L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Posto d'onore per il centone

di Roberta Pedrotti

Eduardo e Cristina debutta finalmente al Rossini Opera Festival e inaugura il cartellone 2023 nell'edizione critica di Andrea Malnati e Alice Tavilla. Sul podio Jader Bignamini, in scena il debutto di Anastasia Bartoli, il ritorno di Enea Scala e Daniela Barcellona. Regia, scene, costumi, luci e coreografie sono di Stefano Poda.

PESARO, 11 agosto 2023 - Fino a qualche anno fa, di Eduardo e Cristina si parlava poco, o per nulla, quasi fosse un parente scomodo che si preferisce non nominare e men che meno invitare per le feste. Lo si definiva “centone” con un certo sdegno e, di conseguenza, gli si negava il pieno diritto ad ambire al palcoscenico del Festival o ai sacri tomi marroni della Fondazione. Poi, per fortuna, le cose sono cambiate: nonostante qualcuno usi ancora la parola filologia come sinonimo di arido, inflessibile rigore, essa è scienza dialettica che può rinnovare nel tempo i suoi principi, oltre che scoprire nuove fonti e documenti. Insomma, ci si è accorti che Eduardo e Cristina può essere interessante perché più si conosce l'opera di Rossini – e non solo la sua – più ci si rende conto che non è l'originalità del materiale musicale a essere determinante, ma come quel materiale è concepito e utilizzato. E, quindi, si comprende che non si tratta di riciclo o, peggio, di pigrizia. Di fretta magari sì, perché fra la fine del 1818 e i primi mesi del 1819 il Pesarese scrive davvero moltissimo: cantate celebrative, Mosé in Egitto, Ricciardo e Zoraide, Ermione per Napoli e, appunto, Eduardo e Cristina a Venezia. Seguiranno, sempre nel '19, La donna del lago e Bianca e Falliero. Non solo l'appuntamento veneziano a strettissimo giro impone di ottimizzare i tempi ricorrendo a musica nota finora solo a Napoli, non solo l'adattamento di un libretto preesistente di Schmidt utilizzato da Stefano Pavesi (Odoardo e Cristina) suggerisce di prendere in prestito una o due arie del collega e amico (sicuramente quella di Giacomo, forse quella di Atlei), ma anche, semplicemente, molti temi sono riscritti a memoria, riecheggiano nella nuova stesura come riecheggiavano nella mente del compositore. Sono, insomma, parte di un linguaggio che si adatta a situazioni, personaggi, organici orchestrali, metri poetici e ci dicono talvolta qualcosa in più di quanto si sia portati a immaginare: Cristina, per esempio, nel libretto sembra la classica fanciulla perseguitata, sposa e madre devota ma disobbediente alla volontà paterna e vittima della sua ira. Tuttavia, il fatto che così spesso intoni musica già destinata alla ferocissima e fiera Ermione conferisce alla sua virtuosa fermezza un tratto battagliero ben superiore a quanto enuncerebbero trama e versi.

In generale, quest'opera ci immerge nel metodo di lavoro di Rossini, nel suo modo di trattare la musica (e ce n'è anche di nuova e sfocerà, per esempio, nella Donna del lago o nel Comte Ory), di non preoccuparsi tanto dell'unicità e univocità, quanto della funzionalità e polisemia del tema. Entriamo in stretto contatto con la sua tecnica di scrittura, riscrittura, assemblaggio; addirittura, e non è cosa da poco, percepiamo come differenze stilistiche al nostro orecchio assai significative non abbiano quasi peso e permettano di affiancare complesse e avanzate pagine napoletane (su tutte, quelle da Ermione) ad altre che normalmente ci appaiono più schematiche e meno innovative (quelle da Adelaide di Borgogna). È chiaro che per Rossini il pubblico veneziano non avrebbe sofferto uno scarto al nostro orecchio tanto netto da rischiare di farci sembrare fiacchi dei numeri rispetto ad altri più elettrizzanti; tanto meno, non sembra un problema ritagliare pagine assai articolate per inquadrarle nello schema un po' antiquato di una sequenza di arie. Insomma, convivono in maniera quasi spiazzante tendenze che definiremmo facilmente opposte, conservative, se non retrograde, e innovative. E siamo, dunque, costretti a rivedere la nostra abitudine a pensare per categorie.

Certo, poi, tutte queste considerazioni devono confrontarsi con la pratica teatrale per far sì che un'opera come Eduardo e Cristina regga alla prova del palcoscenico. La vocazione prima del Festival – non va mai dimenticato – era proprio quella di laboratorio musicologico applicato al teatro. Se guardiamo al risultato di pubblico, con gli applausi scroscianti già dopo il primo atto e assai convinti al termine, la serata inaugurale è stata un successo e ha promosso il “centone” a lungo reietto. Se guardiamo al dettaglio, bisogna lodare in primo luogo la dedizione, la convinzione con cui Jader Bignamini si consacra alla causa di Eduardo e Cristina. Coerentemente con il clima di guerra perenne (e reale: in corso d'opera la Svezia vince contro i russi, subisce la loro riscossa, torna infine a imporsi) e le tensioni psicologiche in campo, imposta colori corruschi, marziali, dinamiche vigorose. Non risulta, tuttavia, monocorde: il meccanismo straniante di alcuni pezzi concertati ha il giusto pizzico di sarcasmo, la pagine più intime si dipanano con sentita intensità. L'orchestra Rai è sostegno fondamentale per dar vita a una scrittura ricca e rischiosa, specie per fiati e percussioni (che comprendono anche cappello cinese e il “tamburlan”, sorta di grande tamburo militare); nondimeno si apprezza che per i recitativi secchi si sia affiancato al fortepiano dell'esperto Giulio Zappa il violoncello di Jacopo Muratori: la filologia conferma la coerenza teatrale di un accompagnamento più vario, fluido e consequenziale con i numeri orchestrali. Il coro del Ventidio Basso preparato da Giovanni Farina mostra encomiabile impegno, per quanto accanto all'Orchestra Rai ci piacerebbe sentire anche le parti corali affidate a una compagine di livello simile.

