L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Mozart a Verona

di Mario Tedeschi Turco

Louis Lortie è protagonista di un programma tutto mozartiano con I virtuosi italiani diretti da Alberto Martini al Teatro Ristori.

VERONA 18 gennaio 2024 - Ha aperto con un programma interamente dedicato a Mozart la stagione concertistica dei Virtuosi Italiani diretti da Alberto Martini al Teatro Ristori di Verona. Il concerto, inserito nel cartellone “Mozart a Verona” – una specie di aggregazione di eventi vari organizzati da diverse istituzioni cittadine del mese di gennaio, per celebrare la visita nella città del Salisburghese tra il dicembre 1769 e il gennaio 1770, che quest’anno comprende concerti sinfonici e da camera, presentazioni di libri, nonché Il flauto magico della Fondazione Arena al Filarmonico e un Don Giovanni al Ristori, in forma semi scenica curata da Gianmaria Aliverta – vedeva la partecipazione come direttore e solista di Louis Lortie, con il Rondò per pianoforte e orchestra K. 382 e i due concerti K. 466 e K. 488.

Programma di cospicuo impegno, come si vede, ma di concetto oltremodo interessante e appagante, quale immersione totale nell’arte mozartiana nell’ambito strumentale più congeniale alla sua scrittura drammatica assoluta, all’ineffabile sua qualità figurale e gestuale messa in testo attraverso le linee della dimensione armonica e contrappuntistica, i timbri e i motivi diversi degli strumenti a suggerire dialoghi astratti in linee di rilascio e accumulo tensivo, di slancio lirico, di energia propulsiva. L’esecuzione nel suo complesso tecnico è stata molto soddisfacente: l’ensemble dei Virtuosi è apparso compatto, preciso, con una propensione per il suono tagliente nel detaché e nel portato, opportunamente lontano da opulenze di vibrati e legati di scuola tardo romantica; il rapporto tra archi (1+5-5-4-3-2) e fiati (notevoli il flauto di Paola Bonora e il volume controllato al millesimo degli ottoni) è risultato equilibrato con il giusto rilievo fonico assertivo dei legni, cosa che a volte sfugge nelle esecuzioni sia cameristiche che con grande orchestra. Il magistero di Lortie ha apportato poi un grado di originalità da rilevare, che è consistito soprattutto nel rubato offerto nel K. 466, già di per sé scritto secondo un principio di oscillazione ritmica sincopata di modernissima concezione: e appunto tale concetto costruttivo generale specie del primo movimento Lortie ha inteso sottolineare con scarti ripetuti, rallentando/accelerando, micro pause colme di trepidante attesa. Il sismografo estremamente variegato dal punto di vista degli impulsi ritmici ha restituito un’immagine mozartiana nervosa e inquieta pur nel controllo classico dei pesi e dei volumi, così che lo scontro dialettico tra individuo e mondo è rimasto giustamente nell’ambito espressivo tipico del periodo, senza forzature sentimentali o tragiche, bensì insinuante, allusivo, poeticamente ambiguo. Una grande riuscita.

Con il K. 488 il pianismo di Lortie, al mutare della stimmung complessiva, è diventato più disteso, alla ricerca di un’eloquenza lirica che diresti da romance, ancora con un fraseggio sovranamente libero, specie negli attacchi solistici del secondo e terzo movimento. I serrati dialoghi con flauto e clarinetto nel passaggio in la maggiore dell’Adagio, il lento dissolversi del mélos in pianissimo di quel movimento, il vento robusto ma rinfrescante dell’episodio centrale dell’Allegro assai in fa diesis sono solo degli esempi possibili della massima eloquenza ottenuta da Lortie con i Virtuosi, all’insegna della cantabilità, della consapevolezza stilistica, di un desiderio narrativo organico che traduca i segni della partitura in concretezza espressiva della forma in quanto tale, senza alcun bisogno di forzarne i confini strutturali. In questo senso, la sequenza di sei variazioni del Rondò K. 382 con cui si è aperto il concerto, messa in forma con brio, velocità pur controllata, consapevolezza del carattere individuale di ciascun segmento, può essere presa ad esempio di un pianismo di alta originalità privo tuttavia di superfetazioni o, peggio, arbitrio, e che invece sa orientare in modo sottile l’impianto di ripetizione in metamorfosi, rimanendo con rigore all’interno dell’architettura notata con logica di pensiero ma anche con libertà nella proposta di intermittenze ritmiche, brevissimi respiri, allargamento di pause.

Primo bis con la Fantasia in re minore, sempre di Mozart, in cui ancora una volta è parso mirabile il tactus franto e tesissimo ottenuto da Lortie, reminiscente del medesimo taglio interpretativo offerto nel K. 466; secondo bis con la replica del movimento lento del K. 488, entrambi salutati da vivissimi consensi del numeroso pubblico intervenuto.


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