L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Alla ricerca della fiera

di Luigi Raso

Asmik Grigorian torna al Teatro di San Carlo per un recital in crescendo da Puccini a Strauss; interlocutoria la prova di Dan Ettinger al suo ultimo appuntamento come direttore musicale.

NAPOLI, 18 novembre 2025 - Asmik Grigorian torna al Teatro di San Carlo. A un anno esatto dalla sua magnetica Rusalka (la recensione) e dal raffinatissimo recital (la recensione) che avevano infiammato il pubblico napoletano, il soprano lituano di origine armena, recentemente premiato come Female singer of the year 2025 agli International Opera Awards, riabbraccia la sala che l’ha eletta a sua beniamina.

A guidare la serata è Dan Ettinger, alla sua ultima uscita da direttore musicale del Massimo napoletano (lo ritroveremo come ospite nella prossima stagione), per inaugurare la stagione sinfonica 2025-2026, più che programmaticamente intitolata Be luminous.

Ed è subito trionfo luminoso e senza riserve per Asmik Grigorian, festeggiata da prolungate e calorose acclamazioni che la inducono a regalare, pur dopo un programma impegnativo, che si snoda tra Puccini, Verdi e Richard Strauss, e ben due encore.

L'apertura del concerto è affidata alla bacchetta di Dan Ettinger e all’Orchestra del Teatro San Carlo: il solenne e gioioso preludio all’atto I da Die Meistersinger von Nürnberg di Richard Wagner suscita immediatamente ben più di qualche perplessità per alcune imprecisioni e la tenuta d’insieme e nel condurre le linee contrappuntistiche, per la gestione problematica dei piani sonori tra le sezioni orchestrali, per scelte agogiche (nella sezione finale, stupisce la scelta di allargare notevolmente il tempo, laddove Wagner in partitura prescrive, riferendosi alla dinamica, esclusivamente marcato): è un Vorspiel anodino nelle scelte interpretative, privo di nerbo, greve nel passo e, ancor più, nella resa sonora.

A voler intendere il programma come un’esplorazione della musica europea tra la seconda metà dell’Ottocento e i primi anni del Novecento, la rivoluzionaria lezione di Richard Wagner è stata declinata da Giacomo Puccini e Richard Strauss secondo i rispettivi humi culturali e ascendenze musicali: con le obiettive peculiarità, il compositore di Lucca e quello di Monaco di Baviera, tra i più grandi uomini di teatro del periodo a cavallo tra XIX e XX secolo, hanno elaborato e interiorizzato le innovazioni musicali e strumentali wagneriane. E il programma di stasera, tanto per i brani canori, quanto per quelli puramente strumentali, costituisce occasione per riflettere sui nessi e sulle trame della musica europea di quel periodo, sulla figura di Giacomo Puccini quale musicista tout court europeo, primus inter pares al fianco di Strauss, Ravel, Berg, Janáček, come ha dimostrato il compianto Michele Girardi.

Dall’ouverture di Wagner si approda a “Un bel dì vedremo..” da Madama Butterfly di Puccini.

Per questo, come per i successivi brani interpretati da Asmik Grigrorian, artista completa ed eccelsa per musicalità, mezzi vocali, intensità interpretativa, dominio tecnico, è necessario un breve preambolo: al di fuori del suo liquido amniotico del palcoscenico, privata del suo debordante e magnetico carisma dell’attrice, la Grigorian perde una considerevole porzione del suo smisurato valore. È questa una percezione riscontrata da chi scrive anche in occasione di precedenti ascolti esclusivamente concertistici: la sola cantante Grigorian, scissa dalla componente d’attrice, priva di quelle graffianti zampate da autentica felina da palcoscenico che ipnotizzano al suo solo apparire in scena, convince e ammalia a poco a poco.

Il suo “Un bel dì vedremo” stasera è corretto, molto ben cantato, soprattutto nella gestione dei lunghi fiati – da manuale! – tuttavia non ha quel fremito e non emana quel carisma che riflettono le sue interpretazioni teatrali. La vocalità - si nota e si noterà anche nella successiva “Sola, perduta, abbandonata” da Manon Lescaut - soffre di qualche asprezza di troppo e uniformità nell’emissione, un po’ distante dal fluido e vario, nelle increspature musicali ed emotive, fluire melodico e psicologico pucciniano.

Non è aiutata, va detto, dall’accompagnamento di Dan Ettinger, il quale denota una gestione problematica e incerta dell’equilibrio tra orchestra e solista: i volumi strumentali sono tendenzialmente ispessiti così tanto da mettere in difficoltà perfino una vocalità dal grosso calibro qual è quella della Grigorian.

