L’Ape musicale  

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ABBAZIA DI SAN GIOVANNI EVANGELISTA DI PARMA

La fabbrica della Chiesa di S. Giovanni Evangelista (1490-1519), vide l’intervento costante e accorto della committenza benedettina, cui vanno riconosciute le vere responsabilità progettuali e le scelte che fanno di San Giovanni uno dei primi edifici in ambito urbano aggiornato al nuovo linguaggio rinascimentale. La facciata, che la fabbrica cinquecentesca non realizzò, fu progettata successivamente, in stile già barocco. Sul coronamento della facciata è l’imponente aquila in rame simbolo dell’Evangelista. Di poco successivo, è il campanile costruito nel 1618, che si configura come il più alto della città, misurando 76 metri. L’interno con pianta a croce latina, è scandito da pilastri cruciformi in tre navate coperte da volte a crociera così come il transetto e il presbiterio, mentre all’incrocio dei bracci s’innalza la cupola di pura linea rinascimentale, misura 67 metri di lunghezza e 18,20 metri di larghezza. L’altezza della navata centrale è di 19 metri e delle navate laterali è di 10,40 metri.

Cuore pulsante dell’Abbazia sono gli affreschi commissionati a Correggio. All’interno della cupola, è narrata la visione che S. Giovanni ebbe nell’isola di Patmos dove gli apparve Cristo che, insieme agli altri apostoli, gli mostrava il suo posto nella mensa celeste. Sui quattro pennacchi, i quattro evangelisti e dottori della chiesa contorniati da putti, figure ricorrenti nelle opere del pittore. Alla base del cilindro su cui poggia la cupola, vi sono una serie di soggetti monocromo veterotestamentari.

Infine, nella fascia cilindrica, sono affrescate scene della vita del Cristo.

La cupola di S. Giovanni Evangelista rappresentò la definitiva consacrazione del Correggio che, prima ancora di arrivare ad ultimarla, venne incaricato di affrescare anche la cupola del Duomo di Parma. In questa serie di affreschi traspare chiaramente l’influenza derivante dallo studio delle tecniche pittoriche di Raffaello: Correggio, infatti, lo aveva anche frequentato durante un soggiorno a Roma appositamente dedicato all’apprendimento sul campo degli innovativi accorgimenti tecnici utilizzati dall’Urbinate. Anticipando quel linguaggio già quasi barocco che si manifesterà appieno nell’affollato e vorticoso cielo della cupola del Duomo, l’invenzione del Correggio annulla il limite fisico delle pareti creando l’illusione di uno spazio immaginario: un cielo aperto sulle cui nubi sono adagiati gli apostoli, di un vigoroso plasticismo michelangiolesco, e al cui centro campeggia la figura di Cristo ritratta “di sotto in su”. La rappresentazione inserita nella cappella di San Giovanni è strutturata per essere guardata da due punti di vista diversi: la figura di San Giovanni appariva soltanto a chi occupava il coro della chiesa, quindi agli officianti, mentre il fedele è messo in condizioni di vedere la scena così come la vedrebbe San Giovanni, assente ai suoi occhi proprio per creare un effetto di sostituzione. Altrettanto interessante è l’impostazione dell’impianto prospettico che Correggio ha saputo dare all’opera. Una prospettiva che, libera da partiture architettoniche e astraente da una misurabilità precisa degli spazi geometrici, ci appare come un mirabile esperimento illusionistico, forse il più riuscito dell’intero Cinquecento.


 

 

 
 
 

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