Un’auto, un bandito e un repubblicano
L’Accademia Nazionale di Santa Cecilia ospita il celebre compositore americano John Adams in un riuscito concerto dal sapore interamente americano: si inizia con la sua Short Ride in a fast Machine, per proseguire con la suite dal balletto Billy the Kid di Aaron Copland e chiudere con un’antologia di scene dall’opera Nixon in China, capolavoro di Adams, in forma di concerto.
ROMA, 8 novembre 2025 – Gli amanti della musica classica si saranno spesso chiesti che tipo di esperienza sarebbe poter ascoltare, per esempio, Beethoven dirigere la sua Nona, Verdi La traviata o, non so, Mozart il Don Giovanni. Insomma: quando un compositore si siede al pianoforte, alla sua scrivania e crea, come vuole che sia resa, esattamente, la sua partitura?
Bene, in questo concerto di John Adams possiamo sicuramente toglierci un piccolo dubbio, ovvero come Adams intende, musicalmente, sé stesso. Infatti, il celebre compositore americano si esibisce in due tra i suoi lavori più importanti: Short ride in a Fast Machine e alcune scene da Nixon in China. Il concerto prende avvio con il primo, che ha quasi quarant’anni di vita (1986). Short ride in a Fast Machine è «una metafora dell’esperienza moderna: l’ebrezza della velocità unita all’inquietudine del limite […] in pochi minuti, Adams restituisce la condizione di un mondo che corre senza sosta, incantato dal proprio moto eppure consapevole del rischio che esso comporta» (dall’ottimo programma di sala di Guido Barbieri). Short ride rappresenta un’evoluzione dello stile minimalista (tanto che, sempre Barbieri, lo definirà «una sorta di manifesto della vitalità americana post-minimalista»), dove ai giochi strutturali iterativi si uniscono interessanti elementi di dinamica e una climax che fa da perno all’intero pezzo – interessantissimi i riverberi continui dei triangoli e il massiccio impiego degli ottoni, che immergono l’ascoltatore in una dimensione ironicamente epica. A proposito di più di un compositore si è detto che, talvolta, non fu buon ambasciatore della propria musica; esagererei nel dire che Adams non lo è stato per questa esecuzione di Short ride, ma un’attenzione troppo geometrica alla partitura ha forse tolto un po’ della vitalità, del puro slancio che si può ascoltare, per esempio, nelle conduzioni di Nagano o de Waart. Si prosegue con la suite dal balletto Billy the Kid di Aaron Copland, uno dei riconosciuti maestri della musica contemporanea americana. Il suono magnifico che l’orchestra dell’Accademia è in grado di generare sul palco si è potuto godere appieno fin dalla prima sezione d’apertura, The Open Prairie, un volo su una prateria, atmosferico, fino a sfociare in una sezione più epica: la direzione di Adams si fa brillante, agogicamente ineccepibile. Anzi, rispetto alle incisioni disponibili dello stesso Copland (a capo della London Symphony), mi pare che Adams trovi una chiave meno sfrontata, più intimistica per leggere la musica del Billy the Kid, senza sacrificarne l’impertinente vitalità: così appare, infatti, la resa di Street in a Frontier Town, spigliata, cantabile, con eccellente controllo del contrappunto fra archi, legni e percussioni. Però, in Mexican Dance ricompare, in filigrana, il gusto geometrico di Adams, attento alla sintetica precisione del gesto più che allo slancio puramente vitalistico (in un brano che piaceva, certamente, a Bernstein). La mano si riammorbidisce in Prairie Night, una versione più scanzonata delle atmosfere del II movimento della Nona di Dvořák; un pizzico di effetto in più non avrebbe, del resto, nociuto anche in Gun Battle. La suite si conclude con Celebration, Billy’s Death e The Open Prairie again, un viaggio, ancora, nell’audace carattere del bandito Billy, che si conclude con le atmosfere con le quali la suite si era aperta. Calorosi applausi.
Il secondo tempo è dedicato interamente all’opera Nixon in China, di cui si presentano alcune scene, in forma di concerto. Adams, prima di dirigere una delle sue partiture più ispirate, in perfetto stile americano, prende il microfono per riepilogare un po’ quanto ascoltato: un pezzo su un’auto, uno su un bandito e una rapina ed ora…ci aspetta un presidente repubblicano – le frecciatine anti-trumpiane sono state, ovviamente, apprezzate dal pubblico. Il momento più alto della serata, certamente, è stata proprio l’esecuzione di Nixon in China, che, come Adams stesso ha detto introducendo l’opera, porta sulla scena il momento di massima distensione fra le due superpotenze mondiali, America e Cina, quando Nixon andò a trovare Mao ZeDong (1972). Già l’inizio dell’opera mostra l’abilità di Adams di tradurre in suono il precipuo colore scenico con un linguaggio tecnicamente ancorato al minimalismo: magnifiche le triadi di accordi reiterate che evocano, come meglio non si potrebbe, la gelida apertura del I atto, con il sapiente gioco del trascolorare dei timbri. Il coro pure dà il meglio di sé: stupendo l’effetto, su un tintinnio orchestrale, del passaggio in unisono «The people are the heroes now» (il libretto di Alice Goodman ha una scrittura fresca ed ironica). Anche l’arrivo del Air Force One è occasione, per Adams, di sfoggiare il suo talento: l’uso della poliritmia, sulla quale si sovrappongono il frullo di archi e legni, con gli ottoni in pedale, è di sicuro effetto. Entra Gurgen Bevayan, dal timbro interessante (baritonale, sì, ma dal nucleo chiaro), che legge la parte di Chou En-Lai (primo ministro) – è ancora un po’ freddo e darà il meglio di sé più avanti. Centro del I atto è l’arioso di Nixon «Achieving a great human dream»; il personaggio è cantato da John Moore, dallo squillo centrato ed un timbro morbido, malleabile, che si adatta ad una parte così sillabata com’è quella di Nixon. Moore è un buon fraseggiatore e declama su un turbinio di ritmi, riuscendo a dare l’idea palpabile della tensione e della delicatezza in relazione alla missione diplomatica. Nel II atto, dopo un passaggio che ricorda celebri pagine di Petruška, ascoltiamo la bella voce della Pat di Mary Bevan, dotata di solidi armonici, limpidezza timbrica, condita con riverberi argentei. Il fraseggio è ottimo, l’aria incantevole, giocata sui ritmi ternari e i legni, a mimare lo stile orientaleggiante; memorabile, però, è l’aria «This is prophetic», dove la Bevan intona una melodia allucinata che rende suono una profonda riflessione umana. L’antologia si chiude con la ripresa del I atto ed il brindisi di Nixon («Mr. Premier, distinguished guests»), cantando il quale Moore si distingue, ancora, per fluidità vocale, su una climax incalzante di coro e orchestra che scatena, in conclusione, l’applauso del pubblico, meritatissimo.
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