L’ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

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Non è la solita storia del pastore

di Gabriele Cesaretti

Per la prima volta in scena al Teatro Pergolesi di Jesi, l'opera di Cilea apre una stagione "di resistenza", decimata dalla crisi, con un caloroso successo. Nel complesso notevole la compagnia di canto, guidata da Francesco Cilluffo (direttore) e Rosetta Cucchi (regista) e formata per la maggior parte da artisti giovani, in grado anche di recitare con estrema bravura e classe.

JESI, 27 settembre 2013 - Sembra incredibile, soprattutto tenendo conto della fama che il Teatro Pergolesi di Jesi si è guadagnato nell'allestimento di titoli usciti dal comune repertorio, ma L'Arlesiana di Francesco Cilea non era mai stata rappresentata nella cittadina marchigiana, almeno fino a venerdì 27 settembre, quando l'opera del compositore calabrese ha inaugurato la Stagione Lirica 2013 (46° nella storia recente del teatro). Una stagione, purtroppo, falcidiata dalla crisi che ha costretto alla cancellazione della prevista Bohème di Giacomo Puccini (opera decisamente sfortunata in terra marchigiana, essendo forzatamente sparita anche dalla programmazione del Macerata Opera Festival 2013 per gli stessi motivi) nonché del progetto legato alla Vestale di Gaspare Spontini, che avrebbe dovuto costituire il centro del Pergolesi Spontini Festival 2013. Una stagione “di resistenza”, quindi, che cercherà di traghettare la Fondazione Pergolesi Spontini al nuovo anno nell'attesa e nell'auspicio di tempi migliori e più sereni. Per il momento, almeno, si registra il successo caloroso e unanime che ha accolto lo spettacolo, presentato in coproduzione con il Wexford Opera Festival. Per la prima volta in Italia è stato anche inserito nel corpo dell'opera un brano che si è a lungo ritenuto perduto nell'incendio degli archivi Sonzogno: l'assolo di Federico “Una mattina m'apriron nelle stanze una finestra” che, in realtà, non è una vera e propria aria quanto un breve arioso, molto gradevole musicalmente, che affida al personaggio il compito di spiegare la sua ritrovata felicità prima dell'inevitabile catastrofe finale. L'arioso non appare certo indimenticabile, ma permette di dare un maggior risalto all'immagine equilibrata del protagonista maschile, prima che le rivelazioni di Metifio risveglino la follia nello splendido quartetto del III Atto: il brano, probabilmente appartenente alla prima versione dell'opera in quattro atti, è stato riscoperto da Giuseppe Filianoti a Palmi, città natale di Cilea, è stato orchestrato da Mario Guido Scappucci e stabilmente reinserito nella partitura dalla Sonzogno. Come spesso avviene in tempi di crisi le prove sono state poche ma, nonostante questo, lo spettacolo è stato nel complesso più che dignitoso, a cominciare dalla regia di Rosetta Cucchi. Grazie alle funzionali e suggestive scene di Sarah Bacon, la Cucchi ha potuto ricontestualizzare l'intera vicenda rinunciando alla rappresentazione di una Provenza di maniera per visualizzare gli incubi della mente di Federico, scivolando ad ogni atto in una rappresentazione sempre più simbolica che veniva aiutata dalla visualizzazione dell'Arlesiana del titolo, personaggio in realtà completamente assente dall'opera ma ricreato dalla Cucchi grazie a una comparsa.

Qualche perplessità c'è stata nella gestione dell'atto finale, il cui eccessivo simbolismo ha forse nuociuto alla comunicativa della musica, tanto più che si è anche rinunciato al suicidio di Federico dalla finestra del fienile preferendo far visualizzare il protagonista che si taglia la gola (ma così si è perso il parallelismo con L'Innocente che nel I Atto si affaccia dalla finestra stessa causando un sinistro presagio in Rosa Mamai). Molto buona la prova della Form – Orchestra Filarmonica Marchigiana, concertata con grande attenzione e pulizia da Francesco Cilluffo, la cui lettura ha saputo trovare il giusto equilibrio tra drammaticità, cura dei particolari orchestrali e giusto sostegno lasciato alle voci anche se c'è da annotare una gestione delle sonorità non così accurata: l'acustica del Teatro Pergolesi è infatti eccellente, ma molto percussiva e basta davvero poco per cadere nello squilibrio fonico, soprattutto nei ff, cosa che è avvenuta in alcuni momenti di questa recita. Alterna la prova del Coro Lirico Marchigiano Bellini, piuttosto sfasato negli interventi fuori scena e decisamente più preciso nella gestione dell'apertura del III Atto. Nel complesso notevole la compagnia di canto, formata per la maggior parte da artisti giovani, in grado di recitare con estrema bravura e classe. L'attrice più brava di tutti, Mariangela Sicilia (Vivetta), non è stata però del pari entusiasmante come cantante, soprattutto per colpa di un'emissione in parte irrisolta, in cui si alternavano momenti assai suggestivi (come il flautato e sognante attacco di “Oh quanta tenerezza” alla fine del II Atto) ad altri decisamente più acerbi: un'artista interessante, ma da lasciar maturare. Assai brava Annunziata Vestri, che ha incarnato una Rosa Mamai di grande impatto, soprattutto grazie a un fraseggio molto intenso, partecipe e studiato: quello che lascia perplessi è una pericolosa tendenza a spingere e affondare le note gravi ostentando una voce di petto che, al momento, viene tenuta sotto controllo e ben saldata al registro centrale, ottenendo peraltro effetti di grande drammaticità, ma che rischia di lasciare pesanti conseguenze per l'omogeneità dei registri. Decisamente in difficoltà nei momenti più drammatici (con alcune frasi, quali il confronto con Vivetta del II Atto, addirittura vociferanti) ma nel complesso convincente il Federico di Dmitry Golovnin: il celebre Lamento del II Atto (comunque salutato con una calda ovazione dal pubblico) è stato eseguito in maniera fin troppo esteriore ma la resa complessiva del personaggio ha comunque convinto. Resto, però, dell'opinione che una lettura più sfumata, oltre a rispettare parte del carattere musicale di Cilea, avrebbe giovato a Golovnin, la cui vocalità è sembrata piuttosto forzata nei momenti più tesi e, invece, maggiormente rilassata in quelli più lirici. Assai bravo Stefano Antonucci (Baldassarre, in particolare evidenza nel suo racconto del I Atto “Come due tizzi accesi”) e notevole Valeriu Caradaja (Metifio), anche se decisamente poco credibile come monco in scena; voce notevole per pasta e proiezione il Marco di Christian Saitta e nel complesso gradevole l'Innocente di Riccardo Angelo Strano, per quanto sia parsa quantomeno stravagante la scelta di un controtenore per una parte appositamente composta per un travesti.

 

 

 


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