L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

L’idolo della perfezione

 di Stefano Ceccarelli

L’Accademia Nazionale di Santa Cecilia ospita un concerto, diretto da Daniel Harding, che vede il debutto nei suoi cartelloni di Yunchan Lim, talento del pianismo mondiale. Si inizia con l’ouverture da Les vêpres siciliennes, per proseguire con il Concerto in sol maggiore di Maurice Ravel (con solista, appunto, Lim) e, per concludere, con la Sinfonia n. 2 in mi minore op. 27 di Sergej Rachmaninov.

ROMA, 14 novembre 2025 – I debutti importanti portano sempre con loro una certa attesa e certo non si può dire che il pubblico romano non attendesse con curiosità Yunchan Lim, uno degli astri nascenti del panorama pianistico contemporaneo. Sul podio l’attuale direttore stabile dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, Daniel Harding, che appresta un programma accattivante, anche se in sé poco coeso.

Si inizia, infatti, con l’ouverture da Les vêpres siciliennes di Verdi. Daniel Harding approccia la partitura con la massima attenzione al colore. Nel Largo iniziale largheggia molto, diciamo, forse troppo (ma è questione di gusti); il contrasto con l’Allegro agitato è assicurato ed il tema, espressivo, caldo, amoroso, viene contenuto nel volume, quasi carezzato dagli archi, con l’effetto di contrastare vistosamente con la progressione dello sviluppo (il crescendo riesce bene). Harding dà spazio alle bellezze sonore di una tavolozza pensata per un pubblico d’oltralpe, francese, dai gusti decisamente più raffinati, che Verdi doveva compiacere. Tutto considerato, l’ouverture non può che dirsi riuscita, benché manchi di verve – si pensi, per esempio, alla lettura che di questo brano diede Muti. Il primo tempo prosegue, dopo questo ‘antipasto’, con l’esecuzione del Concerto in sol maggiore di Ravel: fa il suo ingresso il pianista ospite, Yunchan Lim. Non si può negare che sia stata un’esecuzione straordinaria sotto molti punti di vista: l’intesa fra Harding e l’interprete, del resto, si traduce in una grammatura sonora splendida. Il movimento centrale, l’Adagio assai, stupisce ed è il migliore, grazie alla straordinaria qualità del suono prodotto da Lim. Il coreano, infatti, rappresenta la punta di diamante del contemporaneo pianismo: pulizia estrema, tecnica impeccabile, gusto acquatico del suono. Lim è dotato in copiosa quantità di questi talenti: la scrittura pianistica raveliana è tradotta in un suono fluido, acquatico, sgranato, idealizzato. Ma c’è un ‘però’: Lim conosce una tavolozza di colori un po’ monocorde, che evita il percussionismo più selvaggio, evita l’abbandonarsi, anche muscolare, dell’interprete ai passaggi più dionisiaci – lo si è notato nell’esecuzione del III movimento, il Presto, dove tali caratteristiche sono esangui, benché permanga intatta un’ottima musicalità. Il I movimento (Allegramente), invece, permette all’interprete di mostrare sia la sua musicalità che la versatilità nelle cromature della tastiera, raggiungendo un’intesa magnifica con l’orchestra, mercé una studiata conduzione di Harding, direi eccellente per tutto il concerto. Ancora, val bene ripetere, è l’ipnotico Adagio a catalizzare maggiormente l’attenzione in questa esecuzione, grazie alla sua astratta sospensione sonora, che permette al tocco di Lim di imperlarsi dolcemente (si pensi al trillo, in filato, conclusivo). Quant’è lontana, però, l’idea sonora di Lim da, non so, Arturo Benedetti Michelangeli o Leonard Bernstein, che lessero con peso più consistente la parte del Concerto in sol. Gli applausi invadono la sala e Lim concede un bis, una delicata versione pianistica de Les feuilles mortes di Yves Montand. Alla fine dell’esecuzione rimane l’impressione che il gusto pianistico contemporaneo stia venerando un unico idolo: la perfezione sonora, che non è certo scevra di artificiosità. Tale idolo, del resto, è figlio anche della più generale cultura contemporanea, in cui la riproducibilità ad libitum assuefà la cultura sonora ad un’ideale di uniforme, incolore perfezione.

Il secondo tempo presenta una magistrale esecuzione della Seconda di Rachmaninov, nella versione originale, senza tagli, che è stata ritrovata in un autografo emerso nel 2004. Harding è particolarmente ispirato, spaginando dinamiche, colori, come meglio non si potrebbe; il controllo delle sezioni è ottimale, il cesello dei passaggi dello sviluppo ammirevole. Il risultato lo si nota già dal mirabile I movimento, il Largo-Allegro moderato, che presenta esplosioni floreali del tema principale, vagamente malinconico, molto čajkovskijano – splendido il contrasto con il tema drammatico, nello sviluppo, che dimostra come Čajkovskij costituisca pure il modello strutturale di questa sinfonia. Nell’Allegro molto (II) Harding risolve ottimamente il contrasto fra il galoppante tema d’attacco (le dinamiche sono perfette) e quello del trio, intonato dagli archi con un suono spesso, all’unisono; deliziosa, peraltro, la conclusione, quasi ex abrupto. L’Adagio è coloratissimo, romantico, intenso. Harding verticalizza il cantabile, caldo tema principale, lavorando con il vapore orchestrale, dei legni soprattutto: il suono, assolutamente magnifico. Si chiude con l’Allegro vivace, frutto di una conduzione altrettanto vivace, ma mai sfrenata: il risultato è espressivo ed esalta un certo qual carattere straussiano, lievemente ironico, che colora quest’ultimo movimento. Gli applausi sono fragorosi, meritatissimi.

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