad esempio nella Chanson bohème), Simeoni si presenta particolarmente versatile nei duetti - memorabili quelli con José ed Escamillo - e nelle varie formazioni, mentre nei momenti solisti riesce a mantenere viva l’attenzione su di sé con pochissimi gesti, come la lenta ed efficacissima scena di seduzione giocata a metà tra uno strip-tease e una scena quotidiana dove per tutto il tempo non si può che restare in silenzio ad ammirare, con il fiato sospeso.


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