L’ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

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Nata sotto maligna stella

di Roberta Pedrotti

G. Spontini

Olimpie

Gauvin, Aldrich, Vidal, Wagner, Bolleire Souvagie

direttore Jérémie Roher

Flamish Radio Orchestra

coro le Cercle de l'Harmonie

registrazione effettuata a Parigi il 31 maggio, l'1 e il 2 giugno 2016

saggi di Olivier Bara, Gérard Condé, Federico Agostinelli.

167 pagine illustrate

2 CD Palazzetto Bru Zane 2019

Immaginate che, nell'epilogo di Semiramide, avvenga un clamoroso colpo di scena: la regina si scopre innocente, l'unico colevole della morte di Nino è Assur e, punito il malvagio, Arsace/Ninia sposa l'amata Azema e cede felicemente il regno alla madre ritrovata. Non sembra una soluzione molto efficace, vero? Eppure qualcosa di molto simile è avvenuto con un'opera quasi coeva e pure tratta da Voltaire, e per mano illustre, quella di E.T.A. Hoffmann. Il letterato tedesco fu, infatti, incaricato di collaborare con Spontini alla traduzione e all'adattamento per le scene berlinesi, nel 1821, la sua Olimpie, che aveva debuttato a Parigi senza troppa fortuna nel 1819, tardiva tragédie lyrique gravata da aspettative esagerate, opinione pubblica ipersensibile e prevenuta. Per di più il soggetto prevedeva un protagonista maschile che si scopre regicida (e non di un sovrano qualunque: di Alessandro Magno) e un finale con doppio suicidio delle protagoniste femminili. Un po' troppo in una temperie politica piuttosto burrascosa, e, così, a Berlino come al ritorno in Francia sotto Carlo X, tanto vale scagionare il tenore e regalare lieto fine alle tribolazioni dinastiche e amorose. Ma il Voltaire tragico - che tornava di gran moda - così edulcorato e anestetizzato non funziona, né, ormai, funziona l'atteggiamento nostalgico del classicheggiante Spontini, poco incline alla novità del grand opéra che sta esplodendo proprio in quell'anno, con un Rossini che, con Le siège de Corinthe, raccontava la Grecia non antica, ma quella attualissima che combatteva per l'indipendenza dagli Ottomani. 

Perduta la partitura completa della prima versione fedele a Voltaire, il terzo atto resta solo nella revisione conciliante parigina del 1826 ed è questa, inevitabilmente, la versione che il bel cofanetto del Palazzetto Bru Zane ci propone all'ascolto. Non è mal così grave, però, ché se perdiamo una fosca tragédie lyrique e non abbiamo al momento (chissà che la filologia in futuro non ci riserbi dei ritrovamenti insperati!)  modo di saggiare il valore della prima stesura e le ragioni dell'insuccesso, abbiamo però l'occasione di osservare gli ultimi orgogliosi bagliori del genere, il suo ostentato anacronismo drammaturgico - paradossalmente, in realtà, strettamente connesso alla nuova contingenza - e i suoi legami di continuità con il nuovo gusto, come si evince chiaramente da una sensibilità melodica, da una condotta del canto e delle forme che già prepara al terreno a Rossini, Halévy, Auber, Meyerbeer. I testi, sempre preziosi, di quello che è un vero e proprio libro, aiutano a contestualizzare perfettamente il lavoro di Spontini, la sua parabola non troppo felice anche dopo la revisione, comunque emblematica di un'epoca, l'analisi è, come d'abitudine, dettaglia e puntuale, la documentazione precisa ed esauriente.

L'incisione segue la nuova edizione critica di Federico Agostinelli, salvo per due tagli relativi alle danze e a una marcia del primo e del terzo atto, brani che avrebbero viepiù fornito la misura di continuità e discontinuità fra tragédie lyrique e grand-opéra. Tuttavia l'ascolto resta di gran pregio, sia per la qualità dei complessi della radio fiamminga e del coro Le Cercle d'Harmonie, sia per la concertazione chiara e fluida di Jérémie Rhorer, oltre che per la confidenza del cast con i codici espressivi, con lo stile e l'articolazione del testo. Mathias Vidal ha a che fare con un Cassandre qui ingiustamente accusato, ma nobile, amoroso, innocente e, dunque, dispiega a dovere il timbro fresco, l'emissione pulita, il porgere franco ed elegante. Karine Gauvin nel ruolo eponimo mostra qualche affanno e appannamento - la parte è scritta per Laura Cinti Damoreau, voce non grande e duttilissima secondo le cronache e comunque capace di mordente e perentorietà, se per lei sono state scritte tutte le opere francesi di Rossini - ma dosa bene le forze ed esce dal cimento a testa alta, così come la Statira di Kate Aldrich, voce di mezzosoprano acuto alla Falcon, ben a suo agio in questo tipo di repertorio: entrambe rendono con vivida convizione i personaggi della vedova e della figlia di Alessandro Magno. Josef Wagner rende a dovere il bieco Antigone e Patrick Bolleire è un autorevole Hiérophante.

 Come sempre curata, ricca ed elegante la veste grafica, a completare un altro tassello della pregiata biblioteca musicale francese del Palazzetto Bru Zane.


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