Il parterre dei solisti è, nondimeno, interessante. Il personaggio più controverso, rispetto ai due protagonisti eponimi fedeli, teneri ed eroici, è senz'altro Re Carlo, che manda a morte la figlia nel momento in cui scopre che si è sposata in segreto ed è madre, pone la ragion di stato sopra ogni cosa, ma anche in questo pare umorale, nevrotico, fragile e iracondo. Enea Scala, con il suo timbro particolarissimo, sa essere autorevole, coniugare la regalità con la tirannia e le ombre del suo personaggio. La resa spavalda delle pagine meglio note nell'intonazione di Pirro in Ermione mettono, dopo l'Otello dello scorso anno, un'ulteriore ipoteca su future parti baritenorili a Pesaro e in altri siti.

La coppia amorosa è tanto omogenea per la statura fisica, quanto complementare nell'arte. Daniela Barcellona ha debuttato al Rof nel 1996 con piccole parti per rivelarsi come Tancredi nel '99; la sua ultima opera in forma scenica a Pesaro è stata nel 2011 Adelaide di Borgogna, seguita nel '12 da un Tancredi in concerto e nel '18 dalla Petite Messe Solennelle. Beniamina del pubblico del Festival, affezionatissima lei stessa, a lungo assente: nel suo ritorno c'è festa e c'è commozione. In ogni sua nota si percepiscono l'amore e la partecipazione per questo repertorio; il suo è un Eduardo fiero e trepido, l'artista si presenta in ottima forma e poco importa se qua e là l'estremo registro grave risulta meno presente o se qualche suono è meno brillante di un tempo. Il suo canto trabocca di trasporto sincero e immenso affetto per Rossini e il suo pubblico.

Anastasia Bartoli, invece, al Rof debutta proprio quest'anno, con questa prima esecuzione italiana e prima assoluta dell'edizione critica. Non è un'habituée di Rossini, del quale si può dire abbia frequentato solo lo Stabat Mater. Sarebbe, però, una buona idea proseguire su questa strada perché il temperamento è forte, il colore interessante, l'estensione lascia intuire buone potenzialità anche nei ruoli Colbran, il peso vocale giusto per il dramma e la tragedia. C'è da perfezionare il controllo dell'emissione, specie in acuto, la coloratura e lo stile possono essere meglio padroneggiati con una maggior consuetudine, ma senz'altro questa fiera Cristina non passa inosservata e merita attenzione anche in prospettiva futura.

Grigory Shkarupa è un Giacomo – il principe che Re Carlo vorrebbe come genero – dalla bellissima voce di basso e dalla linea di canto ben sorvegliata. L'aria di Atlei, amico e alleato di Eduardo, è un ostico banco di prova con le sue esigenze di estensione e forza, in cui si sentono scalpitare le origini belcantiste accanto alle nuove tendenze liriche del tenore Matteo Roma.

Infine, c'è la regia di Stefano Poda, quest'anno assai impegnato fra Festival e Fondazioni, spettacoli all'aperto e al chiuso, titoli rarissimi o arcinoti. In realtà, il suo stile di spettacolo si potrebbe più definire istallazione, concetto d'arti visive associate alla musica, che non regia in senso stretto. Di fatto, ciò che si è detto delle varie caratterizzazioni afferisce sostanzialmente al canto, mentre l'azione è immersa nel consueto contesto onirico anti realistico popolato da un continuo movimento di mimi, figuranti e tersicorei (un plauso al bravissimo e strapazzatissimo bambino che interpreta il figlioletto), in una scatola scenica di moduli scultorei bianchi e strutture metalliche, tutto in bianco e nero con la sola eccezione di mantelli iridescenti per i personaggi principali. Una cifra estetica immediatamente riconoscibile, diremmo anche ripetitiva, ossessiva, benché tecnicamente ben curata e realizzata. Quanto poi questo si possa definire teatro musicale, se questa astrazione (già buona per Thaïs e La forza del destino, Aida e Turandot) serva all'opera o sia altro è un interrogativo che può restare aperto. Poda afferma, con argomenti anche suggestivi, di opporsi alla “malattia del realismo”, ma, posto che l'opera è di per sé il massimo dell'irreale (gente che canta invece di parlare...), siamo certi che l'alternativa all'eccesso di realismo pleonastico sia un'immagine pressoché avulsa dalla drammaturgia? Siamo certi che questo codice visivo serva alla causa di un'opera come Eduardo e Cristina e non ne eluda, piuttosto i problemi? Ci permettiamo qualche dubbio, e ci permettiamo anche di annoiarci un pochettino quando il brulicare indefesso di figure umane seminude più che evocare sentimenti ci sembra scongiurare un horror vacui. Ma, fatta salva una blanda divisione di fazioni alle uscite finali, il problema in realtà non sembra turbare molto il pubblico che festeggia il ritorno in scena di Eduardo e Cristina. Dunque, diamo il benvenuto al “centone” ammesso al pranzo di famiglia: ne ha di cose da raccontare!


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