L’Intermezzo da Manon Lescaut è uno di quei brani pucciniani che, come aveva già mirabilmente rivelato l’insuperabile incisione di Giuseppe Sinopoli, testimonia a pieno titolo l’appartenenza di Puccini alla grande musica europea. Dan Ettinger e l’Orchestra del San Carlo collocano il brano in una temperie pienamente novecentesca, ricca di ombre e tensioni: la rilevanza che la concertazione conferisce alla sezione degli ottoni è, per predominanza e incisività, quasi “alla Richard Strauss”. La compagine orchestrale qui si dimostra attenta, disciplinata, dal suono corposo; il fraseggio scolpito di Dan Ettinger, poi, conferisce al brano una suggestiva patina di attesa e melanconia. Sugli scudi gli interventi delle prime parti, in particolare il violoncello di Pierluigi Sanarica e la viola di Francesco Mariani.

È con “Sola, perduta, abbandonata” che Asmik Grigorian spicca il volo e prende quota: dopo l’interlocutorio e non del tutto a fuoco “Un bel dì vedremo..”, malgrado qualche opacità del registro grave, la disperata esclamazione (“Tutto è finito!”) “poco cantata” e un’idiomaticità indubbiamente perfettibile, l’artista si cala nei panni della disperata Manon indagando, grazie a una vasta gamma di sfumature, le pieghe della psicologia della giovane destinata a morire in una landa desolata e deserta.

Tra Puccini e Strauss, un’incursione verdiana dedicata a Macbeth.

Dopo un Preludio all’atto I alquanto bolso nei tempi, è la Grigorian a mandare in delirio il pubblico del San Carlo con una travolgente interpretazione di “Vieni t'affretta” - inspiegabilmente privata della lettura della lettera “Nel dì della vittoria le incontrai..” - e della cabaletta “Or tutti, sorgete”. È una Lady Macbeth sottilmente perfida: l’ampiezza e il timbro vocale, il registro acuto saldo e acuminato, le sottigliezze dinamiche, le sfumature del fraseggio imprimono al concerto la prima e profonda zampata ferina. Nel finale della cabaletta Grigorian sale attraverso le insidiose quartine di semicrome (abbastanza sgranate) all’acuto con determinazione luciferina.

Una roboante e magniloquente “Danza dei sette veli” da Salome di Richard Strauss apre la seconda parte del concerto, dove si apprezzano l’ampiezza e la tornitura del suono orchestrale, la ampia gamma dinamica, che però Ettinger sollecita nelle regioni del fortissimo, la buona tenuta d’insieme.

Segue la scena finale dell’opera, “Ah! du woltest mich nicht deinen Mund küssen lassen”: qui la Grigorian, nonostante l’orchestra del San Carlo prodiga di sbavature e dal suono eccessivamente turgido - che Ettinger, nel più evidente esempio di squilibrio timbrico della serata, sembra quasi scagliarle contro - riesce a imporsi con accenti mordenti, inflessioni velenose, declamati scolpiti, affondi luminosi nel registro acuto, alleggerimenti d’emissione magistralmente calibrati. Il fraseggio si fa lama, il suono carne. L’interprete scava e affonda il suo istinto in ogni singola parola, in ciascuna nota: è un’analisi così profonda e intesa da condurre a un’immedesimazione tra Salome e Grigorian.

L’esecuzione si scioglie in un fragorosissimo applauso liberatorio, una reverenza verso un’artista capace di leggere nel profondo e tra le righe della psicologia di Salome.

È un autentico trionfo per Asmik Grigorian, la quale dopo una programma così vario e impegnativo concede ben due bis, nel segno di Strauss e Puccini.

Il primo, il soffuso e sussurrato Lied Morgen del compositore tedesco - accompagnato dal morbido e vellutato suono del violino di Gabriele Pieranunzi e dal calibrato ed etereo accompagnamento orchestrale: il Lied, per chi scrive, rappresenta, nel suo equilibrio esecutivo, il vertice qualitativo del concerto. In Morgen si stenta a riconosce, tanto è a fior di labbro l’emissione, sinuosa e volteggiante la linea di canto, in Asmik Grigorian la stessa interprete che soltanto pochi minuti prima ha affrontato con impeto ferino la scena finale da Salome: una magistrale testimonianza di versatilità stilistica per un’artista che possiede il crisma della straordinarietà.

In ultimo, una toccante interpretazione di “O mio babbino caro” da Gianni Schicchi: il timbro indubbiamente non ha la luminosa freschezza di quello che si associa al personaggio di Lauretta, ma la proiezione dei pianissimi, la gestione dei fiati, le sottigliezze dinamiche, il lavoro di cesello sui propri ragguardevoli mezzi vocali restituiscono le inquietudini della ragazza.

Al termine, il concerto inaugurale della stagione sinfonica è accolto da applausi calorosi per Dan Ettinger e l’orchestra del San Carlo, le sue prime parti; lunghe ovazioni per Asmik Grigorian.


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